Francesco Guardione
Saverio Friscia
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I.

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I.

I movimenti insorrezionali del 1820 e 1821 non sono sì lievi da poterli trasandare, anzi è necessario, a ben rischiararli, toglierli dal potere di miseri narratori, anime schiave, che contristano con menzogne e viltà d'adulazioni. Il 1820 inaugurò il concetto italiano. Allora se all'unità del pensiero, fosse seguita la unità dell'azione, l'Italia avrebbe avuto il suo politico risorgimento; e l'Austria, cessando di menare strazio di noi, quarant'anni dopo non avrebbe trovato, in un alleato del Piemonte, il maggior nemico del diritto italico; colui che mentre studiavasi e otteneva, colla forza delle male arti politiche, di strappare alla Nazione due nobili province, la umiliava davanti all'Austria, che, a Villafranca, negava, quasi ponendoli in dileggio, i prodigi militari del 1859; senz'avvedersi che già si era rinnovellato l'antico valore per rompere sul viso della crudele le infauste catene.

Il 1820 serba memorie eroiche ed esecrande. Dal Piemonte alla Sicilia una luminosa idea domina le menti: l'Italia dovea e poteva sorgere a libertà, perchè il popolo, strenuamente, combatte e muore: l'Italia ricadde nelle unghie tiranniche, perchè le nobili e regali promesse si svolgono in tradimenti, si cercano nuove torture, si rinnova gagliardo il terrore dei secoli barbari, e, non rimanendo che il martirio, si pena in orride fosse, si muore sulle forche, e il risorgere si cambia in utopia. Comincia un'inaudita storia di sangue. L'imperatore d'Austria apre su' monti di Moravia le tombe di Spilberga e sull'Isonzo quelle di Gradisca, e tumola il pensiero italiano: gli altri monarchi col papa lo imitano, gongolanti di gioia che i patti sanciti a Vienna troveranno deboli gli oppositori, e il malcontento popolo affogato nel suo sangue.


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