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II.
La Sicilia, dopo i rivolgimenti del 1820, rifacendo il suo passato, stringendosi amorosa alle divise province consorelle, dava segni di valore e di virtù. Il Borbone, fiero sempre negl'intendimenti, l'aveva allontanata dall'amore alle vicine terre, scoprendo nelle amare dissenzioni le sue vittorie, come proficue a un diuturno dominio. Nelle grandi occasioni le male arti di regno non si ressero, e la unione degli animi fu generosa e temuta. I sudditi divisi delle terre meridionali vissero di sublimi corrispondenze, e spaventarono il despota. Dopo Leibach, unanime grido s'udì di libertà: unanimi e tenaci furono le resistenze. Nella sventura la libertà non cadde, chè i figliuoli la custodirono sacra in petto, e da' padri impararono fermezza di antichi propositi.
Un frate domenicano, esauste le forze del popolo, ricaduto nelli artigli borbonici, alle durate fatiche per la libertà della patria, conseguiva il premio della condanna di morte; e il frate, che non rinnegava l'opera sua, iniziata nell'umile cella, compiuta fuori, l'accoglieva con pacato volto; come quella serenità chiamasse vendicatori, quali li domandava Filippo Strozzi, non ascoltato, perchè non credute alte e sincere le sue mire. Il frate avendo gustate le pene di morte coll'estinguersi le speranze di patrio riscatto, non parevagli fosse maggiore atrocità quella a cui veniva destinato in ultimo.
Il frate nobilitava, con virtù stoica, la memoria di Arnaldo e del Savonarola, che due papi avevano comandato si bruciassero publicamente, senza por mente che i loro spettri, nei secoli venturi, dovevano condannare la nequizia del papato, che flagellava l'innocenza, negava Dio, contaminava l'onore delle vergini, strappava il pane al popolo, abbandonandolo alla verga del croato e alla scellerata menzogna del prete, che, dal confessionale, istituiva e perfezionava lo spionaggio, qualsiasi tradimento2.
Il frate domenicano era un Saverio Friscia, che, nella sua Sciacca, avvivò quei sentimenti, che suscitano magnanime opere, alle quali, animoso, incoraggi il suo popolo, che, amandolo, mise a profitto l'esempio e i consigli. Egli non morì; ma, senza chieder grazia alcuna, la morte di un momento vide perpetuata in venticinque anni di ferri; soffrendo cinque lustri di agonie, ne' quali il tenero cuore di un re gli aveva commutato il supplizio di un momento! E forse il fece per iscansare le ire popolari, che male avrebbero patito veder penzolare dai travi d'una forca il cadavere di un frate.
Dopo venticinque anni di terribili dolori, il Borbone lo restituiva alle libere aure, ritenendo il lungo martirio sufficiente a mutarne l'indomita natura. Riappariva, è vero, in lui un'ombra di uomo; ma più terribile riappariva il suo spirito. Scarno, macilento, con le ossa putrefatte, senza alcuna fioridezza era restituito al mondo; e per poco tempo gli restava solo la stessa forza di cospirare la caduta d'una fedifraga dinastìa, i cui delitti e beni erano la continua morte del popolo.