Francesco Guardione
Saverio Friscia
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IV.

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IV.

Doporecisa risoluzione, contentando gli altri col darsi al causidico, non sodisfaceva ad intimo sentimento, e, comprendendo riuscirgli duro il dissimulare e il transigere, non parendogli avesse sempre rettitudine l'avocare, dispregiando il cavillo ed altre male insinuazioni, trovò più confacente, meno funesto all'onestà e alla ragione, lo studio della medicina, che intraprese, con zelo non comune, all'Università di Palermo.

Quivi però, attendendo alla medicina, altre cure e di maggior conto tengono preocupata la sua esistenza. A Palermo, nella terra delle grandi memorie, ove la regia borbonica aveva poco pria davanti il suo ferale aspetto desolata la storica città, continuando a renderla un sepolcro di vivi, la congiura era un bisogno, e, dai teneri fanciulli ai vegliardi, si macchinava la morte di casa Borbone. La scienza e l'arte manifestavano idee vigorose, e la storia si spolverava per renderla facile alla mente del nuovo re, giovane codardo, che, coll'oro, credeva attutire un popolo, cancellargli tanta gloria, riverente prostrarlo a inneggiare la sacra real maestà. Questo era nei pensieri del monarca; ma, se ai suoi vecchi non isfuggirono i moti continui dal 1812 al 1830, a lui si preparavano, con costanza, i moti del 1837 e la rivoluzione del 1848.

Saverio Friscia congiungeva subito i suoi desideri politici agli eletti discepoli dell'abate Scinà; il quale, morendo, perpetuava le immense dottrine, tramandando ai suoi più amorevoli sani concetti di civiltà. Egli aveva potuto vantare sterminato sapere in varie branche dello scibile; ma avendo su tutto volta la sua scienza all'incremento patrio, alla risorta libertà, facendosi restauratore delle antiche glorie dell'Isola, l'intendimento magnanimo fu accolto con entusiasmo. Gli scolari di quest'uomo singolare, con lungo amore e culto, custodirono quei ferrei principj, ch'egli avea abbracciati con fede di scienziato e di cittadino.

L'Università in quei tempi aveva maggiore importanza che non in presente. il giovane cospirava, e non solo la caduta di un reame, ma eziandio i vieti canoni della scienza. Le dottrine che Galileo Galilei, nel secolo XVII, avea bandite come fondamentali del moderno sapere, si addimandavano fervorosamente per ripudio del vecchiume, della superstizione, dei lattimi d'una filosofia cullata nei chiostri, sommessa a re e papi, che la proclamavano salutare alla quiete del gregge. Dopo l'enciclopedismo, il rinnovamento scientifico doveva arrecar di necessità la politica trasformazione. Chi si pone davanti la storia di un secolo, maraviglierà dapprima dell'instantaneo mutar di casi, stupirà poi nel mirar tuttavia apostoli del popolo, che scalzerebbero nuove tirannidi, perchè alla loro volta dirigessero eglino quelle turpi arti di Stato, che dànno al popolo frutto di miseria, confini, supplizj più barbari e più illegittimi dei trascorsi.


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