Francesco Guardione
Saverio Friscia
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VII.

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VII.

Le infauste avventure del 1837 moltiplicarono gli odj e le aspirazioni: divenne comune un desiderio, furono universali i movimenti.

Frattanto nell'aumentarsi i terrori, il popolo più sperava, più voleva: il popolo fortemente ambiva che l'antica storia rivivesse nei fatti, e quest'età fosse diversa dalle precedenti, decretando la fortuna dei reami, conculcando la feroce superstizione: due potenti leve del despotismo. La congiura, se non sempre, per ostacolo di organizzazione, elevando la sovranità popolare, condannò il mal governo, mostrando ardimentosa quanta potenza avessero le idee. La parola, che Giuseppe Mazzini mandava dai luoghi d'esilio, quella parola, che giungeva segretamente, era letizia del popolo e terrore dei tiranni: quella parola che ridava dignità e coraggio al cittadino, non poteva di molto ritardare il rinnovamento politico e sociale. Alla letteratura arcadica e religiosa si opponeva il concetto virile, e al Manzoni che trionfava coi Promessi Sposi e cogl'Inni, si opponevano il Niccolini e il Guerrazzi, le cui anime, intolleranti d'ogni servitù, plasmavano le antiche nature italiche, rammemorando i grandi morti e le crudeltà degli stranieri e del papato, che avevano tradito il popolo, usurpandogli averi e onori, catenatolo per tenerlo perennemente schiavo. Solo in un popolo reso stupido e vile potè aver fama una frivola scienza, che evocava un passato detestevole, e ch'era stato cagione di dolori secolari, d'immeritata servitù, di scherno al nome italiano!

La scuola imputridiva, non udendosi in essa un motto, il cui significato fosse profondo di cose; ma alla sterile parola della scuola, la gioventù suppliva con ingegno e cuore: ella era in terribile contrasto, e non avendo la virtù ipocrita e la falsa coscienza del Gingillino, le si schiudeva con facilità il carcere, le si donava la tortura. Eppure il sentimento si accresceva, e la gioventù, facendo solenni voti di congiurare, attendeva con ansia i momenti della riscossa per trarne vendetta.

Nel 1838 Saverio Friscia lasciata l'Università, riducevasi in Sciacca, per esercitare la carriera del medico. Era entrato con idee nuove in capo, ne usciva ribelle: aveva rinnegata la scienza d'uso: ora premevagli guerreggiasse le vecchie tradizioni politiche. Ed egli si pone subito a capo delle congiure, e dalla cella del frate Friscia, congiunto a lui per vincoli di sangue, furono iniziate e regolate quelle cospirazioni, che costarono un lungo travaglio dal 1838 al 1847. Il frate moriva in quel torno, non felice per vederemisere sorti! Intanto pria che scoppiassero in Messina i moti del 1847, Saverio Friscia erasi stretto in intime relazioni cogli arditi promotori di essi.


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