Francesco Guardione
Saverio Friscia
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IX.

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IX.

Il 1848 pareva dovesse decidere propizie le sortì della Sicilia. A' chiesti e aspettati indarno mutamenti, Palermo prometteva il 12 gennaio francar la Sicilia dalla tirannide. Alla corte del Borbone, la minacciata promessa si credette dapprima una insania; indi si tremò a udire l'eroismo d'un popolo, che, d'un tratto, al dispregio mosso a un re carnefice, costituiva il suo libero governo. Le camere legislative s'inauguravano in mezzo a lunghi e fragorosi applausi, che alimentavano speranze, facevano dubitare di futuri destini gloriosi. Fra coloro che, energicamente, senza mai recedere, dovevano rappresentare la libertà e l'indipendenza nazionale, miravasi il Friscia, l'uomo dallo sguardo affettuoso, dal simpatico parlare, dall'ampia fronte e dal viso rotondo, che rivelava tutto il suo passato, dedito a cospirare la caduta di una dinastia iniqua, la fede nel risorgimento dei popoli, resi domiti e vili. Nella sua ampia fronte si leggeva l'operosa costanza di diciassette anni, la risolutezza di combattere apertamente i nuovi reggitori, che si pascevano di trastulli, di dubiezze, di timidità, per poi transigere, e, prostrata la Sicilia, tradire una causa nobile.

Saverio Friscia, dopo i fatti del 12 gennaio, era stato eletto deputato si può dire ad acclamazione; ben comprendendosi ch'egli avrebbe sempre flagellato quel moderatume, che reggeva la Sicilia con propositi bassi, chiedente pietosamente la libertà agli oppressori, che, ribellandosi al popolo, trattava col Borbone e col Papa, anche dopo la famosa enciclica del 29 aprile e la giornata del 15 maggio. In quell'anno 1848, chiamato alla presidenza del Circolo Operaio, sostenne, con affetto e solerzia, l'incarico affidatogli; e, qual membro della commissione per accogliere i fuggiaschi messinesi, dopo i falliti tentativi del primo settembre, si consacròfraternamente, ne fu tal benemerito, che l'eroica Messina non mai giungerebbe a cancellare il nome di Saverio Friscia, come dimostrò nel 1865, eleggendolo rappresentante del primo dei suoi collegi; dal quale sorse poi per tre volte l'idea Mazzini4.

In mezzo a' contrasti parlamentari e alle amorevolezze di cittadino, opinando che al popolo fosse necessario dar garanzia di diritti, fondò il giornale l'Armamento, affinchè avesse avuto agio di più combattere coloro, che sacrificavano la patria, e le negavano perfino un'arma irrugginita.

Dopo la caduta di Messina, le vicende non procedevano, ma precipitavano. La eroica città era caduta non senza generose resistenze. Donne e giovanetti si videro combattere sotto le mura del forte don Blasco, e l'estesa pianura di terranova fu coperta di cadaveri, resi vittime dalle infocate palle dei cannoni, che, dalle varie fortezze, si scaricavano sur ogni punto della città. Terribile quanto funesta la caduta di Messina; ma imparò il Borbone che, dentro quelle mura sapevano riprodursi le giornate del Vespro e le ostilità alla Spagna!

Lo sconforto fu grande dappertutto: però la caduta di Messina non avrebbe arrecata quella dell'intera Isola, se i maneggi politici dei governanti non fossero stati pieni di viltà e d'infamia! Saverio Friscia, prevedendo le rovine, che si sarebbero accresciute, fondò il giornale l'Assemblea Costituente, con che anelava sostenere la lega della Sicilia co' governi republicani di Toscana, di Roma e di Venezia, e, tutti aggregati, emettere una costituzione che giovasse per tutta l'Italia. Il mezzo scelto poteva essere proficuo, ma di giorno in giorno si peggiorò, e, come in Sicilia, l'ozio e la vanità delle discussioni politiche si estesero dappertutto, i sinistri fatti incalzarono; e, dopo Novara, rimasero migliaia di fosse in ogni luogo col simbolo d'una croce, ove trovavasi sepolta la libertà; si perdè la memoria dei traditori, che la sventurata patria avevano lacerato a brani, che fingendo poi di piangere sugli infortunj, furono creduti martiri!





4 Sulla elezione politica di Giuseppe Mazzini nel collegio di Messina, molti han chiacchierato, e i millantatori comunicarono menzogne ad Aurelio Saffi e alla Jessie W. Mario. Parlerò in disteso in lavoro apposito: ora dirò, dispiacente di parlare di me, ricordando la prigionia, che io, giovinetto, perseguitato atrocemente dalla Polizia italiana, per mandato del Friscia, del Dumas, dell'Asproni, del Pantaleo, della Redazione del Popolo d'Italia, tre volte mossi da Napoli per recarmi a Messina ad insistere su' republicani per la riuscita che doveva recare il trionfo dell'idea politica, per cancellare il disonore del Governo italiano, reazionario più assai di quelli d'Austria e de' Borboni, barbaro e ladro quanto un credutosi conquistatore!



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