Francesco Guardione
Saverio Friscia
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XI.

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XI.

Le promesse, con cui il Borbone adescò le plebi non furono mantenute pure un istante, e, col vandalismo della conquista, si ristabilì il governo. I decreti di condanna di morte colpivano i cospicui ed alti intelletti: l'esilio, il bagno e la tortura erano lievi cose, sufficienti a rilevare l'indole pia del monarca6. I rappresentanti politici e tutti coloro, che avevano elevato a principio la libertà, erano quelli, a cui più mirava il Borbone, e i suoi agenti coll'incrudilirne sodisfavano i massimi desiderj. Eppure mentre si cercava sottrarli allo strazio, mentre i liberi cittadini si nascondevano, per poi salpare il mare, e trovar luoghi di riparo, Saverio Friscia, a mantener viva l'agitazione contro il governo borbonico, pensava di rimanere in Sicilia, e proseguire, spenta la libertà, il nobile apostolato, al quale si era rivolto incessantemente da' primi albori della vita. La polizia chiede di lui per incarcerarlo, e, nell'ottobre del 1849, dati gli ordini per lo arresto, scampatone per lo stato grave di malattia, commutato in domicilio coatto, gli fu subito imposto di partire per Trapani.

In istatograve dovette mettersi in cammino, ma giunto al paesello di Santa Ninfa, non potendo proseguire il viaggio, per non trovarsi in quel piccolo comune un albergo, ove potere ricettare lo stanco corpo, fu ospitato, con amorevolezza, dalla famiglia De Stefani, alla quale, per un attoumano, il Governo die' il guiderdone del domicilio coatto. Costretto, adunque, in qualsiasi modo di recarsi alla destinata dimora, messosi sur una carretta, vi pergiunse il novembre.

Trapani era luogo spesso eletto per punire gli sventati, cui frullavano in capo pensieri di libertà. Si destinò a molti ribelli, parendo al Governo un luogo sicuro, forse giudicando che in quella città erano idee vane quelle che cruciavano tutti gl'Italiani! Il Friscia, anche in mezzo alle amarezze dell'esilio, messosi all'opera, alacremente si addisse al lavoro interno e a quello di fuori; e, non ostante la più rigorosa sorveglianza, si trovò presto in relazioni attivissime con tutti i rivoluzionarj dell'Isola, anche cogli emigrati, ch'erano all'estrema parte d'Italia e fuori. Con impareggiabile zelo si adoperò a fondare, in Palermo, un comitato rivoluzionario e altri nelle varie province; rappresentando egli sempre quelli di Trapani e Girgenti.

Frattanto, appurata che ebbe l'Intendente Rigilifi la progettata insurrezione, messo prima occhio a sei giovani delle prime famiglie di Trapani, li fece arrestare assieme a cinquantatrè contadini, e, imponendo al Friscia di rimanere in casa, guardato dalla polizia, si lusingò potere in tal guisa scoprire le trame della congiura. Riuscite vane le pressioni e le minacce crudelissime fatte agli arrestati, nulla potendo trarre dal loro silenzio, prese la determinazione di subito farli trasportare dal castello di Trapani all'isola ai Favignana, sottoponendoli alle punizioni de' galeotti. Giuseppe Orlando era stato poco riserbato, e, nel rivelare qualcosa, che non diede cagione a malevoli effetti, accusò pure i suoi congiunti Castagna; facendo notare che a casa loro si ordivano le cospirazioni politiche. Avuta l'Intendente la confessione dell'Orlando, credette facilissimo strappare con arti varie poliziesche una dichiarazione dalla bocca del Friscia. Miserabile, ignorava ancora con qual uomo gli toccasse lottare!

Per quanti tranelli adoperassero gli agenti delegati dall'Intendente, il Friscia, con la freddezza del cospiratore, non inciampò mai. Tratto alla presenza del Rigilifi, scortato da numerosa sbirresca, subì l'interrogatorio di due ore e mezzo. In compagnia dell'Intendente erano due consiglieri, il Coffaro e il Minolfi: il primo, sozzo vile e reazionario, assai atto a coadiuvare l'indole ferina dell'Intendente; l'altro onesto e liberale, agevolò le condizioni del Friscia.

Vani riusciti i lunghissimi interrogatorj, spedito il processo al potere giudiziario, il magistrato deliberò non procedersi per mancare le prove imaginate, non iscoperte dal Rigilifi: solo l'Orlando, per le fatte confessioni, patì alquanti mesi di prigionia.

Intanto mentre al Friscia s'imponeva l'ordine di non sortir fuori pria della levata e del tramonto del sole, il Satriano, arbitro di tutto, disponeva telegraficamente: Si mandi il Friscia in Favignana, e se persiste nei suoi principii sovversivi alla cittadella di Messina. La cittadella di Messina era stata eretta dagli Spagnuoli a eterno freno dei malcontenti7; e il Satriano non poteva vagheggiar luogo migliore di freno che i bagni della stessa!





6 La restaurazione che nel 1849 compivasi in Italia e in Europa, non ebbe in nessuna parte a mostrarsi così cieca e feroce come nella vinta Sicilia (La Lumia La Restaurasione Borbonica e la Rivoluzione del 1860, Palermo, 1860).



7 Botta, Storia d'Italia di seguito a quella del Guicciardini, v. VIII, Palermo, 1839.



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