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XV.
La rivoluzione del 1860 è un glorioso ricordo, fino a quando le vittorie non si scorgono tronche da calcoli politici. Fino a quando si rammenterà che, allo squillo notturno della campana della Gancia, il popolo sorse rinnovatore delle ire e delle vendette dei giorni del Vespro, in cui a Santo Spirito ruppe ardimentoso contro il servaggio; finchè si rammenteranno le geste e i sanguinosi combattimenti delle giornate di Calatafimi, di Palermo e di Milazzo, la rivoluzione del 1860 segnerà un'epoca grande, meravigliosa di fatti, stupenda di bellezze: essa parrà un poema! Al ricordo poi delle negoziazioni e dei maneggi politici, gl'ideali caggiono, e, dolorosamente, rimane in mezzo a sì fulgidi successi, o deplorare, o dar l'oblio ad opere ingenerose. Il 1848, coi suoi funesti errori, non era stato di lezione, e pochissimi traevano, dopo dodici anni, le esperienze necessarie. La bandiera con la quale Giuseppe Garibaldi aveva secondato i moti popolari, era riverita e raccolta da tutte le genti: il motto Italia e Vittorio Emanuele, era sul labro di ciascun italiano, amante della patria, e che voleva di questa la forza e l'unità. Però tutti i mezzi scelti, obbligati non liberamente, non potevano esser validi, nè era una necessità che, in Sicilia, la diplomazia si fosse avvalsa di sotterfugi, di parole e di lusinghe vane; non era giusto far quasi pentire un popolo de' suoi trionfi, credendosi non ben satisfatto ne' bisogni, che assicurano il benessere. Giuseppe Garibaldi amava troppo l'Italia, se voleva che i Siciliani non avessero accettate, pel momento, le proposte di annessione; poneva somma importanza a francarla da ogni servitù, non potendo prediligere che l'Italia si dovesse piemontizzare. Le vicende di dieci anni, che aggiocarono Roma alla Francia, la convenzione del 1864, le vergogne del 1866, furon poi frutti acerbi dei trasandati consigli. Ma nelle rivoluzioni ultimo essendo il benessere del popolo, per parere agli scaltri che sempre debba esso soggiacere, gli atti furbi sostituiscono al vero principio di libertà inganno e miseria!
Il Friscia, il 2 agosto 18608, in un circolo politico, protestò che le faccende fossero peggio avviate che nel 1848; e le aperte parole furor cagione di non pochi rancori in coloro, che, con interesse, arrestavano i trionfi della rivoluzione, e, negando al popolo ogni diritto, lo costringevano ad accogliere, senza una qualche riserva, gli statuti di una piccola regione; la quale, per quanto avesse stampate orme gloriose, non poteva estendere le costituzioni, le leggi, gli usi, le pedanterie e la coltura ad una Nazione. No, per Dio! Col sorgere unanime l'Italia non poteva accettare leggi e statuti di transazione, dovevasi tutto rifare, nè dar campo a boriose parole di conquista, e a tutt'altre viltà, indegne della storia e dei tempi!
Il governo prodittatoriale scandalezzava, gittando a piene mani sozzure sulle vittorie passate. La prepotenza, del Borbone si manifestava con altra forma. La libertà contaminava se stessa, funeste e feroci fervevano le ire dei partiti. Mentre sulle pianure di Milazzo scorreva il sangue di migliaia d'Italiani, Messina era minacciata da bombardamenti, Garibaldi non aveva ancor salpato il mare, a Palermo i quarantottisti litigavano, sacrificando i trionfi e il popolo. Saverio Friscia, esterrefatto da tali pessime condizioni, non lusinghiere per la causa della libertà e dell'Unità politica, veduto il facile cadere di uomini, che dirigevano le politiche imprese, visto durare alquanti giorni il La Porta agl'interni, e, risalito il Crispi al governo, riaccendersi atrocissimi gli odj, con disinteresse, avvertito tosto l'Interdonato sulle macchinazioni tenebrose e i propositi fieri, richiamò pure da Genova Giorgio Asproni. Volendo egli la conciliazione degli animi, promosse un accordo agli uomini della rivoluzione, affinchè la Sicilia, con migliore avviamento, non cadesse miseranda vittima delle idee della Società Nazionale, già forviata, che non mirava se non se ad obedire la diplomazia su quanto aveva dapprima trovato conveniente e stabilito. Ma l'Errante, l'Amari e l'Ugdulena, rappresentanti del gabinetto della prodittatura, aderivano con plauso al La Farina e al Cordova; i quali avevano persuaso il conte di Cavour a provvedere con energia ad estinguere l'entusiasmo della rivoluzione, e forse il bene che ne poteva derivare!
L'atto solenne fu compiuto il dì 22 luglio. Prodittatore il Depretis9, e anche segretario di Stato all'interno il Crispi, la rivoluzione si spegneva, e alla Sicilia piemontizzata, resa provincia d'un'altra provincia, s'imponeva lo statuto sardo, largito da Carlo Alberto a quattro milioni di sudditi; e s'imponevano tutte le leggi organiche della Sardegna. Cessato così ogni diritto, la Sicilia mani e piedi si trovò legata agli agenti della diplomazia, sottomessa a' loro voleri, che appagavano i desiderj freddamente vagheggiati pria della famosa spedizione dei Mille, accorsi a dar mano alla rivoluzione.
L'inculcare gli Statuti e le leggi di Sardegna apportò come necessaria conseguenza l'annessione; imperocchè fu allora detto, con saviezza, che obbedendo a quelle leggi era un anacronismo il rimaner separati. Ed ecco appagate le smanie piemontesi e dei piemontizzatori: ecco il supremo desiderio, cui miravano non pochi; i quali furono contenti della formazione di un Consiglio di Stato alla piemontese!