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XIX.
Napoleone dalle Tuleries pervertiva continuamente, mettendo in soqquadro l'Europa e l'America. Dopo avere strappato all'Italia le nobili province di Nizza e di Savoja, smembrando così, in sul rinascere, l'unità politica e geografica, Napoleone ambiva legar l'Italia a sè e alla Francia, ritenendo che ventisei milioni fossero i pochi del già Regno Italico. A lui il Piemonte s'era congiunto, con servilismo, dopo la guerra d'Oriente e il Congresso di Parigi; e credendolo principale fattore della riorganizzata Italia, per gli aiuti prestati nelle battaglie del 1859, sacramentava su' ferrei voleri imperiali. E, intanto, a Napoleone, con poco onore d'Italia, si debbono Aspromonte, la convenzione del 1864, le umiliazioni indecorose della guerra del 1866, Mentana e l'assedio di Roma, prolungato fino alla vittoria di Metz! E questo per non avessero parer potuto a' nostri politici che, ventisei milioni d'Italiani, potessero riunire all'Italia Venezia e Roma11, o sostituire ad una politica schiava, una politica indipendente, che poteva essere di supremo vanto ad una nazione! Gl'Italiani mostravano con quella timidità di non tenere in qualche conto la scienza politica di Nicolò Machiavelli: il servaggio non ci opprimeva, e, anche liberi, ci compiaceva per l'opera nefasta del partito monarchico.
Varj punti discrepanti creavano, adunque, l'opposizione politica, che, a vero dire, fu salutare ed efficace. Saverio Friscia, indomito nel 1848 e nel 1860, non avrebbe potuto legarsi a coloro, che lo giudicavano nimico acerrimo delle consorterie; ed egli, con impari modestia, trovava il suo posto nelle sparute file della sinistra; da ove F. D. Guerrazzi lanciava i suoi acuminati strali, il Brofferio e il Valerio, vecchi campioni di essa, avevano sostenuto focosamente l'italianità12. Il Friscia in quella legislatura, accanitamente, osteggiò ogni atto, che, per incostituzionalità, oltraggiava la nazione. Primo tra i cinquecento rappresentanti agitò in Parlamento l'arduo problema della questione sociale, e abbenchè non accolte pel momento le grandi idee che concernevano il benessere nazionale, più tardi esse agitarono la mente di grandi uomini dentro e fuori del Parlamento, e l'utopia d' una volta, proferita dal Friscia, dovrà preoccupare gli uomini di Stato, interessandoli per la soluzione più conforme del problema.
Nelle rumorose discussioni pei fatti di Sarnico, il Friscia appoggiando l'interpellenza mossa dallo Zuppetta, sulle condizioni miserrime delle province meridionali, acquistò molta rinomanza pe' discorsi pronunziati contro il Ministero e per l'indirizzo governativo sulla medesima interpellanza. Poi, nel 1863, quando le misure militari, imposte in Sicilia pe' renitenti di leva, diedero le stragi e l'incendio di Petralia, udendo che, dopo tali immanità, la Sicilia era in Parlamento tacciata dal generale Govone di barbara, il Friscia, non riputando ad onore d'italiano il rimanere ancora in quell'aula, ove, per risparmiar d'accusa le nuove inquisizioni, si calunniava il patriotismo di nobili province, si negava la storia, si dimette tosto dalla carica di deputato. Pochi lo imitarono13; ma anche la determinazione di pochi, valse forse a correggere la petulanza di quelli, che si dicevano amanti della patria, e intanto la ingiuriavano per poi vederla insanguinata da fazioni! Povera terra di Sicilia, quasi cent' anni di lotte co' Borboni ti procacciarono l'epiteto di barbara! Oh, quanto meglio sarebbe si cancellassero questi ricordi, che un giorno la Storia, narrando il vero, lascerà fremiti ne' petti italiani!
In quella medesima legislatura il Friscia ritornava alla Camera, rieletto dallo stesso Collegio, che si travagliò di vincere le faticose opposizioni governative. Rientrato, protestò severamente contro la convenzione del 1864!
Con le braccia
rivolte a la marina,
Perchè pensi a Venezia e al nido amato.