Francesco Guardione
Saverio Friscia
Lettura del testo

XX.

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XX.

Le elezioni generali del 1865 subivano un aspetto serio pel Governo. Massimo D' Azeglio, vicino a morire, mandava il suo testamento politico, in una lettera agli elettori, che si può chiamare un prolegomeno ai Miei Ricordi. Essa, per gl'intendimenti politici resi manifesti agli elettori è piena di nobili idee e di verità; ma guastava il tutto la forte pretensione a' principj aristocratici, che elevavano il sentimento municipale. E se diceva, che l'Italia c'era, ma non gli Italiani, la spregiudicata massima poteva trovar sodo fondamento, se mai egli, con rara abnegazione, avesse mirati agli urgenti bisogni e all'educazione politica, anzi che al cieco servilismo, all'obedire de' cittadini per le candidature officiali. Significante il movimento fu in quell'anno, e le agitazioni dei partiti erano di vantaggio all'Italia, che mirava continuamente, con sospiri e desiderj, a Roma e a Venezia, segregate, rimaste sotto la crudeltà pretesca e la vergo barbara per comando di Napoleone.

In quelle elezioni dal collegio di Sciacca non uscì vittorioso il nome di Saverio Friscia, sconfitto pei maneggi di un altro suo cittadino. Al Friscia non moveva alcun desiderio di sedere nella camera dei cinquecento, e da umile cittadino, in quella Napoli, in cui aveva soccorso gl'infelici, resi aiuti e sollievo degli oppressi, sarebbe rimasto lontano dalle attività parlamentari. Però al torto resogli dal collegio di Sciacca, ripararono Palermo e Messina, ricordando la prima città il patriota di trent'anni e l'intemerato rappresentante del Quarantotto; la seconda i benefizi fraterni prestati a' suoi infelici fuggiaschi, dopo le disavventure del settembre 1847. Scelto dalle due città, nell'optare per Palermo dirigeva agli elettori del 1 ° collegio di Messina una lettera, publicata nel Popolo d'Italia (11 febbraio 1866), esprimente i suoi principj, quali i mezzi da adoperare di fronte alla politica possibile o opportunista e agli errori del sistema governativo.

Recatosi poi a Messina, propone in un'assemblea, che lo stesso collegio propugni il nome di Giuseppe Mazzini, parendogli che pesare ancora una condanna di morte su quel capo glorioso fosse il più gran disdoro d'Italia. Il Mazzini a Genova e a Napoli non era riuscito, ed ora spettava a Messina far trionfare dall'urna il nome di tant'uomo, del Maestro, cui la sventurata patria fu un'eccelsa idea. E per tre volte uscì vittorioso quel nome, umiliato e sconfitto il Governo, già creduto libero e nazionale!

Per tre volte Messina, rinnovava la forte lotta politica, non temendo e disprezzando le insolenze d'una polizia, che turbava la quiete de' cittadini nell'esercizio de' loro voti. Messina, l'eroica terra del 1848, fece uscire dall'urna non il nome d'un deputato, ma chi aveva rappresentato l'Italia negli ultimi trent'anni, che furono l'avanzo di secoli di morte. Il Governo, che si appellava, con oltraggio alla libertà, nazionale, contrastò le elezioni, limosinando il voto da' borbonici e da' clericali, Messina sorse come un sol uomo imponendo al gregge parlamentare di cancellare le sentenze di morte, che gravavano sulla testa del legislatore della civiltà nuova. Messina, la cara città caduta, la martire del 1848, redense l'Italia da una vergogna che non trova riscontro!


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