Francesco Guardione
Saverio Friscia
Lettura del testo

XXI.

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XXI.

Il 1866 spuntava a grandi speranze, ed era destinato a terribili e riprovevoli movimenti. Vittorio Emanuele, inaugurando la nuova legislatura, colle parole l'avvenire è nelle mani di Dio, aveva fatto travedere molto, e parve altra volta riudire le parole entusiastiche del 1859, cioè, di non potere essere più sordo alle continue grida di dolore, alle lamentazioni, che giungevano al suo orecchio dalle oppresse parti d'Italia. La guerra contro l'Austria era inevitabile; l'indugiarla poteva ancora credersi un'onta alle afflizioni e al valore delle armi italiane. Un'altra volta il re e il popolo si stringevano alla liberazione d'Italia, a danno dell'Austria; e un'altra fiata il Governo, non inspirato a' sentimenti nazionali, prostrerà, di concerto a Napoleone, il nome italiano nel fango, secondando la rapacità della diplomazia cogli errori e co' tradimenti. Giuseppe Mazzini, volgendosi al re, aveva detto: Sire, voi errate, noi avremo Roma e Venezia, e voi non avrete il Piemonte, ed aveva volte le aspre parole a cagione degli uomini di gabinetto, che, da Villafranca alla convenzione del settembre 1864, avevano compìti una serie di atti timidi, servili, antinazionali.

Corsi sei anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, il malcontento si accresceva per varie cause. In Toscana, si udiva, con rammarico, il si stava meglio quando si stava peggio; Giuseppe Garibaldi si era lasciata scorrere una lacrima, avuta notizia che, nell'eroica Palermo, nella città delle barricate, si era mostrata da' nemici d'Italia la bandiera borbonica. I desiderj di compiere l'unità nazionale colla rivoluzione, di non più obedire ciecamente a Napoleone, esasperavano coloro, che tutto, e vita, e libertà, e sostanze, avevano sacrificato per il lustro della patria, e li facevano nemici dello stato presente; il nuovo e rovinoso sistema di tasse, esatte con audacia di modi e con funeste persecuzioni14. Accresceva le file dei malcontenti, di cui un buon numero erano preti, l'avanzo reazionario e gli oziosi, non più sodisfatti nel viver lautamente, senza indurirsi alla fatica. Il Governo poi aggiungeva a' suoi torti male al male: seguitava a piemontizzare l'Italia, scegliendo gli scamiciati, i ladruncoli, gl'ignoranti, gl'inetti, in qualsiasi coltura, a popolare le province del mezzogiorno con incarichi di molta importanza. Si votò, senza beneficare il popolo, la legge di soppressione delle corporazioni religiose; e tant'altre cose si fecero, che, in futuro, saranno narrate senza timore di adulazione, di falsità e di mendacio.

Per le gravose tasse si tennero meetings nelle prime città; e in Napoli, l'assemblea, presieduta dal venerando Avezzana, protestando contro il sistema, fece voti che presto Roma e Venezia fossero riunite all'Italia, cui, non mancando tutte le sue terre e co' confini naturali potrà essere un fatto di natura15. Saverio Friscia levava forte la voce per condannare le gravezze delle imposizioni; e, coerente sempre a se medesimo, a' professati e manifesti principj, presagendo il male e indecoroso fine della guerra del 1866, lottò molto in Napoli, volendo persuadere i volontarj che, nel prender parte ad essa, compromettevano la nazione in un inganno concertato da Napoleone Bonaparte.

Il 7 luglio 1866 non votò la legge, che sopprimeva le corporazioni religiose, non perchè volesse il monachismo, del quale fu in ogni tempo acerrimo avversario, ma perchè indotto dal credere, che quella legge doveva essere legge di giustizia e di libertà, per conservare moralità, come conseguenza dell'applicazione dei principj di giustizia e di libertà. – Legge di giustizia sarebbe stata riducendo alla legge comune i privilegiati del monachismo, e rendendo al popolo i beni, strappatigli col fanatismo e colla superstizione. – Di libertà, poichè, sopprimendo, gli abusi delle cose religiose privilegiate, non doveva offendersi il sacro diritto di associazione. E sostenne alla Camera che, facendo una legge finale, senz'abolire il monachismo, si sarebbero pur visti un branco di miserabili parasiti, assai più perniciosi, che avrebbero costituito il lievito sempre pronto a far risollevare il monachismo. pare abbia emesso uno sproposito: il monachismo è già in fiore; a Genova e in altri luoghi il noviziato si accresce, e di questa cancrena, non certo si sarà liberi. Frattanto lo scandalo è un vitupero, credendosi che si ritenne rovinoso il monachismo per le sostanze ricchissime, delle quali era possessore! Cosa più opportuna, sembrò al Friscia, l'interpellare per il prolungato mantenimento delle Decime, per cui avea chiesto al tempo del governo dittatoriale l'abolizione. E guidato da rettitudine e dall'amore del giusto, non ostante gli stringenti raziocinj, per la totale scomparizione del monachismo, in questi ultimi anni invocando giustizia per le religiose, alle quali è data in pensione la limosina di venti soldi, qualificò ingiusto tal povero mantenimento pei diritti acquistati e messi in garentia dalle precedenti leggi.





14 Quando, mutato l'attuale stato politico, le istorie ricorderanno i balzelli di Spagna e gli imposti all'Italia sorgente, si meraviglierà che da noi e da' nostri predecessori si fossero ricordate le esazioni spagnuole. Si fremerà nel vedere registrate le nequizie del Governo d'Italia, che, non contento di strappare al povero il pane, il misero pane, frutto di lungo lavoro, col gioco del lotto, lo priva di tutto, lo immiserisce, gli vende l'angusto tetto, lo costringe a fuggire cercando il rifugio d'un altro cielo. Altro che Spagna!



15 Luigi Settembrini, (Lez. di lett. italiana, v. 1) diceva in riscontro all'ingiuria del Metternich, che il dir l'Italia un'espressione geografica, è un affermare un fatto di natura.



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