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XXII.
In quell'anno 1866 gli avvenimenti di Palermo destarono maraviglia e orrore. I risultati della guerra erano stati d'avvilimento e indecorosi; lo stato d'assedio, proclamato nella provincia di Palermo, e la fierezza militare, con cui si eseguiva la legge di soppressione, scorò gli animi profondamente cruciati. Ei non è dubbio alcuno, che la reazione inferocita, contaminando lo stendardo di republica, baldanzosa scotevasi, e fingendo di tutelare i diritti del popolo, almanaccava il ritorno al passato; ei non è dubbio che le mene reazionarie si dovevano combattere, ma la ferocia esasperò, e parve rinnovatrice del passato. I pieni poteri militari inorridivano: inorridiva, sopratutto, che un carabiniere, o un umile impiegato della publica sicurezza, disponesse delle vite e delle sostanze de' cittadini. I casi di Misilmeri erano stati sì deplorevoli, che il Ricasoli, presidente del Consiglio dei Ministri, diceva d'aver provveduto energicamente per quell'ufiziale di publica sicurezza che, nel comune di Misilmeri, assumeva la qualità di regio delegato: «Io non indugiai un momento ad interpellare telegraficamente il Commissario straordinario di Palermo, e n'ebbi in risposta che da più giorni l'Autorità Governativa di quella Provincia aveva avuto a dubitare della regolarità della condotta di quel Delegato a riguardo delle imposte comunali, e che, non solo lo aveva rimosso dalle sue funzioni, ma sottoposto eziandio a giudiziale procedimento». Così il Ricasoli scriveva a Saverio Friscia. Ed egli, pei fatti di Palermo, qual deputato del 2° collegio, scriveva al Presidente de' Ministri sugli ultimi accaduti: «....Più che da quaranta giorni si è imposto e si prolunga nella Provincia di Palermo un regime, non dirò contrario alla Costituzione, allo Statuto, alla Legge, ma contrario alla morale, alla giustizia, all'umanità. Questo stato di cose, che scompiglia la società dalle sue basi, che, più che calmare e moralizzare esaspera gli animi e peggio li corrompe e li snatura, è già mancato compiutamente al suo scopo. I pacifici ed i timidi non sono mica rassicurati e tranquilli, per la forza imponente, che ha dispiegato il governo. Gli sconsigliati e gli abbrutiti non si sono ammansati colla violenza e col rigore».
Ma alla lettera del 5 novembre 1866, da cui si toglie questo brano, il Ministro Ricasoli, rispondeva da Firenze, il 14 novembre, accusando il Friscia d'aver voluto piuttosto declamare un'accusa contro del Governo, che per invitarlo a provvedere nei modi di giustizia su di un legittimo reclamo. Il Ricasoli, non riponendo piena fiducia al Friscia, deputato dell'opposizione, credeva che questi declamasse; nè s'accorgeva ch'era quello il linguaggio del popolo sanguinante, e che a un deputato spettava in fine di chiedere al Presidente dei Ministri, per arrestare il male, un provvedimento; avendogli manifesto, che, fino a quel punto, non muovendo reclamo o protesta contro gli atti che compionsi nella Provincia di Palermo aveva mancato al debito d'uomo, di cittadino, di Deputato. E, a meglio chiarire le cose, il Friscia, con sensi liberissimi, mandava allo stesso Ricasoli una seconda lunghissima lettera, per fargli meglio comprendere, che gli avvenimenti cennati da lui, e pei quali dimandava un pronto riparo, non erano una fantasmagoria, o parole riunite per accusare il Governo, ma tali, la cui evidenza non poteva contrastarsi16.
La questione epistolare divenne di lì a poco una discussione in Parlamento, perchè il Friscia, nel decembre, propose interpellanza, che fu rimandata ai quattordici gennaro. Quel giorno, in seguito alle più vive dimostrazioni e al lungo questionare per una pregiudiziale del deputato Ventureli, si accolse questa contro l'interpellanza del Friscia, approvandovi l'ordine del giorno Mordini, Bertani, Crispi e La Porta, sostituendo un'inchiesta spegnitrice ad un'interpellanza, che avrebbe rivelato il vero.
Dopo la interpellanza per gli avvenimenti gravi e funesti della provincia di Palermo, sì il Friscia che il deputato Fanelli, presentarono un ordine del giorno. E ambi, astenendosi di deporre il voto per la legge sull'esercizio provvisorio, e senza bilanci consuntivi, protestavano contro gli atti del Ministero, che chiamarono incostituzionali. Si leggeva nelle stesse:
La Camera,
«Considerando, che la sola grave garenzia accordata dalla Costituzione, sia quella del controllo esercitato dalla Camera sul potere esecutivo per mezzo della discussione dei bilanci e dei consuntivi;
«Considerando, che lo stato delle finanze del regno si è deplorevolmente reso l'un anno più che l'altro peggiore e minaccioso, sicchè le gravezze oltre modo cresciute e mal ripartite generano un malcontento generale, che potrebbe seriamente riuscire dannoso alla sicurezza dello stato;
«Considerando che il cattivo sistema governativo è causa del pessimo andamento delle condizioni economiche e finanziarie del regno;
«Considerando, che niun conto consuntivo è mai stato presentato alla camera;
«Considerando che il progetto di legge per l'esercizio provvisorio del 1° trimestre del 1867, è il proseguimento di tutto il deplorevole sistema passato;
«Considerando, che se non si perviene ad ottenere che le leggi dello stato sieno scrupolosamente rispettate, da chi più che ogni altro ha debito di tenerle in onoranza ed ossequio; le garenzie costituzionali divengono affatto illusorie e nulle; nega il voto al progetto di legge dell'esercizio provvisorio, e protesta contro la continuazione di questo sistema contrario alla legge fondamentale dello stato».
S. Friscia