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APPENDICE | «» |
Negli ultimi anni di sua vita il Friscia fermò la sua dimora nella città natia; ove, anche afflitto da malattie, non mise in oblio la sua attività. Ed un esempio, che poteva essere assai fecondo alle istituzioni libere, lo diede colle sue teoriche sul Comune, svolgendole in un Comizio popolare tenuto in Sciacca.
Dopo le elezioni del 1882, visse tranquillo altri tre anni e pochi mesi, pesandogli un po' la ingratitudine de' dimentichi de' benefizj. Un passato sì glorioso in uomo, che conservò sempre purezza di costumi, che solo levò la voce per la causa della giustizia e della libertà, non doveva rimanere ignaro a' vegnenti, ed io mi affrettai a scrivere le pagine biografiche, che, dopo il 1883, ricompariscono ora in quest'anno 1913, che segna la data centenaria di sua nascita. Però, siccome sovente ci è dato conoscere che le pagine autobiografiche abondino di sincerità e di eloquente dire, le confidate a noi, in appunti, tenute gelosamente, le rendiamo note, sperando che alle stesse non possa venir meno l'accoglienza.
A Felice Cavallotti, soldato e poeta dell'Unità politica, offrimmo le nostre pagine, consapevoli dell'ira, che avvampò il suo petto nell'udire che il grande cittadino non avrebbe trovato il suo posto nella Camera nazionale, troppo meravigliato della ingratitudine degli elettori, corrotti dalle male insinuazioni de' mercanti della politica.
Saverio Friscia moriva il dì 22 marzo 1886, e la memoria resterà sempre viva nella mente degli onesti e de' generosi, anche pochi, che non piegano a viltà, e che attendono l'avvenire luminoso d'Italia e dell'umana famiglia.
Quest'«appendice» conterrà i seguenti scritti:
1.° Una missione del dottor Saverio Friscia presso il Dittatore.
2.° Lettere di Saverio Friscia a Benedetto Castiglia.
3.° Lettera di Giorgio Asproni a Saverio Friscia.
4.° Lettera di Saverio Friscia alla redazione del giornale «L' Appello».
5.° Lettera di S. Friscia ai fratelli della Loggia Belik.
6.° Lettera di Saverio Friscia a Francesco Guardione.
7.° Teoriche sul Comune, ed «Ordine nel Giorno» presentato in un Comizio popolare tenuto a Sciacca.
8.° L'ultima volontà di Saverio Friscia.
9.° Ricordo de' Parentali a Saverio Friscia.
10.° Lettera di Luigi Sarzana a Saverio Friscia.
Una missione del D.r Saverio Friscia presso il Dittatore
Saverio Friscia, deputato nel 1848 alla Camera dei Comuni, giovane intrepido, prevedendo le rovine della rivoluzione, combattendo la inerzia e la titubanza, fondò il giornale L'Assemblea Costituente, augurando che la Sicilia, in lega coi governi repubblicani di Toscana, di Roma e di Venezia, emettesse una costituzione da aver vigore in tutta Italia. Chiuso il periodo assai infaustamente, Saverio Friscia obligato, prese le vie funeste del domicilio coatto, prima in Trapani, indi nel fosso di Favignana; ma nel 1850, scelto l'esilio a Genova s'incontrò con Rosolino Pilo, la cui opera politica, ispirata dal Mazzini, era una sicura preparazione delle future sorti italiche. Un anno dopo il Friscia, povero di mezzi, si stabilisce a Parigi, esercitando la medicina omeopatica. Egli, corrispondendo col Mazzini, dagli avvenimenti della insurrezione di Milano fino al 1859, si dedicò sempre alla politica d'azione, sperando nel suo ritorno di veder libera l'Italia. E qui tornò nel 1860, e il 2 agosto, in un circolo, non si ritenne dal dire che l'avviamento politico rivelavasi peggiore che nel 1848. Egli combatteva, seguendo Garibaldi, la immediata annessione, inculcata ferocemente da un partito aberrato e schiavo, che, in sul nascere, si affannò di distruggere la rivoluzione, seppellire il popolo risorto, dopo lunghi secoli di successioni regie, che avevano esercitato la forza despotica.
Il Generale, Dittatore, emetteva il dì 16 settembre 1860, un decreto, tanto per la Sicilia che per il Napolitano, uniforme nelle parole e nei concetti, che si legge al n. 200 della Raccolta degli Atti del Governo Dittatoriale e Prodittatoriale in Sicilia (1860) e al n. 45 della Collezione degli Atti delle Leggi e Decreti emanati nelle Provincie Continentali dell'Italia meridionale, e in esso si decreta
Assunto alla Prodittatura Antonio Mordini, volto il saluto al popolo siciliano col proclama del 18 settembre, procedendo nell'amministrazione della cosa pubblica, senza le violenze del predecessore Agostino Depretis, lancia spezzata del conte Cavour, il Ministero ricomposto dopo il dì 17, giorno in cui il Dittatore riapparve in Palermo per calmare le turbolenze degli animi divisi e combattenti per ire di partito, non rimase completo al suo posto, e alcuni tra i componenti lo stesso, si dimisero, timorosi dei tumulti popolari, derivate dalle prepotenze del Gabinetto di Torino, sostenute fino allora dal Depretis, e che avevano costretto Francesco Crispi a dimettersi. Il Mordini, con saviezza e con equanimità, cercò di ristabilire l'ordine, affinchè le discordie non avessero, in quei supremi momenti, degenerato. E accorgendosi, sia lui che il Ministero, che il Governo di Napoli, anche sotto gli auspici della Dittatura, composto di uomini, che avevano guerreggiato il Borbone, arbitravano voler sopprimere alla Sicilia gli atti dell'autonomia amministrativa: vergogna e crudeltà che dal 1817 al 27 maggio 1860 avevano diviso i due popoli, furente sempre negli oltraggi, nei contrasti, perfino nelle violenze di sangue come nel 1820, nel 1837 e nel 1848. Il Ministero del Napoletano era governato dallo Scialoia, dal Pisanelli, dal Cosenz, dal D'Afflitto, dal Ciccone e dal Romano, e pare che nel medesimo, non ostante la correttezza scrupolosa del segretario generale Agostino Bertani, qualcuno avesse perseverato nelle passate idee municipali, che avevano accresciute le odiosità dei due popoli, dei quali, se la origine era stata di un popolo, nella primitiva Italia, trascorsi i secoli, gl'interessi e la costituzione politica non erano stati unici. Ma ripetiamo, vergognosamente, proclamata a Calatafimi la Unità nazionale, i Ministri napoletani, nella più parte sfacciato servitorame del conte di Cavour, come io ho dimostrato in varie opere, volevano ancora sacrificata all'abiezione, anche temporaneamente, amministrativa la Sicilia; la quale, fino al 1848, aveva reclamata la sua autonomia politica e amministrativa movendo per trent'anni guerra al Borbone, che, scelleratamente, aveva dato turpe interpretazione al trattato del Congresso di Vienna del 1815.
Saverio Friscia per gli ordini del Mordini, che non vuole offesa la Sicilia, compie una missione presso il Dittatore, che, rinfrescandola, gioverà per la storia: gioverà molto per far compresi i molti che le vicende politiche, nel 1860, non furono rette con la onestà, che doveva proclamare la rivoluzione unitaria, intenta a distruggere il passato, le mire regionali predominanti in quella Napoli, che sotto i Borboni noverò uomini nefasti alla Sicilia, strapazzata con crudeltà. La storia, cancellando la zavorra delle parole adulatorie, bugiarde e false, ricorderà questa missione del Friscia, in cui è memorevole tal ricordo: «Esposi, in secondo luogo, come voi fermo sostenitore (Mordini) del principio dell'Unità Italiana sotto lo scettro del Re Galantuomo, siete altresì geloso dei titoli e dei diritti di quest'Isola gloriosa, di cui vi sono, per ora, commesse le sorti, e che perciò non potevate rimanere indifferente a taluni atti dell'Amministrazione Napoletana, che pareva tendessero ad assumere ingerenza nelle cose amministrative dell'Isola, e che era mestieri chiamarvi su la suprema attenzione del Dittatore, e provocarne, in principio, le opportune disposizioni e dichiarazioni.»
Le parole, in principio, sono gravi, e fan considerare che a Napoli i Ministri devoti al Cavour, gli annessionisti arrabbiati, atterriti che la rivoluzione trionfasse col principio mazziniano, non si erano svergognatamente spogliati dell'abito borbonico, d'incrudelire sulla Sicilia sorta a libertà e ad Unità, contro la Sicilia, che aveva preparato e compiuta la rivoluzione nazionale troncata a Villafranca: d'infangare il popolo napoletano, che aveva imitato la Sicilia nel propugnare colla rivoluzione il principio nazionale. Garibaldi, udito il Friscia, protesta, volendo rigorosamente mantenuta l'autonomia amministrativa della Sicilia, chiamandola giusta e sacra sostenendo che i Ministri di Napoli non devono avere alcuna pretesa su quelli della Sicilia, e, che, distinte le due regioni amministrativamente, sarebbero state congiunte pel trionfo dell'Unità politica.
Io quì mi fermo e cedo la parola a Saverio Friscia:
Onorato dalla vostra bontà, d'un incarico speciale presso il nostro glorioso General Dittatore, io vengo, non appena il posso, a rendervi conto dell'andamento come del risultato della mia missione.
Esposi io in prima al Dittatore la difficile condizione, in che vi avrebbe messo il decreto del 16 settembre nel momento attuale, in cui le comunicazioni col Continente non sono ancora attivamente regolari; ed egli solennemente rispondevami, che: non essendo dominato dalla Decretomania, più che per la volontà di tutto determinare da sè, se erasi specificatamente riservata la facoltà di sanzionare le leggi, lo aveva fatto perché:
1° La guerra che si combatte avesse, a questo modo, direzione unica.
2° Perchè queste due provincie dell'Italia meridionale fossero così avviate, con generale unico sistema di legislazione, all'Unità del Regno Italico.
3° Perchè all'estero non avesse, come di ragione, che un organo solo di rappresentanza.
D'altronde ci soggiungeva, che riponendo in Voi fiducia interissima, è sicuro che voi propugnerete qui vigorosamente il programma generoso che egli tracciò al popolo che lo accolse con entusiasmo e promise di difenderlo; vi sospingeva ad usar largamente dei poteri conferiti, e vi lasciava, per mio organo, latitudine piena, in quella linea che è sacra per voi, onde fare il bene del paese che vi è dato a reggere e della gran Patria Italiana. Egli ve ne approvava e dava, da quel momento, lode anticipata.
2° Esposi, in secondo luogo, come voi fermo sostenitore del principio dell'Unità Italiana sotto lo scettro del Re Galantuomo, siete altresì geloso dei titoli e dei diritti di quest'Isola gloriosa, di cui vi son, per ora, commesse le sorti, e che perciò non potevate rimanere indifferente a taluni atti dell'amministrazione Napoletana, che pareva tendessero ad assurgere ingerenza nelle cose amministrative dell'Isola, e che era mestieri chiamarvi su la suprema attenzione del Dittatore e provocarne, in principio, le opportune disposizioni e dichiarazioni.
Ei, protestava essere sua ferma volontà che venisse rigorosamente rispettata l'autonomia amministrativa della Sicilia, che è giusta e sacra. Che i Ministri di Napoli non avrebbero alcun potere su quello dell'Italia e che le due provincie amministrativamente separate affatto e distinte sarebbero politicamente congiunte per lo scopo unico della Unità Italiana.
Egli ignorava completamente le ingerenze cui si accennava, che avrebber potuto eccitare delle disaggradevoli comunque giuste suscettibilità e che avevan quindi sospinto il vostro zelo in pro dei diritti della Sicilia. Il Dittatore mi ordinava, gli facciate costare dell'esistenza di tali atti.
3° Per quel che riguarda gli avanzi o le prestazioni che la Sicilia nelle strettezze attuali, nello esaurimento in che aveala messo un governo stupido e depredatore, ha pur fatto e farà di gran cuore, il Dittatore ha ordinato che formi l'oggetto d'un conto corrente, e che le due provincie dovendo contribuire, per la causa comune, in ragione della loro popolazione, alla fine della guerra quella che avrà, in tal ragione, erogato dippiù sarà rivalsa dall'altra.
4° Quanto alle comunicazioni, che voi avreste desiderato venissero ragguagliate non solo alle necessità delle contingenze attuali, e alle esigenze della presente civiltà ed ai progressi di un popolo libero, il Dittatore mi ordinava di assicurarvi che questo forma l'oggetto di speciali sue cure, e che ei aveva dato incarichi a che si provveda che le comunicazioni della Sicilia e attorno all'Italia e col Continente venissero rese e più attive e più regolari. Raccomandava però, che il vostro governo promuova o stimoli in ogni modo, e con ogni sorta di provvedimenti, la industria privata, a stabilire sia attorno all'Italia, sia pel Continente delle linee di navigazione.
Ecco, adunque, signor Prodittatore, colle dichiarazioni ottenute, e colla confidenza pienissima, che giustamente mette in voi il Dittatore, che le restrizioni che volevansi apportare al decreto 16 settembre non divengono che nominali.
La indipendenza amministrativa della Sicilia da Napoli è altamente sanzionata e proclamata, e gli interessi suoi materiali per chi avesse potuto adombrarsi, son messi al coverto. La Sicilia può meritamente felicitarvi dello zelo e della intelligenza, che vi sospinse a ricercare ed ottenere simili dichiarazioni. E non posso finire il mio rapporto senza un attestato di riconoscenza allo spirito intelligente e conciliativo del Segretario Generale signor Bertani come all'opera e patriottica cooperazione del Signor Francesco Crispi, che hanno così reso più agevole il disimpegno della onorevole missione affidatami.
Mentre non posso far ragione a molti illustri uomini, miei cari amici, che ripudiano in parte le mie ostilità alla politica cavourriana, mi è caro dire che, ricorrendo nel novembre il centenario della nascita di Saverio Friscia, ci adopereremo non poco per recare onore ad un uomo che onorò la Nazione, con intemerata coscienza, nella rappresentanza parlamentare e in tutti gli atti della sua vita politica. E ricorderemo come, nel 1881, alle nostre premure di onorarlo, si congiunsero quelle di Felice Cavallotti e di altri nobili campioni dell'Idea italiana.
Lettere di Saverio Friscia a Benedetto Castiglia.
La debolezza che mostra il nostro governo, e la inerzia, quì indispettisce davvero quanti amano sinceramente la rivoluzione: pretendono così insinuare negli animi qualche idea di transazione?
Se ne persuadano una volta: i siciliani non transigeranno giammai, noi ci copriremo sotto le rovine della nostra città, incendieremo le nostre case, le nostre famiglie, ove occorresse, ma non recederemo per nulla dal nostro solenne giuramento. Per dio! che s'intendono mai questi signori ministri: fatti, questo popolo siciliano richiede non chiacchiere. Eglino tradiscono la nostra santa causa, la Patria! i liberali non che protetti sono, da loro conculcati, avviliti, amano di cuore solo i servi, e li proteggono.
Sol mi conforta che il Circolo Popolare ha cominciato a spingersi ed imporre su questi signori. Io spero che il popolo, finalmente conoscendo veramente i propri interessi, voglia mettersi a capo per ben condurli, avendo visto, com'altri finora li abbia assai male condotti. Il popolo che fece la rivoluzione, il popolo la compia, io lo spero.
Io sento tutta pienamente la durezza della posizione in che di tutta forza ha voluto metterci il nostro governo. Non ripeto, tutti i mali, che si son voluti lasciare, contro i quali noi ci eravamo giustamente ribellati, e dai quali ben di leggieri, con altri uomini o con altre volontà, avremmo potuto essere disgravati, ma che dirò di quegli altri, che di tutta forza ci son voluti per giunta, far pesare sopra le spalle? Pretendono così alienarci dalla rivoluzione, vorrebbero per queste male arti indurci ad una transazione all'accettazione di quel tanto ripetuto e minacciato ultimatum?
S'ingannano, s'ingannano decisamente a partito noi reclameremo, muoveremo altissime le nostre doglianze per quei mali, dei quali, bene a ragione potremmo e dovremmo essere sgravati: richiederemo istantemente quei beni che ci impromettemmo a buon diritto dalla rivoluzione, e che assai facilmente ci si potrebbe far conseguire: ma soffriremo infine tutta intera la categoria dei mali, ci copriremo sotto le fumanti ruine delle nostre città, pria che smettere per poco del giuramento solenne, con che intendemmo redimerci a libertà piena, a piena indipendenza, che avendo, per tanto tempo, formato il nostro più ardente sospiro, or che l'abbiamo già conquistato forma parte essenziale della nostra esistenza.
Dimmi precisamente cosa si pensa, cosa si faccia in cotesta, dimmi dei fatti d'Italia, in che io spero molto, anche per noi, toglimi colle tue notizie, da questa penosissima agonia, in che mi vivo.
Pel mutuo decretato il governo dovrebbe mostrare speditezza ed energia. Qualche ricco si lamenta, ma tu lo sai, essi amano più l'interesse vile, che la patria, per un obolo rinnegherebbero Iddio e la libertà, che non amano che di nome, e quando non impone loro sacrifizi a fare: ma le masse conoscono bene lo scopo di questa legge vitale per la Sicilia, che ristorando la finanza, e mettendoci al grado sicuro di potere essere presto armati, verrebbero a farci scoprire le vere e reali tendenze del Ministero.
Spero ugualmente, che i nostri ministri aprano gli occhi finalmente alla vera luce, e che quel dio, che ha miracolosamente protetto la nostra rivoluzione, essendo stato sin'ora vano ogni altro mezzo, li guidi e li tragga per altro e migliore sentiero, che quello, in che con enormissimo sbaglio, ostinatamente, si son voluti tenere finora.
Qui tutto va bene, lo spirito pubblico è tale quale a siciliani conviensi.
Lettera di Giorgio Asproni a Saverio Friscia
Stamane verso le ore 9, Santo Occhipinti, è venuto in casa a comunicarmi il telegramma che dirigesti al padre suo. Qualche mezz'ora prima io avevo dato il buon viaggio al mio nipote ingegnere per il quale ho liquidato il poco che mi rimaneva, sì per le spese di laurea, come per il viaggio che va a fare in Francia, nel Belgio ed in Inghilterra, per il perfezionamento teorico-pratico dei suoi studi. Se non era questa circostanza, io sarei venuto con quello stesso vapore. Sono nella materiale impossibilità di farlo e ho riunito gli amici Campanella, Corte e Mosto. Abbiamo ragionato con maturità di consiglio sopra questo viaggio, perchè essi soli potevano trovar mezzi di fornire le spese. Eccoti la decisione dopo le fatte congetture.
Argomentiamo che la notizia di discorsi violenti e maligni dei Ministri, e più ancora il voto barbaro della Camera abbia rinfocolate le ire e anche gli animi già esasperati in Palermo e nella Sicilia. Or bene; che potrei dir io, a nome anche degli amici? Sai qual'era ed è la mia opinione. Una sollevazione armata sarebbe una calamità per l'isola e per l'Italia. In nome di chi s'insorgerebbe? Quale sarebbe lo scopo? La Secessione forse? L'Italia vi abbandonerebbe; l'esercito vi schiaccerebbe; e anche, superando la prova, avreste o la restaurazione borbonica, od una signoria straniera. Di che il Cielo vi guardi.
Il momento non può essere più sinistro per voi. I moderati susurrano che a primavera si farà la guerra per la Venezia: il governo avvisa con circolari ai comandanti militari di avvertire i contingenti di riserva a tenersi pronti. Se la Sicilia tumultuasse, accuserebbero il partito democratico di fare con ribellioni funestissime le parti dello Straniero che tutti ci opprime, obbligando il governo ad impiegare tutte le forze disponibili nella conservazione dell'ordine interno.
Abbiamo considerato il caso in cui il furore dei siciliani non ascoltasse questo pacato consiglio di pazientare. Verificandosi la ipotesi dolorosa, che si volessero ostinatamente vendicare colle armi le iniquità patite e minacciate, i buoni cittadini provvedano che si faccia tutto in nome dell'Unità dell'Italia, perchè questa proclamazione farà battere tutti i cuori, e vi concilierà la simpatia della Nazione, anche soccombendo.
La Sicilia sarebbe irreparabilmente perduta se si lasciasse affascinare dai separatisti che s'approfittano del malcontento e degli errori, per abbellire e incarnare l'idea d'un'autonomia impossibile a conseguirsi nelle condizioni presenti d'Europa.
Tu mio caro Friscia, fosti testimone dei miei vaticini nell'agosto del 1860. Sai poi quello che scrissi: ti è noto che amo la Sicilia come la possono amare i nati in Sicilia. Son figlio d'un'isola sorella che passò per l'acqua e per il fuoco, per 150 anni tormentata dal feroce e infame governo dei piemontesi. La mia voce non deve dunque essere sospetta ai siciliani.
Or io dico, esorto, prego, supplico: non si attenti all'unità.
I Ministri spariranno; anche la Monarchia morrà; questi mali sono è vero terribili, ma son passeggeri. Combatteteli; manifestate pure lo scontento; esternate la riprovazione, ma con dimostrazioni, con petizioni, con grido legittimo che colpisca a morte Ministero e Camera, e che percuota anche nel midollo il sistema: non però si comprometta la patria.
Io avrei desiderato che dopo il voto ingiustificabile, i deputati siciliani – tutti – avessero date le loro dimissioni. Sarebbe stato un grande esempio: avrebbe partorito effetti più salutari di un'insurrezione. Ma vedo che tengono all'Uffizio già discreditato e disonorato. Anche gli uomini della Sinistra son restii; taluni – e non degl'infimi – sono di contrario parere. Si annientano nella pubblica estimazione. Peggio per loro. Campanella e altri pochi son decisi a deporre il mandato. Affrettati d'inviare la tua rinuncia motivata come stimerai meglio, e dirigerla al Campanella. Non più indugi. Egli l'aspetta. I restii saranno inesorabilmente trascinati dall'esempio.
Supplita colla presente la parte che avrei potuto sostenere in persona se fossi venuto, aggiungerò che io mi determinerò a farvi la visita, se la crederete indispensabile, e se mi saranno somministrati i mezzi che non ho. Questo tu dirai agl'intimi nostri.
Nella settimana passata feci una corsa a Livorno, Pisa e Firenze; e anche questo viaggio mi cagionò spese impreviste.
Ed io vivo di poco e lavorando sempre. Palermo tace. Non ci penso più.
Saluta gli amici, e comunica loro questi miei sensi. Sulla mia persona contate sempre, specialmente in tempi di pericolo e di sacrifizio. Mille cose a tua moglie.
Saverio
Friscia alla redazione
del giornale "L'Appello"
Agli
amici della Redazione del giornale
«L'Appello»
Pubblicando nel numero 13 del vostro ben accolto giornale il telegramma dei miei onorevoli amici Nicotera, Matina etc., voi eccitavate i deputati della sinistra che si trovassero in questa italiana provincia a seguire il lodevole esempio.
Da ciò son messo nella inevitabile necessità di fare la seguente dichiarazione, che io vi prego di volere rendere pubblica, nelle colonne del vostro periodico.
Il voto del giorno 10 dicembre se mi ha addolorato e commosso non mi ha di certo sorpreso.
E maggioranza e governo sono stati logici e sono, conseguenti al loro principio, al loro sistema, che – per influenze – nell'inizio e in tutte le fasi per cui si è svolto, non ha rappresentato, nè può altro rappresentare, che il fatto di annessioni ad un governo costituito. All'Interno – la dipendenza alla Francia per stipulazioni già stabilite a Plombieres –– reazione e negazione dell'unità.
Le prime proposte del governo e le conseguenti dichiarazioni della Camera, furono le prime dichiarazioni contro il Plebiscito che prodotto dalla rivoluzione, era la consacrazione dell'Unità ed Individualità della Patria, e quindi condanna della dipendenza al Buonaparte e dell'indegna vendita di Nizza e Savoia–Sarnico–Aspromonte.
Il brigantaggio e la Marmora in Napoli – i proconsoli e l'insolenza di caserma in Sicilia – lo stato di assedio – le misure militari – lo strazio osceno della moralità, della libertà e della dignità della Nazione col soprapiù dell'ironia e del sarcasmo, sono le fatali conseguenze del fatalissimo sistema.
Non è Sicilia e Napoli, che si combatte e tortura, è il Principio Unitario, che sviluppato gigante, in queste provincie colla rivoluzione e coll'aiuto del patriottismo di Garibaldi, qui, può completamente maturarsi o spegnersi!....
Con tali credenze ed opinioni, il progetto di dimissioni della Sinistra ed il tramutamento della Capitale, io l'ho propugnato, da tanto, con tutte le mie deboli forze.
Da Sarnico, io non credevo più conveniente di entrare nella Camera... Ma infine in novembre 63, non mi lasciai più indurre e dichiarai ai miei elettori, ai quali mi presentai, e a tutti gli amici politici che vidi in Sicilia ed in Napoli, le ragioni della mia assenza dalla Camera, avendo a vari colleghi data ampia facoltà di ritenermi dimissionario, tosto che avessero creduto conveniente, eglino, di dimettersi.
Gli onorevoli La Porta, Robaudi, Bertani in Torino, ed altri, che sono stati tra i più decisi per quest'atto di onestà, giustizia e moralità politica, hanno già fatto uso, secondo le facoltà che ne avevano del mio nome, in diversi progetti di dimissione che sono in corso.
Questo sappia il paese, per ora, e i miei elettori, a discarico della mia responsabilità.
Fr:. Ven:., Cariss:. ft:. delle R:. L:. Belik 113
Ricevetti con gioia la vostra fraterna parola ed eccomi pronto a rispondere fratellevolmente alla vostra tav:. del 13 corrente pervenutami ieri sera.
Il mio programma si compendia in pochissime parole – Libertà e Giustizia in tutto e per tutti. – Gli atti della mia vita non breve nè scevra di sacrifici rispondono a testimonianza del programma a cui sono vissuto e morrò devoto.
Questo posso dire da onesto mas:., senza orgoglio, ma con franchezza di fratello a ff:. quali voi siete e mi vi mostrate.
Avrò molti falli ond'essere rimproverato nella mia vita certamente: qual'è l'uomo, o ff:., che possa, con dissennata stoltezza, credersene esente? ma con serena coscienza io posso dichiarare con alterezza che l'onorevole mandato di rappresentante della Nazione io l'ho mantenuto puro e senza macchia per tutto il tempo che m'è stato generosamente confidato, sì che io possa sempre, in mezzo a tante prevaricazioni ed apostasie, riconsegnarlo immacolato ai miei committenti senza rimorso e senza cordoglio. Ho tenuto e tengo come segno di alta onoranza d'esserne investito, non ho mai, altresì, cercato di carpirlo e di mantenerlo con bassezza e con prostituzioni.
Nemico aperto e dichiarato del sistema che ha straziata, ammiserita e disonorata l'Italia, io ho chiesto e mantenuto il mandato di rappresentante non per fornicare col potere che osteggio e farmene scala a salire, ma come mezzo di solenne protesta. Convinto che col sistema attuale il cangiare di ministeri non valga mutamento di principii e di direzione, poichè il sistema impone e trascina, così io mi ritrassi dopo il 1862 dal far causa comune con la così detta Sinistra parlamentare, che non può avere altro scopo che far cangiare ministeri, ma non sistema.
Io ridussi meno frequente la mia presenza alla Camera quando non la esperienza sola e il giudizio astratto, ma il calcolo matematico mi dimostrò la inutilità non solo, ma il danno della presenza alla Camera di deputati convinti e dichiaranti quella incontrastabile condizione di cose. E, infatti o Fratelli, se non m'inganno, questo avrebbe potuto ingenerare l'equivoco di speranze vane ed impossibili, che io non volevo mantenere nei miei committenti, poichè l'equivoco che ha dominato e che domina pur tuttavia sciaguratamente nel nostro paese è quello che ha trascinato la Nazione nella miserrima condizione in che si trova. E che in questo non mi fassi punto sbagliato, ve lo deve aver dimostrato ineluttabilmente il fatto mai smentito finora, che l'opposizione è stata completamente inefficace non dico a produrre ombra di bene, ma bensì ad impedire il menomo male.
Ecco, o frat:., brevemente le mie giustificazioni e il mio programma franco ed onesto. Giudicatemi or Voi, con severità, ma con accorgimento e giustizia. Se volete l'apparenza o l'inganno volgete altrove i vostri suffragi. Io non mentirò mai colla mia coscienza, nè col mio dovere: non transigerò mai in fatto di giustizia e di libertà. I Liberi Muratori non potranno condannarmi per questo.
Quando si è trattato di difendere la Giustizia e la Libertà sia di individui speciali che per Comuni o frazioni del mio Collegio e d'altri d'Italia, io sono stato sempre e con tutte le mie forze sulla breccia e vi starò!
Accetterò sempre comandi di particolari e comuni, e difenderò con costanza ed abnegazione secondo giustizia come uomo onesto e come Deputato, ma non ingannerò per fine di vanità o di ambizione, nè l'opinione altrui nè l'intimo mio sentimento.
Sarò pronto a dare più largo sviluppo a questi concetti qualora ne fosse d'uopo; verbalmente o per iscritto quando me ne richiedessero i miei elettori, che io credo siano i miei padroni, la mia guida, i miei giudici.
Accogliete, fratelli, il mio triplice bacio e l'attestato cordiale della mia fraterna devozione.
Sempre vostro
Lettera
di Saverio Friscia a
Francesco Guardione
Egregio Professore ed amico singolarmente buono per me!
Sebbene vinto dalle vostre cortesi ed amorevoli insistenze, pure, ve l'assicuro stento e soffro a trovar modo di stendere in uno straccio di carta le particolarità che voi mi chiedete, intorno a certe epoche e circostanze della mia vita. Egli è, perchè dove volete che vada a pescare delle singolarità rimarchevoli, per me che non mi son sollevato, non dico d'una spanna, ma nemmeno di un millimetro dal comune degli individui, i quali tutt'al più non possono pretendere sia detto di loro, che procurarono di adempiere ai propri doveri e che mantennero fede inviolata ai principi?
Nella stretta in cui mi trovo di adempiere ad una promessa che pure vi ho fatta e le serie difficoltà che trovo in adempierla, m'è venuto in aiuto un elenco che m'è stato messo sott'occhi dal bravo giovane Gallo Peppino, ed eccomi al caso di scrivervi le poche note che mi sarà possibile di darvi.
Un mio cugino che portava lo stesso mio nome, sebbene frate domenicano pei fatti del 20-21 fu condannato a morte. Gli fu commutata la pena a 25 anni di ferri. Tornò in Sciacca al 1846 col corpo affranto è vero, ma l'animo indomito. Con lui si riscaldò qui il sentimento della libertà e nella cella monacale di lui si organizò e regolò la cospirazione da me iniziata sin dopo il 1837. Mio cugino morì subitamente, quando noi avevamo in Sciacca legate relazione cogli animosi autori dei movimenti di Messina del l° settembre.
Io surrogai mio cugino e Sciacca aveva già per opera de' miei parenti ed amici compiuta la locale rivoluzione, quando Palermo insorgeva il 12 gennaio 1848.
Eletto deputato alla quasi unanimità, è inutile dire che tenni sempre per le idee più avanzate.
Fui presidente del Circolo Operaio per acclamazione e membro della Commissione per alloggiare ed aiutare i Messinesi fuggiti da Messina dopo il 7 settembre. Il poco che feci col massimo amore in quella circostanza, mi valse la elezione pel 1° Collegio in quella città, nel 1865.
Quindi avendo dovuto optare per Palermo, proposi si eleggesse Mazzini, e per ciò, dopo averne fatta la proposta in Messina in un banchetto, che mi si diede, la sostenni, nel Popolo d'Italia di Napoli, insieme a Giorgio Asproni, Vincenzo De Luca, Carlo e Raffaele Mileto.
In Palermo nel Marzo del 49 fondai un nuovo giornale, L'Assemblea Costituente, scopo del quale era di sostenere la lega della Sicilia, co' Governi repubblicani di Toscana, Roma, Venezia e dettare, federandosi, una costituzione unica per l'Italia.
La caduta miseranda della rivoluzione siciliana mi mise in pericolo di vita, non potei emigrare perchè gravemente malato e perchè del resto risoluto a mantener viva l'agitazione ad ogni costo contro il Governo borbonico.
In Ottobre 49 fu ordinato il mio arresto, ma perchè malato, mi si commutò nel domicilio coatto a Trapani, obligato però a partire immediatamente. Preso dalla febbre a metà strada, in Santa Ninfa, ebbi amorevole ospitalità in casa De Stefani, epperò si ordinò il domicilio coatto a tutti della suddetta famiglia, perchè malato, mi avevan dato ospitalità in un comune, dove non c'era un albergo. Fui obbligato a ridurmi al domicilio di Trapani in ogni qualunque modo, e vi pervenni sopra un carretto al 1° Novembre 1849.
In Trapani malgrado fossi sorvegliato rigorosamente, mi misi in attiva relazione con tutti i rivoluzionari dell'Isola, cogli emigrati ed altri.
Mi adoprai per la fondazione d'un Comitato rivoluzionario in Palermo, ed altri nelle diverse provincie dell'Isola. Io ero a capo e rappresentante per le due provincie di Trapani e Girgenti.
Stabilito un progetto d'insurrezione, il Rigilifi, prefetto di Trapani fece arrestare sei giovani delle principali famiglie di Trapani, e 53 contadini.
Per me ordinò l'arresto in casa, guardato a vista, sperando di poter così avere il bandolo della matassa. Per quanto si fosse inferocito sugli arrestati giovani, che furono trascinati dal Castello di Trapani, in quello di Favignana con ogni maniera di pressione e di minacce, nessuno rivelò cosa alcuna, meno che un sig. Giuseppe Orlando, il quale accusò anche i propri parenti signori Castagna, egregi negozianti, niente sospettati, e in casa de' quali, come in luogo sicuro, noi ci solevamo riunire. Avuta la confessione dell'Orlando si sperò di poter trarre me a dichiarare. Dopo essere stato esposto a vari tranelli, ne' quali non inciampai, fui tratto alla presenza del Prefetto Intendente, accompagnato dal Capitan d'arme con 4 birri e 4 compagni d'armi e sottoposto ad un interrogatorio di 2 ore e mezzo dall'Intendente Rigifili, assistito come segretario, dal Consigliere di Prefettura Coffaro, il quale era tanto reazionario e borbonico, quanto l'altro Consigliere Minolfi era onesto, liberale e sempre buono ed amorevole per me coatto, in Trapani, mentre il Coffaro si prestò al Rigifili nel perseguitarmi.
Da questo lunghissimo e pericoloso interrogatorio, dietro le deposizioni dell'arrestato Orlando, non poterono cavar nulla. Il processo fu passato al Potere giudiziario. L'istruttore non avendo potuto nulla trovare contro me e gli altri arrestati, dichiarò di non farvi luogo. L'Orlando, confesso, fu condannato alquanti mesi di carcere.
A me fu imposto di non sortire avanti la levata ed il tramonto del sole, come ai borsaiuoli. Quindi, con telegramma del Satriano, fu ordinato: «Si mandi Friscia in Favignana, e se persiste ne' suoi principii sovversivi, alla cittadella di Messina».
Fui tradotto in Favignana l'11 di Giugno, non senza avere disposto e provveduto per le corrispondenze tra i comitati rivoluzionari.
Anche in Favignana trovai modo di seguire con attività il lavoro rivoluzionario e sempre in intesa cogli amici dell'Isola e della emigrazione. L'Intendente Rigifili recossi in Favignana per dissuadermi di pigliar la seconda via dell'esilio perchè sperava di potere dallo azzardo o da una parola mia, trovar modo di coinvolgere ne' processi di cospirazione il Barone Cuddio ed il Principe di Pandolfina, in intima relazione con me; ed implicatili con qualche fondamento, riuscire a farsi onore col Governo, ovvero mercanteggiare con quei due ricchi signori, a vender loro cara la protezione o l'indulgenza. Col Friscia non venne a capo di nulla sebbene l'Orlando nella deposizione avesse dette delle relazioni de' due Signori con me, e che contribuivano alle spese pei comitati ed i lavori rivoluzionari.
L'8 di Luglio nell'Ulisse brigantino comandato dall'egregio G. B. Righetti da Venezia, partivo da Trapani per Chioggia, onde riparare poscia a Genova, non avendo voluto accettare le generose offerte di un Capitano di New-Orleans, che voleva condurmi in America.
In Genova, dove arrivai verso la metà d'agosto lavorai con Rosolino Pilo, di cui ero l'amico più confidente ed affezionato. Tenemmo vivo lo spirito rivoluzionario, combattendo accanitamente gli opportunisti e gli onesti e moderati d'ogni genere.
Costituitosi in Londra il Comitato rivoluzionario Europeo con Ledru, Rollin, Mazzini, Ruge, e stabilitosi che dovessero costituirsi a Parigi altri Comitati corrispondenti con quello di Londra a mezzo di comunicazioni colle regioni Italiane, convocate le emigrazioni di Parigi, Marsiglia, Malta, Torino, Genova, Alessandria, fui, col maggior numero di voti, nominato membro del Comitato, che doveva risiedere a Parigi, composto, con me, da Michele Amari, lo storico, Tommaso Landi, Giacinto Carini, Marchese Milo.
Io, per adempiere gli obblighi imposti, lasciai Genova, dove avevo cominciato, con fervore ad esercitare l'omiopatia, messo a capo del Dispensario del D.r Gatti, e partii con pochissimi mezzi e male in arnese per Parigi dove giunsi il 2 di Maggio 1851.
Quivi ebbi a trovare che i colleghi del Comitato non erano punto d'accordo, e che perciò il lavoro non andava mica bene; sciolsi il Comitato e rimasi solo a corrispondere con Londra, Marsiglia, Genova, con quanti pericoli ognuno sol vede.
Dedicato in Parigi al lavoro rivoluzionario, trasandai, di formarmi una posizione e quindi fui in preda a tutte le sofferenze, come la fame, il freddo ciò che rovinò la mia salute. Entrai subito in relazione co' migliori democratici italiani e co' più distinti repubblicani Francesi ed ebbi una mano in tutti i fatti precedenti e posteriori al Colpo di Stato di Napoleone III, che io previdi ed annunziai contro il parere sostenuto da tutti i miei colleghi d'emigrazione e di molti troppo confidenti republicani francesi.
Sempre in relazione con Londra io feci passare da Parigi in Isvizzera i revolvers che dovettero servire per l'insurrezione di Milano del 7 Febbraio, e provvidi di passaporti alcuni che vi si dovettero recare passando per la Svizzera. Io passai il danaro mandatomi da Mazzini al generale Tur che si doveva pure recare in Milano, ma che non vi giunse.
Previdi l'insuccesso del 7 febbraio e scrissi al Mazzini mettendolo in guardia dei molti mestatori che lo ingannavano e di altri che lo tradivano.
Nell' agosto del 52 cominciai ad esercitare l'omiopatia e vi ebbi successo, si direbbe straordinario, non mentendo ai miei principii e lavorando senza ciarlatanismo e con disinteresse.
Nel luglio del 1860 tornai a Palermo abbandonando una posizione onorevolissima e progressivamente fruttifera. La più grande pazzia della mia vita, il ritorno in Italia al 1860.
Avevo sposato al 56, a Parigi, la sig.ra Melanin De Breuck, da Bruges (Belgio).
Arrivato in Palermo il 2 agosto 1860, m'accorsi immediatamente come le cose fossero peggio ancora che nel 1848, e lo dichiarai con parole assai vive in una riunione politica tenuta in Palermo, la stessa sera del 2 di agosto. In quel momento fervevano le ire de' partiti atrocissime. Caduto il La Porta, che diresse, per alquanti giorni, gli affari interni e risalito il Crispi gli odii si erano riaccesi atrocissimi. Avvertii Interdonato che reggeva gli Interni delle tenebrose macchinazioni e dei feroci propositi; e chiamai da Genova urgentemente Giorgio Asproni, perchè si adoprasse alla conciliazione degli animi e ritornato l'accordo tra gli uomini della rivoluzione ne fossero le cose della Sicilia meglio avviate e non si rimanesse schiacciati dagli agenti Cavouriani Cordova e La Farina e molti altri di bassa e pessima lega ai quali aderivano del resto, Interdonato, Errante, Amari, Ugdulena, che facevano parte del Gabinetto della prodittatura.
Il 5 d'agosto, Prodittatore Mordini, Francesco Crispi segretario di Stato per gli Interni, spegnevano affatto la rivoluzione e impiemontizzavano la Sicilia, proclamando improvidamente il miserabile Statuto Sardo e tutte le altre organiche leggi del Reame di Sardegna, dandoci così mani e piedi legati al Cavour ed agli agenti della famosa Società Nazionale del La Farina e del Cordova.
Quest'atto che fu consumato affine di potere scongiurare l'atto di annessione della Sicilia, che si voleva accelerato dai piemontizzatori, produsse l'effetto addirittura opposto, poichè si disse, non valere la pena di restare ancora separati ubidendo già alle stesse leggi. Perfino il Consiglio di Stato alla piemontese ci impose il Crispi col decreto di agosto, di cui Egli fu primo e più caldo sostenitore.
Sostenni con buon risultato una missione della Prodittatura, perchè fosse lasciata una certa indipendenza dal Gabinetto dittatoriale di Napoli almeno per la Guerra e la Marina. Trattai col Dittatore a Maddaloni ed a Caserta e vinsi le riluttanze di Lui.
Influj a ritardare il Plebiscito ed a preparare la formola meno servile possibile. Fui solo, colla irresistibile insistenza, a far firmare dal Prodittatore colla data del 18 ottobre, 3 giorni prima del Plebiscito, i Decreti di abolizione delle Decime e il Censimento de' beni delle corporazioni religiose e gli altri salutari decreti della stessa data, che poi il Governo Italiano snaturò o li lasciò ineseguiti.
Per la firma di que' decreti, alla preparazione dei quali avevo avuto cooperatori l'illustre Benedetto Castiglia e qualch'altro, che poi stancati dalle tergiversazioni de' Ministri Ugdulena e Scrofani si erano ritirati, io passai due notti e due giorni, senza sonno e senza riposo, alla Prodittatura per veder firmati sotto gli occhi miei i due salutari providentissimi decreti. Mordini prodittatore fu sempre favorevole.
Fui eletto dalla Prodittatura membro del Supremo Magistrato di Salute per la Sicilia e Segretario Generale in settembre 61 del Magistrato medesimo. Fui destituito con Decreto del Luogotenente Generale Della Rovere mentre ero stato eletto, con Decreto Dittatoriale confermato dal Regio Governo. Esempio unico e tra' destituiti in quell'epoca, come Tamajo ed altri, solo Friscia rimase destituito, perchè Friscia non piega nè prega.
Al 61 in Parlamento presi parte alla famosa interpellanza Zuppetta, e primo in Italia e alla camera posai il problema della quistione sociale.
Col Fanelli nel 63, in un ordine del giorno motivato, proposi di mettere sotto accusa il Ministero per l'abuso di amministratori co' bilanci provvisori e senza bilanci consuntivi.
Primo e solo combattei contro l'ammonizione ed il domicilio coatto e contro tutte le ingiustizie e le leggi eccezionali.
Non votai la legge di soppressione delle corporazioni religiose del 1866, non perchè volessi il monachismo da cui sono stato sempre aborrente, ma perchè dichiarai che quella legge doveva essere legge di Giustizia, di Libertà, di Morale e col Governo esistente era impossibile sperar quello. Doveva esser legge di Giustizia per ridurre alla legge comune i privilegiati del monachismo e rendere al popolo i beni strappati al popolo col fanatismo e la superstizione.
Di libertà, poichè dovevano essere soppressi gli abusi delle cose religiose privilegiate, ma non offeso il sacro diritto di associazione. Di moralità conseguenza dell'applicazione dei principii di Giustizia e Libertà. Il Governo esistente dissi non poteva che fare una legge fiscale che, senza abolire il monachismo, gettava nella società un branco di miserabili parasiti, che sarebbero stati più perniciosi ed avrebbero costituito il lievito sempre pronto a far risollevare il monachismo.
Interrogai ed interpellai contro il mantenimento delle Decime e solo invocai giustizia contro le monache, alle quali si lascia la insufficiente pensione di lira una al giorno. Ingiustizia contro il diritto da quelle acquisito e garentito da leggi precedenti.
Domandai d'interpellare il Ministro Ricasoli pei fatti di Palermo del 1866. L'interpellanza proposta in dicembre fu rimandata in gennaio. Il 14 di gennaio, dopo viva ed interessantissima quistione, sulla pregiudiziale proposta dal Venturelli, fu accolta la pregiudiziale contro l'interpellanza ed approvato l'ordine del giorno – Mordini – Bertani – Crispi – La Porta – per sostituire l'inchiesta spegnitrice alla interpellanza rivelatrice.
Quindi scrissi le lettere al Ricasoli di cui mando copia.
Fui nel '69 al Congresso di Berna, dove si costituì il Comitato rivoluzionario Europeo, dopo una protesta di 18 membri del Congresso contro i mestatori e provocatori che pretendevano menarci per le vie dell'opportunismo. Io fui con Bakounine fra i 18 protestanti. Trattai nel Congresso la quistione religiosa e fu allora che Rey, studente francese, e Jailard esclamarono, che se combattevasi Dio egli era perchè si amassero veramente e sinceramente gli uomini.
Andato a Palermo a studiar medicina perchè non volli seguire la carriera ecclesiastica alla quale ero avviato nel Seminario di Girgenti, mi rivoltai alla medicina ufficiale ed allopatica, esclamando, è peggiore della Teologia. Quindi accettai la Omiopatica, che intuii anche prima di aver letto l'organo di Hanhemann. È sempre il sistema di medicina che seguii.
Ho combattuto la vaccinazione e la rivaccinazione come conseguenza di mali infiniti nell'organismo umano, senza riuscire come preservativo del vajuolo, che per quelle si rende sempre più endemico come è dimostrato dalle frequenti anzi perenni infezioni vajuolose.
Ho pubblicato una serie di articoli contro la inoculazione del vajuolo, nella Rivista Omiopatica di Roma. Io dissi primo al 1868 in Roma sulla Rivista Omiopatica quello che è stato scritto in Boston molti anni dopo, che la inoculazione del vajuolo è un'azione contro natura. Ora contro la inoculazione del vajuolo si fa molta agitazione in Inghilterra, anche da membri del Parlamento, come Lord Taylor, in Isvizzera, ed anche in Napoli, dove i professori Cantani e Semmola gridano dalle Cattedre dell'Università.
Fui fondatore in Napoli del Giornale settimanale Giustizia e Libertà, nel quale lavorai molto pei 16 importantissimi numeri che se ne pubblicarono nel 1867. Si ebbero 8 o 9 sequestri.
Previdi e predissi l'esito della guerra del 1866, ed ebbi a lottar molto in Napoli a evitare che la Nazione, coi volontari assumesse responsabilità in quell'inganno indecoroso concertato dal Governo d'Italia e il Bonaparte (vedi Popolo d'Italia n. 111).
Il Comune dovrebbe essere la scuola della vita pubblica.
La partecipazione attiva alla sua amministrazione abituerebbe il cittadino alla responsabilità ed al meccanismo dell'azione politica.
Stimolerebbe le iniziative, moltiplicherebbe le sorgenti della intelligenza, produrrebbe la emulazione e spanderebbe la vita su tutti punti.
Le libertà locali sono le basi delle pubbliche libertà, senza di cui anche la libertà individuale resta paralizzata.
Il solo mezzo possibile d'interessare tutto il popolo al governo.
Libertà d'elezione - amovibilità di funzionari.
Lasciate alle famiglie il fare, ciò non riesce ad altri di nocumento; ai Comuni di regolare i propri affari, e tutto che non ha attinenza coll'Amministrazione Centrale.
I Comuni non possono imporre, nè stabilire una contribuzione. Non ipotecare, non vendere, non difendersi davanti i tribunali. Non impiegare l'eccedente delle rendite.
Tutti i lavori sopra piani e progetti esaminati ed approvati. Conseguenze di tutto ciò.
D'Argenson un mostro indefinibile, un sindaco ufficiale del Re. Egli deve essere l'uomo del popolo, o non è nulla.
Il Governo centrale dovrebbe emanare dai Comuni, che non dovrebbero essere a quello subordinati – questo è il principio essenziale della vera e durevole libertà.
Forza pubblica–carceri dipendenti dal Comune, così sarebbero evitate le detenzione arbitrarie ed i fatti come quelli di Faenza, di Forlì, di Bologna etc.
Chi non ha intelligenza, non può servire se non d'istrumento, chi non ha la coscienza del dritto non ha il dritto. (Proudon)
Sventuratamente faremo opera di radicali – noi uomini monarchici-costituzionali-liberali – aprendo le cataratte elettorali, e ponendo a disposizione di questo partito una grande forza numerica, ignorante, incapace in politica e passionata. (Cadorna)
Il Comune libero fu l'alba della rinascenza italiana. Nel Comune libero si esplicherà la nostra maturità civile, (Macerata)
Considerando che sieno inconcepibili doveri senza diritti e diritti senza doveri:
Considerando, che il diritto dei singoli cittadini, al voto per le elezioni amministrative, promane dalla compartecipazione alle gravezze, pel sostegno delle stesse amministrazioni:
Considerando inoltre che i cittadini dello Stato Italiano hanno esercitato cotesto diritto, e che potrebbe ragionevolmente loro contrastarsi:
Il Comizio Popolare di Sciacca
Afferma il diritto della universalità dei cittadini tutti, al voto per le elezioni amministrative, e dichiara, che sosterrà, in tutti i modi, l'esercizio di cotal diritto e la conseguente responsabilità dei funzionari amministrativi, davanti ai propri elettorali.
L'ultima volontà di S. Friscia.
Mia ultima volontà. – Muoio devoto ai grandi principii di giustizia e di libertà che sono stati norma e scopo della mia vita dal giorno in cui fui capace di discernere. Muoio, più che di età e di malanni fisici, di angoscie e di sforzi morali, di deficienza completa di tutto che sollevarmi, che moralmente e fisicamente avrebbe potuto sostenermi. Non voglio alcuna pompa per il mio trasporto funebre, nè segno di distinzione sulla mia fossa, se non una pietra che abbia sopra scolpito semplicemente il mio nome. La cassa sia coperta di tela nera senza alcun ornamento, nè simbolo di sorta. Se vi è chi mi avesse amato, abbia confidenza nei principj miei, e sia sicuro del trionfo immancabile della giustizia e della libertà. Desidero e raccomando a tutti i miei nipoti onestà, indipendenza, lavoro, amore senza fine e senza riserba alla giustizia ed alla libertà
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . (5 Dicembre 1885).
Muoio amando come sempre la giustizia e la libertà, odiando nessuno, solamente il male. Col cuore pieno di cordoglio (26 Gennaio 1886). . . . . . . . . . . . . . .
A' PARENTALI
«Fra i caratteri ferrei della Sicilia rifulse il dottor Saverio Friscia. Visse e morì socialista senza separare la quistione sociale dai progressi politici: libero pensatore, intese che dove c'è domma, non è libertà: abbracciò col pensiero e con la vita tutta la rivoluzione, in tutte le forme. Morì come coloro che fanno bene – senza arricchire e dimenticato.
Ai generosi
Giusta di gloria dispensiera è morte ».
Così scrive Bovio; ed invero col Friscia s'estingue uno dei pochi rari uomini, cui fu dato combattere per mezzo secolo la duplice tirannide, scendendo nel sepolcro apostolo di quella luminosa Idea, che abbatte il privilegio e la cieca fede della religione, di quell'Idea che attende il trionfo quando il popolo respingerà le arti sediziose degli ipocriti, che vendono momento per momento la libertà e s'arricchiscono spogliando il povero, che lavora e muore di fame.
La morte di Saverio Friscia dovrebbe essere un rimorso alle piccole creature, botoli, piuttosto, che s'adoprarono con ogni malignità a tradirlo.
Ed il magnanimo non pronunciò parola di disprezzo: egli era grande d'animo e di mente.
La sua morte arreca gioia ai mercanti dell'alta politica ai quali parlò, senza reticenze, libere e aperte parole, e li fe' impallidire.
Il popolo lo piangerà lungamente: il popolo nel Panteon dei Martiri del Pensiero vedrà la sua immagine, e dagli atti suoi trarrà esempi di Libertà e di Giustizia.
Colpito, la notte del quattro febbraio, da improvvisa pleurite, versò per più giorni in grave stato, e diè molto a temere della sua vita. Eppure, benchè vessato dalla febbre e dall'asma, il suo pensiero volava in Roma, dove sulla scranna delle Assise veniveno giudicati, come volgari malfattori, sette patrioti, rei solo d'essersi mantenuti, in tant'aere mefitico, intemerati e incorrotti.
Quando gli furon porte le parole dell'avv. Pellegrini, egli ebbe un fremito, non so se di soddisfazione o di sdegno contro il governo corrotto e corruttore; e dal suo labbro scapparono brevi detti, che suonarono anatema, suonarono vaticinio fatale: Non ci si arriva all'ottantanove!
Era gravissimo quando si ebbero nuove del verdetto della giuria romana. Pure egli n'ebbe gran gioia e volle che si fosse subito telegrafato al Marini ed ai suoi generosi compagni.
Per più giorni parve migliorasse: ma la notte del venti il morbo rincrudelì, e la città che aveva schiuso il cuore alla speranza, ricascò nella più grave apprensione.
Il prete tentò avvicinarlo, ma fu soffermato sulla soglia.
Il venerando patriota aveva parlato chiaro: Non preti, non chiese, non sacrestie!
L'agonia fu lunga e tormentosa. Egli, calmo, con serenità di coscienza, attendeva, anzi desiderava spartanamente la morte. Le stanze erano gremite di gente; ma presso l'infermo si era in pochi. Nelle vie, silenti e in lutto, il popolo aggruppato in capannelli rimpiangeva l'imminente dipartita di quel grande, che aveva speso la vita in bene dell'Umanità.
La mattina del 22 alle ore 4,10 spirava. Fu un grido d'angoscia, che si ripercosse dall'indorate camere del magnate all'umido casolare del proletario! Le botteghe, i negozii, le officine rimasero chiuse. Nelle vie parate a lutto era gente, che, piangendo, dicea dell'illustre estinto.
In una cassa rustica, senza pompa, di notte mi porterete al cimitero; aveva detto l'illustre vegliardo. Ma il Municipio, interprete dei sentimenti della cittadinanza, non volle punto osservare il suo disposto, ed imponenti ne celebrò i funerali.
Verso le 12 meridiane la salma, in modestissimo feretro raccolta, veniva trasportata da otto giovani, tra civili, operai e studenti d'università, e veniva poscia esposta nell'ex tempio Fazello, in una camera ardente sontuosamente parata. I volontari garibaldini, gli operai e gli studenti d'università montavano la guardia d'onore.
Malgrado le vili arti del prete, il popolo mosse numeroso a visitare l'illustre estinto, ed il compianto fu generale.
La dimane i funerali riuscirono imponentissimi. Le associazioni, le autorità, i cittadini tutti intervennero. L'Italia mandò telegrammi di condoglianza dalle sue cento città. Gran copia di associazioni, tra monarchiche e radicali, quasi tutti i municipi dell'isola aderirono e mandarono le rappresentanze loro.
La brutta maschera del prete non trionfò!
Parlò applauditissimo l'avv. Mario Amato, delineando nettamente virtù e dottrina del venerando concittadino. Disse brevi, convulse, ma sentite parole l'avvocato Beniamino D'Afflitto da Porto Empedocle. Il delegato Albini poco mancò non gli togliesse la parola. Concluse l'on. Gallo, appositamente venuto da Girgenti, facendo l'apoteosi del Veterano della Libertà e dell'Idea Sociale.
Verso le tre il corteo movea dall'ex tempio Fazello. Portavano il feretro otto giovani e intorno a loro eran disposti in quadrato i soci del Circolo Garibaldi. Seguivano le associazioni, le autorità e immensamente numeroso il popolo. Aprivano e chiudevano il corteo le due musiche cittadine.
Fuori Porta Palermo parlò applaudito il cieco prof. Cruciani a nome della Romagna sua patria. Il giovane Babito lesse alcuni versi.
Nel cimitero la gioventù volle ancora una volta baciare quella mano, che era stata a tutti benefica e, prona sull'urna, piangente, giurò mantenersi sempre coerente al programma di Lui, che fu programma di Libertà e Giustizia per l'universo uman genere. La sera, infatti, del 24 costituivasi un circolo democratico e prendeva il nome di Saverio Friscia.
La società Tommaso Fazello intanto aprì una sottoscrizione per un monumento a tant'Uomo, da erigersi nella villa comunale, e deliberò fare istanza al Municipio, perchè dia alla villa e ad una delle principali vie della città il nome di «Saverio Friscia». Il circolo democratico, che da lui porta il nome e un comitato di cittadini ne seguì l'esempio.
La gioventù deliberò vestire a lutto per un anno e non prendere parte al carnevale.
I cittadini in massa aderirono a quest'ultima deliberazione.
Sciacca, in una parola, ha condegnamente risposto a quanto doveva al Gran Rivendicatore dei diritti conculcati.
(L'Epoca, Genova 13 e 14 marzo 1886)
Lettera di Sarzana a Saverio Friscia
1 Giugno 85
Ricevo in punto la sua lettera e mi affretto a ringraziarla dell'affetto che sempre nutre per me. Da parte mia, Le assicuro, mi par mill'anni che la rivegga e che ritorni a passare qualche oretta assieme. Il conversare con Lei, l'ho sempre detto, mi educa, mi ingentilisce, mi rende maggior di me stesso e ritempra l'animo mio a gran cose.
Siamo stati in festa, ma debbo confessarle che non ci ho preso parte, per la ragione semplicissima che vorrei in ben altra guisa fosse solennizzata questa epopea, mandando cioè a carte quarantotto quest'altro, non meno tiranno del Borbone, che sfibra gli animi con una pallida larva d'effimera libertà e lascia che il capitale si imponga al lavoro e che il proletario, la plebe crepi di fame e di stenti. Questo ho detto agli amici di Sciacca e della Nuova Età, che facevano le meraviglie, perchè non prendevo parte all'entusiasmo giovanile. A coloro poi che mi avevano dato dell'originale ho fatto leggere le sue parole: «Al 27 Maggio non ci ho pensato. Non è più tempo di festeggiare mentre abbiamo la forca in permanenza e manca la farina» Ed ora mi hanno dato ragione!
Tuttavia ho avvicinato Menotti Garibaldi, Teresita, Canzio, Cairoli e sua moglie. Non potei avvicinare Tamaio e Maiocchi e me ne dispiace. So, perchè me lo hanno riferito quelli della Nuova Età, che quest'ultimo disse delle lusinghiere parole per Lei.
Ai giovani universitari, che nel Foro Italico gridavano: Viva Maiocchi! Egli rispose: «Non so chi meriti questi vostri evviva. Io non ho fatto che il mio dovere, non ho fatto che pagare il mio tributo al grand'Ideale. Spetta a voi compiere l'opera. Io ho sempre avuto in buon concetto la gioventù siciliana e il popolo tutto. Però una cosa non ho potuto perdonarvi, nè ve la saprò mai perdonare. Ed è che voi non avete pensato mai a protestare contro l'ingiustizia commessa dal collegio di Sciacca contro un'individualità, contro una persona che è onore del vostro partito, contro Saverio Friscia. Nessuno, che io mi sappia, ha pensato di proporre in qualche città della Sicilia la candidatura di quell'Uomo. E ciò è vergogna! Pensateci.»
Anche Menotti e Cairoli, saputo che io era suo concittadino, ebbero per Lei parole di encomio ed ambedue ce la proposero come un grand'esempio da imitare.
Il venerando Saffi in una sua lettera così mi scrive: «Vi ringrazio dei numeri del Vesper gentilmente inviatemi, non che della buona e generosa lettera scrittami, alla quale e ad altra ad una congiunta del cittadino Riina rispondo cumulativamente, e nello stesso tempo vi prego di esprimere da parte mia, all'esimio e benemerito Dottor Saverio Friscia, i sensi dell'antica stima e del sincero affetto, che gli professo.»
Fra giorni debbo scrivergli. Debbo alcuna cosa riferirgli da parte di Lei? Porterò le accluse lettere agli amici. Le scriverò più tardi: per ora accolga i saluti degli amici, che si ricordano sempre con orgoglio di Lei e che si dichiarano sempre pronti ad ogni suo comando.
Suo
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MORÌ POVERO E FUORI DEL PARLAMENTO
C'est un agréable devoir pour moi que de me joindre, comme ancien membre de l'Association internationale des travailleurs, à la commémoration faite à l'occasion du centenaire de la naissance de Saverio Friscia, l'héroique et persévérant révolutionnaire que la Sicile a donné à l'Italie d'abord, puis, à partir de 1868, à l'Internationale.
Ce n'est pas à moi de parler des luttes que Friscia soutint contro la tyrannie bourbonnienne pour l'indépendance de son pays, comme conspirateur et combattant, dès sa première jeunesse, puis en 1848 et en 1860 et de son attitude intransigeante, ensuite, à l'égard de la monarchie savoyarde. Ses compatriotes ont dit ce qu'il fallait dire. Ce que je veux rappeler, c'est son action comme socialiste international.
Ce fut en 1864 qu'avec ses amis Bakounine et Fanelli il participa à la fondation de l'organisation secréte appellée la Fraternité internationale.
Quatre ans plus tard, il devint membre, en même temps que Bakounine et Fanelli, de l'Association internationale des travailleurs, dont il fonda des sections en Sicile. Il fut delégué, en septembre 1868, au troisiéme Congrès général de l'Internationale, à Bruxelles; le compie-rendu de ce Congrès le mentionne en ces termes (p. 52): «Le D.r Saverio Friscia, delégué de Catane (Sicile), n'a pu arriver à temps au Congrés, faute d'indications suffisantes». Mais s'il ne put parteciper effectivement aux travaux de ces grandes assises du prolétariat universel, il prit part, quelques jours plus tard (21-25 semptembre), au deuxiéme Congrès de la Ligue de la paix et de la liberté, tenu à Berne: là il fit partie – toujours avec Bakounine et Fanelli, aux quels s'étaient joints Elisée Reclus, Aristide Rey, Ch. Keller, Iaclard, Ioukovsky, Mrockowski, etc. – de la minorité socialiste qui, après le rejet de la résolution égalitaire présentée par elle, se sépara de la Ligue bourgeoise pour constituer l'Alliance internationale de la démocratie socialiste, adhérente à l'Internationale.
Le programme de cette Alliance disait:
«L'Alliance se déclare athée. Elle veut que la terre, les instruments de travail, et tout autre capital, devenant la propriété collective de la société tout entière, ne puissent être utilisés que par les travailleurs, c'est-à-dire par les associations agricoles et industrielles. Ennemie de tout despotisme, ne reconnaissant d'autre forme politique que la forme republicaine, et rejetant absolument toute alliance réactionnaíre, elle repousse aussi toute action politique qui n'aurait pas pour but immédiat et direct le triomphe de la cause des travailleurs contre le capital. Elle reconnait que tous les Etats politiques et autoritaires actuellement existants, se réduisant de plus en plus aux simples fonctions administratives des services publics dans leurs pays respectifs, devront disparaître dans l'union universelle des libres associations, tant agricoles qu' industrielles.
La question sociale ne pouvant trouver sa solution definitive que sur la base de la solidarité internationale des travailleurs de tous les pays, l'Alliance repousse toute politique fondée sur le soi-disant patriotisme et sur la rivalité des nations».
Ce fut en mars 1869 que j'eus le plaisir d'entrer pour la première fois en relations personelles avec Saverio Friscia: Bakounine m'avait donné son adresse et celle de plusieurs autres amis italiens, pour leur envoyer notre journal le Progrès; à ce journal, fondé par un groupe d'internationalistes du Iura suisse, notre camarade le grand révolutionnaire russe collaborait: c'est là que parurent ses lettres sur le patriotisme.
Au quatrième Congrès général de l'Internationale à Bâle (septembre 1869) on avait compté sur la présence de Friscia et de Fanelli (ce dernier devait représenter les organisations ouvrieres de Florence); mais ni l'un ni l'autre ne put s'y rendre; le compte-rendu da Congrès dit (p. XVI): «Fanelli, s'étant trouvé malade pendant son voyage pour Bâle, n'a pu arriver jusqu'au Congrès, où son mandat de délégation est parvenu seul».
L'Italie fut représentée par Bakounine, qu'avait un mandat des mécaniciens de Naples et par l'ouvrier Caporusso, délégué de la section centrale napolitaine.
Après la guerre de 1870 et la Commune de Paris de 1871, une polémique retentissante eut lieu en Italie entre Mazzini, qui avait attaqué et outragé la Commune, et Bakounine, qui prit la défense du prolètariat parisien massacré. Friscia éleva la voix, lui aussi dans cette querelle célèbre; il écrivit et publia dans son journal hebdomadaire, l'Eguaglianza de Girgenti, un article intitulé: l'Internazionale e Mazzini. Cette réponse d'un ancien mazzinien, défendant la Comnune contre les injustes attaques de l'homme illustre que longtemps il avait appelé son maître, parut si belle, qu'elle fut aussitôt réimprimée à Milan à la suite de l'écrit mémorable de Bakounine, Risposta di un Internazionalista a Mazzini. L'éditeur disait: «Alle eloquenti parole di Bakounine aggiungiamo di cuore il seguente splendido articolo che ci fu dato leggere sul giornale l'Eguaglianza di Girgenti, intitolato: L'Internazionale e Mazzini». Le remarquable opuscule de Friscia a été recueilli et reproduit, traduit en français, cette année même, au tome VI des œuvres de Bakounine (Paris, Stock, 1913).
L'Eguaglianza prit aussi une part active, en 1871-1872, avec la Campana de Naples, le Martello de Milan, etc., à la campagne menée, contre l'autoritarisme du Conseil général de Londres.
Le 4 août 1872, à Rimini, les délégués d' une vingtaine de sections d'Italie, se réunirent pour fonder la Fédération italienne de l'Internationale: la section de Sciacca était l'une de celles qui furent représentées à cette Conférence.
Un mois après, six délégués italiens, Fanelli, Cafiero, Malatesta, Vincenzo Pezza, Costa, Nabruzzi (Friscia, qui n'avait pu se joindre à la délégation, s'unissait de tout coeur à sa démarche), se rendaient au Congrès international anti-autoritaire de Saint-Imier (Jura suisse), où fut votée une énergique protestation contre les décisions que les intriques de Max et de ses amis avaient fait prendre au Congrès de la Haye. Un grand et unanime mouvement au sein de l'Internationale s'en suivit: au Congrès général de Genève de 1873, le Conseil général, quì avait été transporté en Amérique, fut aboli, et l'Internationale, affranchie de la dictature qui avait essayé de s'emparer d'elle, put prendre un essor nouveau en se réorganisant sur la base de l'autonomie et de la fédération.
Je ne poursuivrai pas cette esquisse sommaire de l'activité des révolutionnaires italiens au sein de la grande Association des mouvements insurrectionnels de 1874 (Romagne et Pouille) et de 1877 (Bénévent et Campanie) échouérent successivement, et le plus intrépides parmi les jeunes militants, qui avaient vaillamment payé de leur personne, durent quitter momentanèment l'Italie.
Friscia, quì les connaissait intimement et qui aimait leur belle témérité, avait publiquement affirmé sa solidarité avec eux, quoiqu'il n'eût pas pris part, non plus que Fanelli, à leurs chevaleresques tentatives.
Bakounine était mort (1876) dans la retraite où il s'était confiné en 1873, après avoir écrit à Elisée Reclus: «L'heure de la Révolution est passée» Saverio Friscia lui survécut dix ans: l'énergique lutteur, d'un an plus âgé que le révolutíonnaire russe, resta jusqu'au but sur la brèche, sans donner jamais un signe de découragement ou de lassitude.
S'il pouvait le voir, il saluerait aujourd'hui avec joie le mouvement nouveau, qui va grandissant depuis quelques années, particuliérement dans les pays latins, parmi les classes ouvrières organisées sous la bannière du Syndicalisme révolutionnaire, et il s'écrierait comme nous: «L'Internationale n'est pas morte! Elle vit, confiante dans l'avenir, et elle triomphera!»
Nel giugno o nei primi di luglio 1869 – non ricordo con precisione la data – ero insieme ad Eduardo Pantano, Peppino Greco ed una numerosa falange di baldi sottoufficiali dell'esercito nella prigione di San Francesco (Napoli) sotto l'accusa di cospirazione repubblicana per provocare una rivoluzione che doveva riuscire alla proclamazione della repubblica.
Nel meriggio, ad ora insolita, si aprì la porta della cella in cui Pantano ed io eravamo stati rinchiusi in punizione di certa fiera protesta che avevamo pubblicato nel giornale Il Roma ed il custode ci invitò a seguirlo nella stanza del Capo Guardiano. Ivi ci attendeva un signore di mediana statura, dalla barba intera, dagli occhi dolci e velati di mestizia. La sua voce piuttosto flebile rispondeva agli altri tratti fisici, che indicavano tutti un carattere non soltanto mite, ma piuttosto fiacco.
Pantano lo conosceva, era anzi un suo amico intimo; la loro amicizia era nata e si era consolidata nel periodo di vita politica intensissima del primo, che si era svolta in Palermo dal 1862 al 1866; e fu lui, che mi presentò al nostro visitatore gentile.
Quando seppi ch'egli era Saverio Friscia che conoscevo per nome come un ardente rivoluzionario, irriconciliabile colla Monarchia, provai una viva sorpresa, perchè l'aspetto, la parola, i modi erano in contrasto profondo col suo carattere morale, improntato tutto ad una energia e ad una inflessibilità, che al giorno di oggi sono divenute rarissime, eccezionali.
La protesta di Pantano e mia, che ci aveva procurato la prigione di rigore, l'isolamento assoluto e la privazione di libri e giornali era stata provocata da un tentativo scellerato di rivoluzione entro il carcere di S. Francesco organizzato dalla polizia di Napoli di accordo con la Direzione delle Carceri e che mirava evidentemente non solo a creare il miglior titolo di accusa contro i processati per cospirazione repubblicana, ma anche a massacrarci o a farci massacrare dagli stessi nostri compagni di processo, un centinaio circa di sottoufficiali dell'esercito, che ci avrebbero dovuto sospettare traditori ed agenti provocatori. Infatti, come Eduardo Pantano nella prefazione al XVIII volume delle opere di Giuseppe Mazzini, si era falsificata la sua firma da un certo Castaldi, che inviava lettere ai sottoufficiali in suo nome, invitandoli ad un moto rivoluzionario entro la prigione, dove già erano penetrate le armi, nascoste dietro l'altare della Cappella, che serviva per le funzioni religiose ad uso dei detenuti. La responsabilità diretta ed esclusiva della Direzione delle Carceri era stata dimostrata luminosamente dal processo istruito da noi e dalle prove schiaccianti somministrate al magistrato, che rimase sbalordito ed indignato dall'infame tentativo.
Quel processo trascinò il reazionario governo di Menabrea a concedere quell'amnistia, di cui esso, e non noi, aveva bisogno.
Tutto questo era noto a Saverio Friscia, perchè la stampa se n'era occupata; ed egli era venuto appositamente da Roma per rinfrancarci, per fare atto di solidarietà con noi, per incutere un certo timore alla polizia ed alla Direzione delle carceri di Napoli, che si erano disonorate con un tentativo semplicemente scellerato, quale si addiceva ai tempi che Garibaldi precisamente in quell'anno della Regia Cointeressata e di tentato assassinio di Lobbia aveva chiamati tempi borgiani.
Saverio Friscia dopo averci abbracciati e baciati espresse subito il suo sintetico pensiero esclamando senz'altro: Ringraziate Iddio che gli sbirri di Casa Savoia non siano riusciti ad assassinarvi!
Da quel giorno, ritornati a libertà, entrai in amichevole corrispondenza con Saverio Friscia ed ebbi frequenti occasioni di incontrarmi con lui.
Conoscevo la vita e la parte rappresentata nella rivoluzione del 1848 in Sicilia, la tenacia nel combattere per la liberazione dell'isola dal gioco borbonico e per la unificazione dell'Italia; e dopo la instancabile propaganda colle lettere, colla parola, coi giornali e colle riviste –Associazione e Libertà, se non erro – diretta da lui e da Fanelli ed inspirata dalle idee di Bakounine, in favore dell'anarchia.
La meta ultima sua non era identica alla mia, era comune ad entrambi l'avversione profonda verso la dinastia sabauda e l'aspirazione verso la repubblica.
Dissentivamo nell'apprezzamento delle teorie di Giuseppe Mazzini, ma attraverso quel dissenso, sempre a base di rispetto reciproco delle idee di ciascuno di noi, la nostra amicizia divenne sempre più intima ed affettuosa.
Quanto più lo conobbi tanto più potei amarlo ed ammirarlo per l'altissima moralità, per la grande cultura, sopratutto per il carattere adamantino – la rarissima virtù al giorno di oggi – che contribuivano a formare di lui un uomo essenzialmente buono, un cittadino integerrimo, un politico eminente – un tipo che l'Italia e l'umanità dovrebbero ricordare ad esempio suggestivamente educativo dei nostri figli.
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Avrei voluto dire a lungo di lui. Avrei voluto frugare nella abbondante corrispondenza epistolare che avemmo fra noi – e che conservo, ma che non ho qui, – per rievocare un mondo di ricordi che si ricollegano al periodo fattivo in cui ebbi con Saverio Friscia dimestichezza di affettuosa costante amicizia mai velata dalla menoma nube. – Ma l'ora folta di incalzanti impegni e l'improrogabilità del termine prefisso alla pubblicazione che ne onorerà la memoria – publicazione alla quale non potrei non partecipare senza venir meno ad un alto dovere e ad un imperioso bisogno del cuore, – mi impongono inesorabilmente la sobrietà della parola.
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Conobbi Saverio Friscia in Palermo ai primi albori del risorgimento nazionale, quando le illusioni più rosee si intrecciavano ai fremiti più robusti nell'anima dei giovani, che lo circondarono subito dal più reverente affetto. Sofferente in salute era venuto, dopo il lungo esilio, a ritemprarsi nelle aure profumate della sua isola natia, alla cui emancipazione aveva dato una vita di sacrifici ed il fervore della sua fede. E noi giovani, attratti dal prestigio del suo nome e dal fascino della sua figura così gentile eppure d'una tempra così ferrea – una vera lama d'acciaio in una guaina di velluto – ci stringemmo intorno a lui con affetto filiale.
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Da quel primo indimenticabile periodo sbocciò la nostra amicizia, che nulla potè alterare – nemmeno il dissidio delle opinioni su taluni punti del programma sociale, nel quale staccandosi da Giuseppe Mazzini per avvicinarsi a Bakounine, seguì la nuova rotta con quella stessa serena, rigida e squisita coscienza del proprio dovere che costituisce la vera caratteristica della sua figura nobilissima di uomo, di patriota e di pensatore.
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Ma il fascino di altri orizzonti ideali che infiammarono il suo spirito ed il suo cuore, non lo distolse mai dal vigilare sullo svolgimento quotidiano della vita del suo paese. E nel periodo che seguì, dopo il 1860 la prima fase del risorgimento nazionale – in cui la pazienza del popolo italiano fu messa a dura prova da quanti, pavidi o incoscienti, avrebbero voluto arrestare a mezzo il cammino sulla via della libertà e dell'unità della patria – Saverio Friscia, in Parlamento e fuori, fu assertore e difensore costante dei diritti e delle aspirazioni popolari.
E vada a lui in questo primo centenario della sua nascita alla nobiltà e all'esempio educatore della sua vita austera e fattiva – il riconoscente tributo della democrazia e il memore commosso pensiero di quanti ebbero la ventura di attingere dalla sua amicizia ragioni di largo conforto e di fede profonda nella religione del dovere.
Saverio Friscia
ed una pagina di storia elettorale
La vita di Saverio Friscia fu tutta un apostolato di umanità e di libertà.
Il 1837, quando le furie devastatrici del colera invasero la Sicilia, lo si vide, ancor giovane e studente di medicina, impavido al suo posto di cittadino, di medico e di filantropo; la rivoluzione del 1848 ebbe il contributo delle sue energie patriottiche vivificate e dirette da una mente aperta alle concezioni politiche più liberali. Caduta la rivoluzione il governo borbonico non poteva risparmiarlo, e fu perseguitato, mandato a domicilio coatto a Trapani e dopo a Favignana; ma pur sorvegliato cospirava e nel 1850 dovette emigrare recandosi prima a Genova, riprendendo le fraterne relazioni con quell'anima eletta ed indomabile di Rosalino Pilo, e poi fermò a Parigi la sua residenza. Quivi nei primi tempi fu esposto a tutti i disagi, tanto che nei mesi invernali per ripararsi dal freddo passava le giornate nelle pubbliche biblioteche provviste di caloriferi.
Però anche in tali dure contingenze economiche egli non negligeva le sue idealità politiche, anzi infaticabile intensificava i suoi lavori di cospirazione e di propaganda tanto che dal Comitato rivoluzionario europeo, che nel 1851 si costituiva a Londra, fu prescelto quale uno dei componenti il Comitato italiano residente a Parigi per tenersi in relazione con quello europeo e coi comitati regionali d'Italia.
Nel 1860 abbandonava Parigi dove frattanto l'esercizio professionale d'intelligente medico omeopatico gli aveva procurato una certa agiatezza. Nelle prime elezioni legislative Saverio Friscia, nato a Sciacca, che nel 1848 era stato deputato di Sciacca, doveva essere il candidato naturale di quel collegio, dove difatti veniva acclamato deputato nell'otto gennaio 1861. Nella stessa legislatura cioè nel 23 gennaio 1863, quando il governo per bocca del generale Govone chiamava barbara la Sicilia, egli, in segno di protesta, si dimetteva, ma veniva rieletto nel gennaio 1864. Vennero le elezioni generali del 1865 e, combattuto dal governo, per pochi voti fu vinto da un altro conterraneo. Ne fu addolorato, come mostrava col suo amaro sorriso; ma spiegando il fatto cercava di attenuare il significato dell'ingratitudine del corpo elettorale, senza per ciò attenuare l'affetto per la sua diletta Sciacca. Però il fatto impressionò tutte le parti politiche della Sicilia e dell'Italia, e non poteva passare inosservato. Qui mi piace esporre una pagina di storia elettorale, che fu, per fortunate circostanze, allora resa possibile anche col tributo dell'opera mia personale. In quelle elezioni generali dell'ottobre del 1865 rimasero vacanti il 1° collegio di Messina ed il 2° collegio di Palermo. Nicola Fabrizi, cospiratore e patriotta, ch'era stato contemporaneamente eletto nei collegi di Castelnuovo di Garfagnana, di Modena e di Messina, optò pel collegio di Modena. Francesco Paolo Perez, eminente letterato, poi Ministro d'Italia era stato eletto in Palermo, ma questa elezione essendo stata annullata perchè il Perez era Consigliere della Corte dei Conti, perciò impiegato governativo, rimase vuoto il Collegio di Palermo. Messina e Palermo non potevano, non vollero permettere che il Friscia rimanesse fuori del Parlamento; i partiti della democrazia delle due principali città dell'Isola colsero la palla al balzo e ne proposero la candidatura. In Palermo si costituì un Comitato composto di giovani ardenti di fede liberale e sociale. La lotta fu aspra, ma non personale, sibbene di principj; giacchè i candidati avversari, (Paolo Paternostro apparteneva al partito moderato e Vincenzo Mortillaro era reazionario) dovevano essere combattuti dalla democrazia. Ne seguì il ballottaggio col Paternostro; la democrazia vinse e la vittoria fu tanto più splendida in quanto fu doppia nello stesso giorno, cioè a Messina e a Palermo. Il giorno 7 gennaio 1866 fu giorno di trionfo e di entusiasmo per la democrazia. Però Friscia si era precedentemente impegnato ad optare per Messina in caso di doppia elezione e non era uomo da mancare alla sua promessa. Ma a Palermo la democrazia era dubbiosa di altra vittoria, questa si prevedeva invece a Messina, dove la parte politica avanzata era in prevalenza. Palermo e Messina si contrastavano il nostro Saverio; e questi se ne rimetteva invece alla decisione delle due città. Allora una rappresentanza della democrazia palermitana si recò a Messina dove fu tenuta una riunione plenaria, che restò memorabile, nella quale convennero tutte le frazioni liberali della città, e chi scrive, con calda e giovanile parola la sera del 24 gennaio 1866 portò in quel meeting, il saluto ed i desideri di Palermo, e chiese nell'interesse della democrazia che il corpo elettorale sciogliesse il Friscia dalla sua promessa. La richiesta ebbe pronta ed intera soddisfazione fra l'entusiasmo generale.
Nei giornali del tempo si leggono i seguenti telegrammi: Da Messina: «riunione numerosissima unanimamente accettata proposta». Da Palermo: «democrazia Palermo contenta ringrazia patriottismo democrazia messinese».
Indi chi scrive si portò a Napoli, dove dimorava allora il nostro candidato vittorioso, per presentargli il gradito messaggio.
Nè qui finisce la pagina elettorale. Il posto lasciato vuoto da Saverio Friscia non poteva essere meglio occupato che dall' apostolo della libertà ed unità d'Italia.
In Messina fu proposta la candidatura di Giuseppe Mazzini, di cui già si era incominciato a parlare nella stessa sera di quella memorabile riunione e valsero in ciò anche i suggerimenti di Friscia.
Da tutte le parti d'Italia si plaudì a questa nuova affermazione popolare d'italianità. Giuseppe Garibaldi scriveva nel 18 febbraio 1866 da Caprera ai messinesi:
«Cari Amici, Voi mi avete annunciata la probabile riuscita di Mazzini nel vostro collegio. Io lo desidero di cuore, perchè gli italiani hanno dei doveri da compiere verso di lui, e fin'ora fu pagato con ingratitudine. È un fatto questo non nuovo per la vostra terra, pronta sempre a riparare qualche vergogna.
«Credetemi vostro
La vittoria dell'urna arrise alla democrazia non ostante i contrari sforzi ed i raggiri dei moderati del tempo.
La Camera, con ingrato animo, annullò due volte la elezione perchè la condanna capitale interdiceva lo esercizio dei diritti politici a chi tanto aveva contribuito al Risorgimento ed all'Unità d'Italia. La volontà del popolo doveva però essere ascoltata, e la terza venne finalmente convalidata dalla Camera nel 18 dicembre 1866; ma nella tornata dell'11 febbraio 1867 prese atto della rinunzia del Grande agitatore, il quale con una nobile lettera datata da Londra il 7 febbraio dichiarava «che pur avendo consentito che l'unità materiale d'Italia si fondasse ad ogni patto e sotto qualunque bandiera, non poteva con sicura coscienza impegnare il suo giuramento».
Ma torniamo al nostro Friscia. Quel che si prevedeva accadde, giacchè a Palermo nelle elezioni generali del 1867 la vittoria non ci arrise; però il collegio di Sciacca riacquistò il suo benemerito deputato che poi confermò senza interruzione alcuna nelle elezioni del 1870, del 1874, del 1876, e del 1880. Se poi col primo esperimento dello scrutinio di lista, che ebbe luogo nel 1882, l'urna non gli fu amica, ciò avvenne a cagione della sua buona fede che lo indusse a sostenere con sincerità e fermezza i suoi compagni di lista, dai quali viceversa non fu egualmente sostenuto.
Però si sarebbe ripetuta in pro del Friscia la soddisfazione che ebbe nel 1865, in Sciacca o in altro collegio d'Italia nelle successive elezioni del giugno 1886, se la falce della morte non lo avesse colpito nel 22 febbraio dello stesso anno. Felice Cavallotti nel 1883 gli scriveva: «Io guarderò sempre con rammarico il tuo scanno finchè vi vegga ricomparire la nobile figura del Veterano della Libertà».
Saverio Friscia era veramente l'apostolo della libertà – fu tra i primi in Italia ad innalzare la bandiera della quistione sociale allora ancora non entrata nel programma dei nostri uomini politici, perciò egli era un solitario nella Camera italiana.
Il centenario della nascita di Saverio Friscia nell'11 novembre 1913 non dovrebbe essere solamente celebrato dai suoi concittadini in Sciacca, ma da quanti amano l'Italia e dalla nuova generazione che tende all'esame e soluzione della questione sociale.
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Sciacca, che dà alla luce «l'Avvenire» quante cose carissime mi ricorda! Mi ricorda quella simpatica ed amabile figura del D.r Saverio Friscia, così ricco di sentimento e di intuizione come parco e misurato nelle parole. Fu uno dei miei primi maestri di socialismo, e gliene serbo gratitudine imperitura.
Lo conobbi a Roma nel 1872-73. Esso era affiliato alla scuola rivoluzionaria anarchica, a cui l'anarchia sorrideva come la radiosa visione di una società di uguali e liberi. Era allora la scuola socialista dominante in Italia.
Delle sue prerogative ferroviarie, come deputato, il Friscia valevasi per avvicinare giovani in varie provincie e aprir loro la mente ai nuovi orizzonti della grande e umana questione sociale. Del Parlamento poco o nulla si occupava. La sua missione prediletta consisteva nel gittare nella mente e nel cuore dei giovani i semi di una vita tutta nuova. La sua propaganda non esplicavasi colla irruente eloquenza del suo collega e correligionario Fanelli – le prime due anime gemelle del socialismo italiano – ma zampillava, sostanziata di parole sobrie, calme, convinte, emesse colla serenità maestosa del filosofo e suffragate da una vita modesta e integerrima. Una semplice sua asserzione imponeva il rispetto, e dal cervello correva rapido al cuore, trasformandosi in sentimento vivo, in amore operoso. Non un'ombra di ambizione in lui, non l'aria altezzosa del maestro, non l'autoritaria prosopopea dell'iniziatore; era un apostolo modesto, ma attraente; un amico, un fratello, un altruista, uscito dalle acque pure del vergine socialismo primitivo.
In quell'anima mite e proba non albergava, nè poteva albergare l'odio, imperocchè dallo spirito del socialismo aveva appreso che, non una sola classe di uomini doveva essere redenta, ma tutti gli uomini. Perciò, i dissidenti, gli avversarii, i nemici considerava come ammalati guaribili, e a tutti egli rivolgeva la sua parola tranquilla, sincera, onesta, e li invitava ad avvicinare, a vedere, ad ascoltare gli uomini che il pubblico e le leggi sospettavano o perseguitavano come traviati o malvagi.
Quanto umanesimo allora! e quanto rispetto imponeva! Quante segrete simpatie svegliava e quanti proseliti ha fatto! Senza di esso, come avrebbe potuto la «Internazionale» far breccia in tanti intelletti e in tante anime e assurgere a potenza mondiale?
Ecco un aneddoto che attesta l'animo eminentemente umano di quel mio primo maestro.
Arrestato io a Roma nel 1873 (era allora di moda nelle sfere giudiziarie l'arresto preventivo) assieme a quattro altri compagni, per aver ardito di costituire la prima sezione dell'«Internazionale» nella capitale del regno, fui un giorno invitato dal capo guardiano a seguirlo nella camera degli avvocati, annessa al carcere.
Mi sono trovato davanti un bel vecchio dalla barba bianca, dall'aspetto geniale e dal contegno familiare, il quale, salutandomi, mi dice:
– Sono l'avvocato Sineo (che dippoi seppi che era stato ministro di Carlo Alberto e che era senatore). Il comune amico Friscia mi pregò di recarmi da lei per offrirle la mia opera come difensore nella causa penale politica incoata contro di lei, ed eccomi qui a sua disposizione.
Al buon cuore del mio maestro nulla io potevo negare. Accettai con grato animo l'offerta dell'avv. Sineo, e mi intrattenni parecchio a parlare con esso. Gli esposi lo stato delle cose, gli confidai i miei convincimenti sociali, gli dissi tutta l'opera mia, e protestai con tutta la fierezza della mia anima contro le tacce di malfattore, che contro mi avventava l'accusa giudiziale.
Il buon vecchio mi ascoltava coll'attenzione più viva fissandomi dolcemente negli occhi, ed io mi avvedevo che, di quando in quando, egli annuiva ai miei detti con un lieve mover del capo.
Finita la mia esposizione, ci lasciammo con una reciproca stretta di mano, così espressiva, così eloquente che testimoniava in modo irrecusabile che al di sopra del conservatore onesto e dell'internazionalista malfattore aveva squassato le sue ali uno spirito superiore. Sui due uomini era spirato il soffio alto, tutto umano e solo umano dell'uomo.
Il mio maestro aveva raggiunto magnificamente il suo scopo.
Con atto ardito, ma ispirato dalla purezza della fede socialista, esso volle avvicinare il vecchio conservatore e il giovane rivoluzionario, consapevole del fondo delle loro anime.
Oggi ancora, dopo 35 anni, accanto alla dolce memoria del Dr. Friscia vedo l'ombra simpatica dell'avv. Sineo.
Come è bello e grande l'amore umano quando le circostanze gli permettono di poter librarsi, sciolto da ogni laccio e da ogni pregiudizio, dinanzi agli occhi dei viventi.
Osvaldo
Gnocchi-Viani
Dal giornale «L'Avvenire»
Sciacca Anno I N. 1. 1908.
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Ricordiamo i precursori, specialmente se come Saverio Friscia, furono pensosi d'altrui più che di loro stessi e spesero per la causa santa del socialismo tutta la vita, senza mai nulla domandare. Come Andrea Costa è l'animatore e il suscitatore del socialismo in Emilia e nelle Romagne, il dottor Saverio Friscia è il propagatore e il propugnatore della nuova idea a Sciacca, in provincia di Girgenti, in tutta la Sicilia.
Fu il gigante russo, Michele Bakounin che dal 1866 al 1867 piantò e coltivò il seme della rivoluzione in Italia, i primi bagliori di socialismo furono nell'Internazionale – Andrea Costa, Carlo Cafiero, Saverio Friscia e con loro Giuseppe Fanelli, Alberto Tucci, Stefano Caporusso, Carlo Gambuzzi – tutti meridionali – saranno dal 1865 al 1870 discepoli ammiratori del rivoluzionario russo – adepti fedeli e disciplinati della Internazionale.
Il collettivismo marxista era allora presso che ignoto all'Italia, ma v'era chi voleva la redenzione del proletariato e la predicava compito del proletariato medesimo – v'era già chi sentiva una questione economica più grande più forte di qualsiasi questione politica – v'era già chi intuiva gli antagonismi ferrei e indistruttibili delle categorie sociali.
Non per nulla in Italia aveva pensato e scritto, prima di morire per la patria, Carlo Pisacane!
Per queste ragioni e con questi sentimenti, il dottore siciliano Saverio Friscia fu bakouniano, fu internazionalista, fu quindi socialista, anzi precursore del socialismo.
Egli è a Parigi, nel 1867, quando s'apre la grande esposizione, con Fanelli, con Cafiero, con gli intellettuali più audaci e più accesi. In quel fremito, in quel tumulto di teorie, di dottrine, appassionate ed eretiche l'idea più nuova più ribelle lo infiamma.
Ed eccolo al terzo congresso dell'Internazionale, che si tenne nel settembre del 1868 a Bruxelles – eccolo unico italiano partecipe – quale delegato della Sicilia – eccolo nello stesso settembre del 1868 a Berna nel secondo congresso della lega della pace.
Ha seguito Bakounin e con lui Giuseppe Fanelli.
Alcuni borghesi democratici, francesi e tedeschi specialmente, avevano fondato nel 1867 una Lega della pace e della Libertà. Questa Lega, col suo congresso di Ginevra, ha messo in curiosità tutto il mondo civile; ma è una lega borghese – la sua pace lascia in vita la guerra, la sua libertà lascia al popolo la sola libertà di morire di fame.
Bisogna conquistare la lega borghese all'internazionale, al socialismo: questo è il sogno di Bakounin.
Saverio Friscia è con lui: ma il congresso presieduto da Victor Hugo sconfisse i rivoluzionarii. Essi allora escono dall'assemblea borghese e fondano l'alleanza internazionale della democrazia socialista.
Nel luglio 1869 L'Alleanza diveniva una sezione dell'Internazionale già esistente. In questo modo, per questa via Saverio Friscia entra ufficialmente nell'Internazionale bakouniana – prosegue l'opera sua, modesta, spicciola, segreta di propagandista che gli vale oggi in quest'ora di risveglio e di rinnovamento, la gratitudine del proletariato cosciente della Sicilia – la parola di ammirazione e di riverenza dei suoi concittadini giustamente orgogliosi di lui.
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Vi mando di tutto cuore la mia adesione al Comitato costituito per ricordare il nome e l'opera di Saverio Friscia.
Quello stoico rivoluzionario che, nell'epopea del risorgimento, lottò per un ideale, lasciando ad altri i profitti, non l'ho conosciuto direttamente, essendo nato io nel 57.
Ma pure, da bambino mi fu dato di conoscere almeno il suo nome e la sua storia. Friscia, Carini, Carnazza.... Crispi (in quel tempo republicano) e molti altri esiliati italiani frequentavano la casa di mio padre, il quale combattente del 48-49, scappato dalla fortezza di Frusinone, si era rifugiato e maritato in Francia.
Fra questi era anche Palma, che con mio padre ed un nucleo di rivoluzionari cosmopoliti, difese la barricata del sobborgo Saint-Martin contro il Colpo di Stato di Luis Bonaparte e che, venti anni più tardi, diportato nella Novella Caledonia morì annegato in una tentatura d'evasione.
A questi combattimenti del Risorgimento, la vittoria del 59 doveva riaprire la via dell'Italia, e anzi che ad ogni indomani di vittoria, vedere i fratelli d'armi, dividendosi, divenire fratelli nemici. I più moderati giungevano alla realizzazione del loro ideale politico: ricchezze ed onori li aspettavano. Gli altri avevano nel loro sguardo infiammato la visione di un ideale più alto, più largo e più lontano.
Di questi ultimi era Saverio Friscia.
Quale Pisacane, l'immortale eroe e martire di Sapri, quale Fanelli, egli vedeva, al di là della repubblica ideale sognata dai pensatori, sospirata dagli oppressi, la repubblica senza dogmi, padroni, nè frontiere, sopprimendo nel campo sociale, come nel campo politico privilegi e classi e facendo dalla divisa fin'ora derisoria «Libertà - Uguaglianza - Fratellanza», una vivente realtà.
Ad effettuare quel nobile ideale, Friscia consacrò tutta la sua vita di cospiratore, combattente e propagandista, andando da Mazzini che domina la prima metà del secolo XIX a Bakounine e l'Internazionale che, al soglio della seconda, segnano l'aurora futura – «il sole dell'avvenire» diceva Garibaldi.
Gloria dunque a Saverio Friscia ed anche ai suoi emuli meno conosciuti o anonimi che ebbero la stessa altura di visione, lo stesso eroismo nella lotta. Senza feticismo ma sapendo ricordarci, salutiamo la memoria dell'uomo indomito e di quei martiri ignoti – forza eterna delle rivoluzioni! – che invece del loro nome ci hanno lasciato l'esempio della loro virtù.
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Nel fondo dei miei ricordi giovanili – oramai stratificati e solidificati nel mio cervello – sta l'immagine di Saverio Friscia con quella di Giuseppe Fanelli e di pochissimi altri – che dalla vecchia democrazia mazziniana e garibaldina passarono, poco dopo la disfatta della Comune di Parigi, al socialismo internazionale del quale si fece allora bandiera in Italia Michele Bakounine. Più la memoria di quei pionieri si fa lontana e più quelle care immagini brillano agli occhi della mia mente di luce pura e vivissima.
Alcuni di essi – come Friscia e come Fanelli – appartenevano alla generazione che aveva fatta l'Italia, ma lungi dall'assidersi alla mensa del nuovo regime, si erano da essa, disgustati e disillusi.
L'insurrezione comunarda e la crescente fama dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori avevano loro rivelato un ideale di libertà e di giustizia, ben diverso da quella realtà, che con l'unificazione e con l'indipendenza politica dell'Italia si era raggiunta.
Ed essi non esitarono; e voltate le spalle al passato, incuranti delle perdute amicizie e dei nuovi pericoli, innalzarono contro di essi il vessillo della ribellione.
Fondarono giornali, istituirono le prime sezioni dell'Internazionale in Italia, cospirarono.... e morirono fortunatamente senza provare l'amarezza dei nuovi errori e dei nuovi disinganni.
Il ramo, che con essi si era spezzato dall'albero della democrazia, cadendo sul terreno fecondo dell'incipiente lotta di classe, mise radici proprie, crebbe si moltiplicò, fino e diventare foresta.
Ma poi – è pur troppo dolorosa la via del progresso umano – spuntarono le ambizioni, le vanità personali, attecchirono i pregiudizii pseudo-scientifici, divamparono dissensi e lotte intestine. La bella foresta è divenuta ai giorni nostri una selva selvaggia ed aspra e forte di partiti e di scuole discordi e nemici.
Chi avrà il coraggio di adoperare la scure per estirpare le male piante della selva del socialismo?
Chi saprà romperla con le tradizioni, sconfessare le formule dottrinarie, ribellarsi all'egoismo, al fanatismo, al misoneismo dei partiti? Chi avrà la forza e l'abnegazione di lottare per la rinascita del socialismo?
Quegli avrà veramente continuato l'opera dei nostri maggiori – che noi ora onoriamo poveramente con la penna o con la parola, incapaci di esprimere tutta la nobiltà del loro pensiero e tutta la poesia della loro vita.
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Nascondetevi sotterra, eroi d'altri tempi, martiri di una idea, apostoli di libertà.
Mazzini, Garibaldi, Campanella e tu Saverio Friscia che di loro sei degno a loro ti unisci nell'infinito.
Che fareste voi qui anime intemerate ardentissime nel regno della Camorra e dell'indifferenza?
Lasciamo le vane ciancie e le querimonie: giuriamo invece sulle loro ossa di adoperarci fortissimamente, perchè la viltà spadroneggiante rovini, perchè il loro perpetuo ideale trionfi.
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Il nostro tributo
Noi giovani di Sciacca non conoscemmo la persona di Saverio Friscia, poichè eravamo fanciulli che non sanno nulla, quando Egli, finita la sua vita mortale, cominciava la sua vita immortale della fama.
Ma, educati agli ideali delle patrie memorie e dell'avvenire umano, sempre abbiamo avuto familiare la sua figura, accanto agli eroi più venerati del nostro pensiero; ed ora che, dopo un secolo, ricorre il giorno della sua nascita, noi, come un fiore deponiamo la nostra venerazione sulla sua tomba.
Egli riprodusse in sè le qualità più intime della nostra siciliana specie: l'ingegno, l'ardore e la costanza.
Con l'ingegno intese la vita del suo tempo e si formò una visione di vita più alta, la vestì di fiamma con il suo ardore e con la costanza la seguì.
Nacque fra quella generazione di valorosi che la nostra terra esprimeva come prodotto naturale della sua fecondità, visse operando tra le ansie e le speranze; vide compiersi il suo desio, che è il più gran fatto della nostra storia moderna – l'unità d'Italia.
Ma il suo cuore non ebbe palpiti soltanto per la grandezza della patria; Egli svolgeva la sua vita progressiva con i nuovi annunzi che il tempo porta ad ogni ora della vita dei popoli, e bramò la rigenerazione umana.
Nella prima fase della sua vita furono suoi compagni gli agitatori della rivoluzione italiana; nella seconda fase furono suoi compagni gli agitatori della rivoluzione sociale.
Alla amicizia e alla dottrina di Giuseppe Mazzini aggiunse l'amicizia e la dottrina di Michele Bakounine.
Così Egli fu cittadino italiano e fu pure cittadino universale.
La Sicilia, l'Italia, la Svizzera, la Francia videro l'operosità della sua vita; l'aula parlamentare udì la sua voce in difesa della giustizia; ognuno che lo conobbe, seppe la bontà del suo cuore.
Non fu maestro, fu discepolo di due grandi maestri le dottrine dei quali si abbracciavano come l'umanità abbraccia e contiene in sè la nazione.
E come quegli apostoli, la vita dei quali è adempimento della missione ricevuta dal destino, Egli fu sempre pensoso, non di sè, ma di altrui.
Succedevano ai giorni splendidi degli italici trionfi i giorni bigi della politica meschina; ed Egli con la malinconia nell'anima attese invano eventi migliori.
Eroe magnanimo e solitario trapassò serenamente all'eterna pace.
Tale fu la sua vita sulla terra.
E poichè dei grandi non la sola vita mortale, è operativa di bene, ma anche il ricordo della loro vita ispira a virtù, la memoria di Saverio Friscia sarà sempre onorata dalla sua città natale, onorato il suo nome, la sua tomba.
Molta gloria Sciacca acquistò per tal figlio. Egli rigenerò i concittadini in un ideale di vita eroica, Egli insegnò il sacrifizio per la Patria e per l'Umanità, Egli trasse Sciacca nella vita dell'Italia moderna; e, scrivendo con le sue azioni il proprio nome nella storia, scrisse in questo libro eterno ancora il nome di Sciacca.
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I.
Voce implorante dal fondo d'ignoto tormento
una luce:
«dove tu sei Libertà? sempre t'invoco e non so!...»
Vide, in un giorno, e la testa al cielo
levò, come sfida;
ruppe gli anelli che i piè serravangli duri e fuggì.
«O Libertà, che ti trovo alfine, son tuo,
son tuo!
Eccomi, o Patria, ti dò la vita e tutto il mio cuor!»
II.
Vinse
e con gli occhi ancor lieti intorno guardò; ma non vide
tutta la gioia: sentì piangere l'Umanità.
Dunque non eran finite ancora le dure
catene?
e c'era la schiavitù, fra i liberati, e il dolor?
«Eccomi o popoli!» A mille le braccia
levaronsi a lui
che sopra tutti passò benefica Deità.
Vous me faites le grand honneurs, de me domander un article sur Saverio Friscia.
Tout ce que je peux vous dire c'est que je suis heureux de la glorification que vous entreprennez d'un homme d'avant-garde.
Il est juste de rappeler le souvenir de ceux qui ont lutté pour l'émancipation de leurs frères il est utile d'opposer à l'infinie kyrielle des saints (plus ou moins saints) de l'Eglise et des héros officiels (plus ou moins héroiques) de l'Etat des hommes de bien qui n'étaient des valets ni du pouvoir ecclésiastique, ni du pouvoir temporel. Il faut faire savoir à tous qu'à côté d'une tradition légitimiste (dans le sens le plus large du mot), il y a une tradition éleuthériste (pardon de la néologie) et que les nobles actions de ses champions dans le passé autorisent les plus brillantes espérances dans l'avenir.
Quis est veritas? Répandons la vérité – sur le passé, comme sur le présent – et nulle force ne prévandra contre nous.
Otto Karmin
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I caratteri tutti di un pezzo, come quello di Saverio Friscia è bene che siano rari.
Se Egli potesse oggi ritornare a rivivere e osservare, si accorgerebbe dell'esagerazioni, per non dire altro, di certi suoi giudici intorno ai fatti della politica di allora.
Questo però non diminuisce il valore della sua nobile personalità, pochi sono coloro che riescono a leggere nell'avvenire senza ingannarsi. E la integerrima figura di Patriotta che sacrificò tutto ad un ideale di libertà e di benessere pubblico non raggiunto ancora e, forse non raggiungibile mai, merita la gratitudine e la riverenza dei posteri.
I poeti dell'azione come Saverio Friscia, non sono soltanto onore e gloria della loro terra natale, ma della intera nazione.
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Aderire al pubblico riconoscimento degli alti meriti di una Personalità di cui l'Italia ha potuto e può gloriarsi, è un dovere oltre che una gioia per ogni italiano amante della giustizia a proposito di tutto.
E per ciò aderisco di gran cuore al cortese invito che mi vien fatto dal Comitato che intende di onorare nobilmente il nome di Saverio Friscia.
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Furioso il mare batte i lidi azzurri furioso d'amore, d'amore. Gloria a te, o patria di Saverio Friscia, gloria a te, o libertà, imperocchè tu volasti per una terra di tenerezza ove gli aranci languono di amore nelle braccia del sole e s'intrecciano con le stelle, volasti e al tuo volo le cose risorsero da morte e nacque un uomo che si chiamò Saverio Friscia. E un perpetuo desio della terra libera il dolce cuore gli affaticò. E disse al genere umano: Fratello. E disse alla libertà: Sorella. E il cielo mandò dolci folgorazioni e la terra rispose con pie fiammelle amorose e cielo e terra dormirono il più soave sonno d'amore. E la piccola lampada secreta alimentata dall'olio di un solo cuore si tramutò in una luce di cielo e gli spazi si allargarono ed un vessillo si spiegò ai venti che era tutto bianco ed era bianco e verde e rosso.
E una notte quando la neve serrò la terra della sua oppressione, il suo spirito che libertà avea per confine male sofferse e s'involò lo spirito di Saverio Friscia.
Gloria a te, o libertà, tu proteggi il sonno dei prodi.
da Villa Ponte il 5 ottobre 1913
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Sono con voi. Dove è un pioniere della nostra risurrezione io prostro la mia devozione.
Saverio Friscia fra i pionieri è stato un gigante.
L'Internazionale – la più possente associazione mondiale dei suoi giorni – l'ha avuto fra i lavoratori che agitavano il cencio vermiglio per una conflagrazione che riducesse la Borghesia all'impotenza e desse alle masse l'uguaglianza di condizione.
Con Saverio Friscia il proletariato gridava: Viva la rivoluzione!
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Conoscevo il nome di Saverio Friscia come di un patriota illustre: non ne sapevo niente di più. Devo proprio vergognarmene quando il suo popolo stesso mostrava di ignorarlo?
Ora, Voi tutti del Comitato, fate benissimo a mettere in onore la fama e la memoria dell'austero patriota. Potremo così dire che da oggi la Sicilia ha una gloria di più.
Io poi vi sono gratissimo per avermi dato il modo di conoscere meglio l'indole e l'opera del patriota venerando.
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Opera degna di plauso compiono i cittadini di Sciacca agrigentina richiamando alla memoria della pensosa gioventù italiana che alla grandezza presente e futura di questa nostra terra benedetta dà e darà quel che di più puro e di migliore vive e si espande nel suo petto generoso, una nobile ed austera figura di cospiratore, di soldato e di cittadino. Opera degna di plauso, poi che la commemorazione del centenario della nascita di Saverio Friscia, assurge oggi a ben più alta significazione che non sia quella di una semplice cerimonia che si svolga fra le mura di una città della lontana Sicilia. Significazione di gloria passata e di grandezza futura. Il nome del garibaldino Saverio Friscia, italiano, ricordi agli italiani l'invendicata ecatombe della eroica legione universitaria a Curtatone, e l'onta di Persano a Lissa.
Ed il richiamo a tutta quanta la nostra sonante epopea nazionale, oggi che l'Italia è fatta, dica agli italiani che Trento e Trieste appartengono alla fulgida corona delle città d'Italia, di cui sono le gemme più belle perchè più provate ai dolori, Trento e Trieste che rodono il giogo austriaco, Trento e Trieste il cui mai domo spirito italiano i degni discendenti dei carnefici di Belfiore e della «jena di Brescia» tentano ancora una volta di abbattere sotto i colpi iterati della loro barbarie camuffata a civiltà. E Trieste e Vallona, terre d'Italia, faranno dell'Adriatico il golfo di Venezia.
Il nome di Saverio Friscia e tutta la sua vita provino infine alla gioventù italiana che i destini d'Italia riposano sulla fede e sulla concordia.
San Severo di Puglia settembre 1913
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Qualunque sia la nostra fede politica, dobbiamo ammirare in Saverio Friscia un fervido amatore della patria italiana e della libertà politica e civile di tutti i popoli, e inchinarci reverenti alla sua nobile figura, onore della magnanima Sicilia.
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Saverio Friscia è una fra le figure più belle e ardite del risorgimento italiano. Più che mai in questi tempi di patriottismo affaristico occorre che le nuove generazioni lo conoscano, studiino, amino, chè Egli insegna l'amore alla libertà, spinto all'eroico sacrifizio e dice come fu fatta l'Italia nostra.
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Il Friscia da chi lo conobbe fu giudicato buono, mite, devoto alla causa e modestissimo, senza false arie. – Fu deputato, ma senza ambizioni e vanagloria, fu capopopolo senza essere un tirannello, appartenne insomma a quell'epoca del socialismo in cui la grandezza delle idee nuove non era ancora per così dire rimpicciolito nè da un lungo e gretto tirocinio democratico elezionistico, ne da impellenti necessità tattiche ed economiche. La storia del Socialismo Italiano gli serberà grata memoria e ciò perchè Egli fu più che un socialista scientifico un semplice socialista sentimentale.
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Saverio Friscia è onore di Sciacca e della Sicilia tutta.
Possa la rievocazione di questo grande nome scuotere la nostra gioventù e spingerla ad orientarsi verso i veri e sinceri ideali democratici, in quest'ora di tristissimo confusionismo.
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Ricordo la personalità di Saverio Friscia. Venuto tardi sulla scena, ho sentito parlare di Lui con grande rispetto da alcuni, con notevole ammirazione da altri. So che fu una specie di precursore nel Parlamento italiano. Queste notizie indirette però non basterebbero da parte mia che ad un atto di sfacciataggine, se presumessi di lanciare al pubblico uno scritto anche brevissimo.
Vi prego quindi perdonarmi se mi dispenso dallo scrivere cose che potrei desumere, per esempio, dagli elogi funebri fatti alla Camera (mi sembra anche dal Bovio) in occasione della sua morte.
Quanto alla mia adesione alle onoranze centenarie di Saverio Friscia la mando con tutto il cuore perchè è bello sempre onorare gli uomini che furono forti e seppero dare opera al bene altrui, sereni, anche attraverso le più dure ed ostinate persecuzioni.
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Conosco il nome ed apprezzo la tempra meravigliosa di Saverio Friscia, fin da quando, adolescente, cominciai a studiare con devoto amore la vita e le gesta di Rosalino Pilo.
Il suo invito, egregio signore, mi onora, ed io sono lieto di aderire con tutto il cuore alla commemorazione centenaria che costì si prepara dell'insigne cospiratore e patriota.
Se anche non mi suggerissero il plauso tutte le idee e tutti i sentimenti di quel valoroso, che ammiro e condivido, me ne farebbe un obbligo imprescindibile prima di tutto il mio nome.
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Saverio Friscia è, nei miei ricordi, una nobilissima figura di patriota e di scienziato e sopratutto esempio di quel carattere che tanto fa difetto al tempo che corre.
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Aborro dalle presidenze onorarie, ma se credete che il mio nome, in un col nome dell'ottimo Colajanni, possono giovare alla solenne doverosa manifestazione in onore della memoria venerata di Saverio Friscia, del mio nome disponete pure nella forma che vi piacerà.
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Aderisco con tutto il cuore alle onoranze che a buon diritto si apprestano alla memoria del grande patriota Saverio Friscia, in cui i fervori più nobili dell'anima meridionale così armoniosamente si associano alle austerità pacate degli spiriti del nord.
Più che mai nella età dei gnomi è bello onorare i giganti.
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Con piacere aderisco al grande Comitato internazionale per le onoranze che saranno tributate a Saverio Friscia.
Onorare il grande patriota, l'uomo dal carattere inflessibile, l'animo fiero che tanto lottò e soffrì per un ideale fulgido e purissimo è opera altamente onorevole.
Il nome di Saverio Friscia non può rimanere obliato, nè può cancellarsi dalla storia, per volgere d'anni.
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Direzione
del
Partito Socialista Italiano
Roma
Segretariato Politico
Ben volentieri aderiamo al comitato costì sorto per onorare la memoria di Saverio Friscia, spirito purissimo di precursore e di apostolo.
Tuttavia noi riteniamo che la miglior forma, per onorare questi integerrimi campioni nostri, sia quella di seguirne le orme e gli insegnamenti lasciati e non quella delle vane parate, così frequenti nella nostra Sicilia, preda oggi del più losco asservimento policantistico.
Contiamo però sullo entusiasmo delle nuove generazioni che, dall'esempio dei grandi maestri scomparsi, trarranno la forza per rinnovare l'isola dei vespri e dei fasci gloriosissimi.
Per la dir. del Partito Socialista
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La mia più convinta adesione alle onoranze che Sciacca civile intende tributare al suo illustre cittadino Saverio Friscia.
Tutto l'uomo è nelle sue opere che sposano, in sintesi fulgidissima, patria ed umanità, idealità e libero esame.
Nessun marmo più saldo della sua fede, nessuna epigrafe più eloquente del suo pensiero.
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Di uomini che in qualsiasi modo si sono elevati ed hanno lavorato per l'umanità, è bene si faccia meritato ricordo.
Accetto, quindi, l'invito di partecipare al Comitato per le onoranze a Saverio Friscia.
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Ho ricevuto e letto con assai piacere ed attenzione l'opuscolo che commemora Saverio Friscia, bella e grande attitudine di uomo libero contro cui nulla prevalse.
Ho conosciuto così un'altra magnifica tempra di Siciliano-Italiano verso al quale vorrei non fossero avari l'amore e la riconoscenza, almeno postuma ed ideali dei proprii connazionali.
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Manifesto per la memoria di Saverio Friscia tutta la stima e venerazione, benchè non avessi avuto il piacere e l'onore di conoscerlo personalmente.
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Non per scortesia o malvolere tanto meno per disdegno verso una memoria che so essere cara a tanti compagni e strettamente connessa agli inizii del movimento socialista in Italia, ma unicamente per troppa ignoranza mia di uomini e casi; per cui nulla di caratteristico avrei potuto o saputo scrivere per la commemorazione di Saverio Friscia – per questo soltanto non risposi prima, ed anche ora rispondo così male alla sua cortese e lusinghiera richiesta.
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Ho ricevuto il fascicoletto pro Sav. Friscia che Voi gentilmente avete voluto inviarmi.
Aderisco volentieri e con entusiasmo – come aderirebbero tutti gli italiani che intendano – nel vero significato – cosa significhino – patria, riscatto nazionale, rispetto, venerazione e memoria sacra per coloro che tutto sacrificarono – spirito e vita alla libertà nostra.
Anche Ribera deve molta gratitudine a Saverio Friscia, per il benessere e per l'igiene apportati in questo paese eminentemente malarico e plaudo quindi – come riberese e come italiana – questa bella e doverosa iniziativa di giovani colti e generosi.
Da Villa Isabella 20 settembre 1913
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