Antonio Saffi
Della vita, e delle opere di Maria Properzia de' Rossi, scultrice bolognese
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I. Di quanti fra cultori e ammiratori dell’arti belle ha l’Italia, non è alcuno a mio credere, o Bolognesi, che ignori quel che valesse nello scolpire la giovine donna Maria Properzio De’ Rossi; bensì da moltissimi si fan querele, che delle virtù sue appena fra soli pochi dell’arte mantengasi viva la ricordanza. Ma il costei infortunio doloroso sovra tutti parmi abbia a riuscire a voi, o signori, a voi che vi avete con essa di comune la patria. Ed in vero se si venisse a tor via quello che n‘han detto insieme il Vasari, e indi appresso il Cicognara nelle loro istorie, non so in qual modo potessimo ora risovvenirci di un tanto onor vostro. La quale ingiuria, o Bolognesi, se io non mi dessi a credere, aver dovuto ella soffrire più per certa indolenza di mal augurati tempi, che per incuria de’ vostri padri, i quali ebbero sempre in onore ogni maniera d‘arti o di scienze; volentieri vorrei qui farmi del novero di coloro, che un giustissimo sdegno gl’infiamma contro quelle male ordinate città, le quali, o per disconoscenza del buono, o per poco amore delle virtù, o per disleale ingratitudine, o per infingardaggine rea, o per qualsivoglia altra biasimevol cagione, sopportarono non senza grande vergogna, che insieme col corpo andasse sepolto il nome di que’ loro egregi cittadini, che per opere d’ingegno pregiabilissime meritaron d’essere nel cospetto del mondo perpetuati. alcuno certo vorrebbe tassarmi di orator baldanzoso e irriverente, perchè libero e franco mi fossi ardito alla presenza vostra parlare il vero: considerando, che gli spiriti eccelsi per un acceso desiderio di gloria sempre studiarono con ogni maggiore sforzo e fatica di condurre lopere loro alla più perfetta bellezza, sì per essere onorati in vita, sì per lasciare a’ posteri durabile fama d’ogni rara loro eccellenza. Che sebbene molti di questi per così laudabile studio e desiderio abbiano colto in vita dalla liberalità de’ principi, premi ed onori, con aumento grandissimo di fortune; non di meno l’essersi passati con silenzio da chi per solo debito di cittadino, o per semplice cortesia avrebbe dovuto celebrarne le meritate lodi, è cosa così vituperevole e indegna, come l’aver tentato di sbarbicare dal mondo la più nobile gloria quella cioè, che in esempio degli avvenire mantiene eterna la fama de’ sommi ingegni. Laonde poiché questo ufficio di solenne orazione è dato a lodare le liberali arti, e a incoraggiare questi giovani valorosi, i quali tutto han posto in esse il loro studio; ho stimato, toccando a me oggi l’onore del favellare, che potesse la mia voce esser da voi più benignamente ascoltata, se io la userei in avvivar la memoria e l’industria di questa lodatissima artista, cittadina vostra. Argomento, secondo che m’avviso, non discaro a voi uomini, che qui vi accoglieste per ottimo intendimento che avete di queste arti: non a voi, cortesi donne, che vi rinfresca la memoria di una Quistelli, d’una Anguisciuola, d’una Fontana, d’una Sirani, e di quante altre levarono alto la gloria del gentil sesso. Verrò dunque rimemorando, in quel modo che per me si potrà meglio, da prima l’ingegno e l’ottima indole ch’ella sortì da natura; dappoi i prodigiosi avanzamenti in ogni suo studio, massime quello dello scolpire; per ultimo la fama grande in che salse, le traversìe che le incontrarono nella vita, e la morte, lacrimata da’ suoi cittadini, da’ maestri d’arte, da tutta Italia.


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