Antonio Saffi
Della vita, e delle opere di Maria Properzia de' Rossi, scultrice bolognese
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IX

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IX. Ma ritornando a Properzia, e agli avanzamenti che l’andava facendo in quest’arte, quando ella si vide arrivata al segno di reggere al paragone cogli altri artisti, si determinò professarla. Non si sa certo, se a ciò la movesse mezzanità di fortune, ovvero una ragionevole brama di comparire agli occhi del pubblico in qualità di maestra. Comunque fosse, certo che a moltissimi ne parve bene, estimando che senza pur conoscerla di veduta, la sola offerta di prezzo sarebbe bastata a dar loro nelle mani alcuna sua opera, che altrimenti avrebbero forse sperato indarno. E così fu per appunto: che quanti v’erano ammiratori delle sue virtù, tanti le si mostrarono desiderosi d’ottenerne alcun saggio. Ed ella senza avere considerazione più per questo, o per quello, ma a tutti soddisfacendo con eguale amore, con egual prontezza e diligenza, veniva sempre più crescendo estimazione a se stessa, e desiderio negli altri di darle continuo da operare nell’arte. Se non che quel soverchio logorarsi gli spiriti in fantasie senza mai frammezzarvi qualche riposo; quel faticare le braccia ed il petto così incessante da non reggervi complessione la più robusta, non che quella sua, come di donna, delicatissima, la dovettero poi consigliare di andar più a rilento ad accettare le ordinazioni e di alcune ancora a sottrarsene mal suo grado. Non potè però a meno di non consentire, anzi di non abbracciare con tutto il cuore ciò che da personaggio ragguardevolissimo le fu richiesto operare nella sua patria. Era il chiedente Monsignor Goro Geri in ufficio allora di Vice-Legato in Bologna. Uomo di vita la più irriprensibile per ogni verso, apprezzator grande d’ogni civile cultura, e nel ministero che sosteneva interissimo. Questo reverendo prelato per lasciare alcuna memoria degna di se, e in qualche modo gradevole ai cittadini che governava, poich’ebbe fatta ristorare e abbellire di portico la chiesa di S. Maria del Baracano, volle che vi avesse per entro qualche lavoro di Properzia, il cui nome sonava ai bolognesi sommamente caro e riputato. Fecevi ella adunque alla capella maggiore, dov’è l’immagine di Nostra Donna10, tutti quegli ornati che si veggiono per ogni faccia delle pilastrate dell’arco; cioè arabeschi, e candelliere; e intorno queste intrecciamenti di fogliami, con fiaccole, uccelli, leoni, sfingi, e cose simili; il tutto ritratto su pietra viva cosi pulitamente e alla leggiera, che non è artefice, il qual si faccia a mirarlo, che per lavoro d’intaglio nol reputi degno di molta lode. L’approvazione poi, e l’allegrezza che mostrarono di quest’opera i suoi cittadini, non accade dire quanto fu grande. Appena si seppe da qualche bocca essere il lavoro venuto a termine, una folla di gente trasse alla chiesa. Alcuni andavano spinti dal desiderio di vedere un’opera in marmo fatta per mano di giovinetta donna lor cittadina, altri condotti, oltre alla curiosità del vedere, da una calda brama di farsi lodatori alla bella artista; moltissimi poi da un cotal senso di maraviglia che destava loro l’andar vedendo ogni giorno novelle prove di quel vario e gagliardo ingegno.





10 Tirab. Malvasia.



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