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XIII. Nella seconda poi, ossia quella del Giuseppe, ancora più che nell’altra è artificio e vaghezza, tal che ne fa credere quello che dicono; che Properzia mentre lavorava sì fatta istoria, si trovasse perdutamente invaghita di un molto bel giovane16, il qual pareva che non troppo di lei sì curasse. Vedesi dunque nella detta tavola la sventurata donna egiziana, infuriata per la ripulsa dell’amato garzone; il quale in alto di raccorre in se tutta la virtù sua, non ode preghi o lusinghe, non fa parola, e fermo nel suo pensiero si fugge. Sono alcuni fra bolognesi, che per certa somiglianza dell’amore di Properzia con quello della moglie di Putifarre (in quanto che entrambe non ottennero corrispondenza di affetti) vogliono che nelle sembianze dell’egizia donna ella abbia inteso a ritrarre se stessa, e nell’effigie di Giuseppe, quello medesimo che non voleva donarle il suo amore. Ma chi di questo può farci fede, e levarsi mallevadore delle opinioni del volgo, che le più volte tortamente giudica, e favoleggia? Io per me appena mi accosto a credere, che ciò per isfogo dell’animo abbia nel solo Giuseppe operato; non mi potendo persuadere senza gran ripugnanza, che una donna di quell’ingegno e di quel grido che fu Properzia, volesse farsi spettacolo di pubblico biasimo. Ma passando oltre su questo, è il lavoro in ogni sua parte così ben condotto, cosi compito, che gli stessi scrittori che fanno menzione di Properzia, si accordano a celebrarlo con ampie lodi. 17