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XVII. Dio volesse, o signori, ch’ei mi fosse dato, facendo qui punto, di passar via ciò che dell’infelice Properzia mi resta a dire. Ma l’assunto che ebbi preso non mel consente, e m’è pur forza tirare innanzi sino alla lacrimevole e troppo indegna sua fine. E già di non esservi gran fatto da lungi se ne vedevano segni apertissimi. La bellezza, ch’era stata alle virtù sue, tanto caro ornamento, si disfiorava: la piacevolezza, la giocondità, l’allegria, cangiate in mal umore, in tristezza: la musica, e l’altre arti, delle quali s’era mostra sin dall’infanzia amantissima, poco meno che cadute in dimenticanza. Indi, siccome è solito in una viva e smisurata accension di amore, i sonni brevi, e funestati spessissimo da spaventi; continuo rompere in pianti, affannarsi, disperarsi. né mai un istante trovar riposo. Ella però con pazienza e rassegnatezza più che ordinaria, sopportò sino all’ultimo quel suo finire tormentosissimo. E come è proprio di una grand’anima, allorché si vide giunta all’estremo punto, supplicando a Dio pace per le affettuose compagne che piangenti la confortavano, per quel crudo suo amato che innanzi tempo la toglieva dal mondo, senza lacrime, senza sospiri passò di vita. Quanto acerba e dolorosa riuscisse a’ cittadini la costei perdita, non è da esprimersi con parole. Al primo sentore, alla prima novella che ne uscì fuori, si fe’ universale un compianto, non altrimenti che se ciascuno fosse rimaso tocco da propria disavventura. E fu in vero lode grande, lode invidiabile di quella virtuosa, che un’intera città, la qual per la solenne incoronazione di Carlo Quinto era stata poc’anzi tutta in feste, in tripudi; alla costei morte, scordasse il fasto de’ potenti, scordasse l’esultanza, si rattristasse.21