IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Gli equivoci del parlamentarismo
Il potere ministeriale e la maggioranza parlamentare3
Ettore Janni sta pubblicando nella Lettura certe sue saporose «Memorie di deputato» che sono una vera e propria vivisezione del parlamentarismo. Fra l'altro, dopo una brillante descrizione di un tipo classico di arrivista in fregola di un posticino ministeriale lo Janni ci regala questo squarcio di impressioni parlamentari: «Avrei voluto affrontare l'on. Giolitti e dirgli: – Eccellenza, non importa ch'io dissenta dai vostri ammiratori e dalle parentele dei vostri servitori, che sbuffano acqua di boria a guisa di grossi cetacei. Ditemi soltanto, da uomo a uomo, una cosa: lo sentite lo schifo di questa carne di maggioranza, il fastidio di questa gente che non sa né cercar la sua via né aggrapparsi dietro i carri senza goffaggine e vuole ad ogni costo che voi vi comportiate con essa come se esercitaste la tratta delle bianche? Quando questa gente v'è intorno, mi par di udire non so che ticchettio di ciondoli d'oro falso o fruscio di tuniche brevi (ecco gli afflosciati divani rossi, Eccellenza) e mi par d'aspettare che un commissario di pubblica sicurezza vi si accosti e vi domandi se avete in regola il permesso della questura. Ditemi che il tanfo di questa pescheria canicolare, quando per terra rimangono le interiora dei pesci sotto nugoli di mosche, vi mozza qualche volta il respiro e io mi asterrò dal credere la vostra arte di governo consista nell'estrazione dell'alcool metilico dai rifiuti organici –».
Da questa pittura, presa dal vero, appare evidente che la maggioranza parlamentare non è che un fenomeno di polarizzazione di vanità, di interessi, di rancori.
Il grosso dell'opinione pubblica non si rende conto della vera natura della maggioranza parlamentare, tanto è vero che pensa le crisi ministeriali come opposizioni del parlamento ai ministeri e non, come sono in realtà, affermazioni di nuovi ministeri in gestazione che hanno trovato il gruppo di aderenze necessarie ad un assalto ai banchi del governo. Senza tener conto poi delle false crisi: dei casi cioè in cui lo stesso ministero che è al potere trova comodo passare il timone ad un nuovo ministero, destinato a raccogliere i cocci e le spine, e a liberarsene a sua volta, perpetuando la politica dello «scarica barile». In qualsiasi caso la maggioranza parlamentare è il gruppo d'invitati al banchetto di Trimalcione. L'ambiente parlamentare italiano odierno è simile a quello inglese dei tempi di Walpole, quale ce lo fece conoscere Carlo Fox nel 1780:
«In tutto il Regno, il Governo non ha un uomo che l'appoggi per convinzione. Quando i membri del Parlamento attraversano la sala per andare ai loro posti, se domandate ad ognuno che pensa delle proposte, dei ministri della lor onoratezza e saggezza, vi risponderà immancabilmente che egli li disprezza ed aborrisce. Ma ciò non impedisce che questo membro appena arrivato al suo stallo non si affretti a votare nel senso del Ministero, su ogni quistione a cui questo mostrerà interessarsi».
Oltre alle adesioni ottenute con gli intrighi del corridoio i ministeri possono far conto sui deputati eletti con lo appoggio ministeriale. Giolitti, ad esempio, specialista nel far le elezioni governative, s'è sempre assicurata la maggioranza parlamentare attraverso le candidature... giolittiane. E bisogna considerare che l'influenza governativa sulle elezioni politiche è enorme.
Moltissimi deputati sono tali esclusivamente per l'appoggio prefettizio. Il governo influenza gli impiegati pubblici, minaccia di scioglimento i consigli comunali, li spaventa con la minaccia di inchieste, intralcia la loro opera amministrativa con una tutela giuridica esercitata in modo ostruzionistico. Specialmente nel mezzogiorno d'Italia moltissime amministrazioni comunali debbono subire ed aiutare le candidature ministeriali. Non a torto dunque, il Dannou definì i governi parlamentari quelli in cui «i ministeri fanno e disfanno i deputati».
Ecco quello che scriveva, a questo proposito, l'Abisso in un suo articolo, nella Rivista popolare di Napoli, sopra gli «Equivoci del Parlamentarismo»: «Sino a poco tempo fa gli unici disegni di legge d'iniziativa parlamentare che riuscivano ad aver vita, erano quelli relativi a qualche tombola, a qualche pensione ed a simili bazzecole, ma ora anche questa larva legislativa incontra ostacoli non lievi. I disegni di legge importanti vengono, adunque, presentati dal ministero. Però, si apporrebbe male chi ritenesse che autori di questi disegni siano proprio i ministri che li sottoscrivono e che sono emanazione del parlamento. Ciò può anche essere vero, ma non è necessario che lo sia, dal momento che molti progetti non sono che manipolazioni burocratiche, ovvero opera di commissioni di persone competenti appositamente designate. Vero è che questi progetti non diventano leggi se non sono votati dalle due camere e sanzionati dal re, ma è vero pure che sovente il contributo delle camere è formale o si riduce ad una non sempre feconda opera di emendamento. E ciò, a prescindere dai casi, purtroppo frequenti, in cui certi progetti di legge di grandissimo rilievo sono approvati senza alcuna modificazione, in seguito a discussioni affrettate ed a votazioni imposte dal governo alle fedeli e servili maggioranze».
Secondo lo Statuto, il potere legislativo s'impernierebbe nel parlamento, ed al potere esecutivo (ministeriale) spetterebbe l'emanazione dei regolamenti necessari all'applicazione delle leggi. Invece il Ministero invade continuamente il campo dell'attività legislativa parlamentare, quando non l'occupa completamente, col regime dei decreti legge. Si creano allora giurisdizioni eccezionali, che costituiscono un regime autocratico svestente di ogni tutela le libertà statutarie più elementari.
Questa preponderanza del potere ministeriale sulla vita parlamentare implicherebbe una superiore competenza da parte dei ministri rispetto ai parlamentari. Invece il criterio direttivo, se pure, si può chiamare così, nella formazione dei ministeri è prettamente politico, vale a dire risponde alla necessità di accontentare un certo numero di parlamentari, fra i più fedeli ed utili reggi-scala e di compensare la collaborazione, o placare l'opposizione, di qualche partito. Quali siano i risultati di questo tipo di formazione dei Ministeri ce lo dice l'Abisso, nell'articolo sopra citato: «Non v'è dubbio che uomini i quali sono a lungo vissuti nell'atmosfera parlamentare possano, essendo preposti a dicasteri strettamente politici, come gl'interni e gli esteri, far prevalere le proprie idee e lasciare una impronta della propria personalità.
Non accade, però, sempre lo stesso pei Ministeri di carattere tecnico, i quali esigono che il Ministro, che deve dirigerli abbia una preventiva preparazione, se non voglia contentarsi della modesta gloria di apparire come una specie di tappezzeria amministrativa. Non a sproposito adunque l'on. Nitti mi diceva che egli non consentirebbe mai di accettare la direzione di un dicastero, del quale non avesse una completa conoscenza, ripugnandogli di fare la figura di quei Ministri, che si limitano a prendere poche idee in subaffitto da qualche funzionario, che a sua volta le prenda in affitto da altri. Pure questo doveroso sentimento di responsabilità è tutt'altro che frequente, poiché molti uomini politici amano il potere per il potere, come gli scrittori del rinascimento coltivavano l'arte per l'arte. Succede, quindi, che nelle composizioni dei Ministeri si tien conto non della capacità maggiore o minore dei singoli ministri, ma delle loro aderenze parlamentari. E quando un deputato, che forse è un buon avvocato o un ottimo professore, va a capo di una Amministrazione che non conosce, prova una forma di stordimento, una specie di mal di mare, che gli fa perdere la visione netta delle cose e lo induce a mettersi sotto la tutela di qualche funzionario di fiducia. Tutto ciò non impedisce che i giornali annunzino frequentemente che il Ministro a ha dato una tale disposizione, che il Ministro b ha preparato un determinato progetto di legge, anche quando a e b non sappiano proprio nulla delle azioni buone o cattive, che vengono loro attribuite. Non sarà, dunque, esagerato l'osservare che quella teoria di diritto costituzionale, per me errata, secondo la quale il Re sarebbe una finzione, possa estendersi a parecchi suoi segretari di Stato, collocati nell'eminente posizione di finzione amministrativa. In quei Ministri, invero, che passano come ombre per pochi mesi o qualche anno attraverso un ramo di amministrazione e che nei rapporti della burocrazia, pratica dell'intricato meccanismo amministrativo, di cui è l'autrice, si trovano in condizione di una mosca avvolta nella ragnatela, altro non si riesce a ravvisare che una menzogna convenzionale della vita pubblica e, però, un indice sicuro di decadenza, sia pure transitoria, del parlamentarismo».
La necessità di avere con sé la maggioranza che hanno i ministeri, è l'elemento informatore della loro politica e il principale fattore della loro particolare costituzione.
Questo rapporto di subordinazione fra la Camera e il Ministero rappresenta il più grande equivoco del Parlamentarismo.
Cade completamente, per chi esamini le cose non attraverso le definizioni ma nella loro realtà, la distinzione formalistica tra sistema costituzionale e sistema parlamentare.
Secondo la distinzione convenzionale nel sistema costituzionale il Ministero è un'emanazione del capo dello Stato e può reggersi anche non secondato dalla maggioranza della Camera, mentre nel sistema parlamentare il Ministero si basa sul consenso della maggioranza parlamentare. Il dott. Alessandro D'Emilia, in un suo interessante studio sui rapporti del regime parlamentare e gli alti corpi dello Stato, scriveva a questo proposito:
«La volontà della metà più uno dei legislatori o dei costituenti è infatti così assoluta ed illimitata come pel passato fu quella del re: la volontà della maggioranza è legge e nessuna garanzia ha ottenuto la minoranza per la tutela dei suoi diritti. L'illusione della libertà poteva giustificarsi se il diritto delle minoranze avesse ottenuto una qualche tutela, ma dacché questa è fatalmente mancata, non è lecito illudersi su questo punto. Il solo mutamento che si è avuto nel nuovo regime è quello relativo all'arte di conquistare la volontà che ha forza di legge per tutti: nelle monarchie assolute fioriva l'arte di conquistare il sovrano, nelle democrazie parlamentari fiorisce l'arte di conquistare le plebi votanti dalle quali deve uscire la maggioranza. Qualunque gruppo di persone può giungere a dominare quella maggioranza di voti che occorre perché la loro volontà diventi legge, può impunemente affondare le mani nella borsa altrui, purché sappia farlo con tatto tale da non suscitare timori nei membri della stessa maggioranza. Altrimenti il gioco fallisce per imprudenza del giocoliere. L'arte di comporre le maggioranze a qualunque costo e con qualunque mezzo è quindi l'arte naturale di governo nei regimi parlamentari maggioritari, e non è strano perciò che ad essa si siano limitate le abilità politiche preponderanti in questi regimi: in Francia quest'arte ha preso forma di corruzione morale con lo sfruttamento di speciali interessi di classe o di territori, in Italia ha preso forma di corruzione più personale e più materiale fino a quella della conquista, a qualunque costo, delle urne elettorali: ma in ambo i casi all'arte vera di governo del paese si è sostituita l'arte falsa di governo di alcuni interessi, ovvero, peggio ancora, di alcune persone soltanto, di quelle appunto che, in virtù dell'inesauribile dabbenaggine umana, sanno conquistare il diritto di votare in Parlamento».
Il sistema parlamentare funziona esclusivamente a favore della classe politica dominante, che domina la vita giuridica ed amministrativa della nazione attraverso il principale organo di potere: il Ministero.
I nomi dei ministri, dal 1848 al 1860, sono significativi. Per anni ed anni il potere ministeriale è stato sempre nelle mani di esponenti degli interessi e delle ideologie delle classi ricche e dei partiti più conservatori, esponenti che appartennero sempre alle classi privilegiate, specialmente dal lato finanziario. Vi sono state delle eccezioni, casi di uomini che salirono al potere dopo aver conosciuto il carcere, come Nicotera, la miseria e le persecuzioni, come Crispi. Ma queste eccezioni non vengono per nulla ad infirmare le nostre affermazioni. A ragione A. Ghisleri, in un suo articolo, in «Critica politica», diceva: «Gli uomini arrivati dalle umili categorie del popolo alle sfere governative, non vi giunsero che dopo aver dato le più sicure garanzie d'una metamorfosi, per cui la "classe politica" dominante potesse pronunciare, come nella commedia di Molière, il "dignus est intrare". In apparenza, e per darla a bere al popolo, si celebrerà la competenza, e le benemerenze patriottiche, o la influenza parlamentare del nuovo Ministro, in realtà la classe dominante lo accoglie nel suo seno, in quanto s'è persuasa che, se anche le sia stato oppositore, non ne turberà il dominio, ma le gioverà anzi a consolidarlo».
Gli uomini che sono giunti al potere ministeriale in settanta e più anni della vita parlamentare italiana vengono a confermare questa verità, che Lord Chatam diceva ai tempi di Giorgio III d'Inghilterra: «Il Governo appartiene agli uomini più pieghevoli, non agli uomini più capaci!».
Il potere ministeriale è, dunque, il vero governatore dell'Italia, e il parlamento non è che il suo campo di dominio e la sua maschera statutaria.
Il sistema parlamentare e la sovranità popolare4
È un diffuso pregiudizio politico l'opinione che il sistema parlamentare, a base di suffragio universale, costituisca un regime democratico tale che la volontà della maggioranza della nazione possa liberamente ed interamente affermarsi agendo sugli ordinamenti politici e determinando le direttive del governo. L'importanza del sistema parlamentare è così esagerata che questo sistema è preso come criterio di distinzione fra la monarchia assoluta e quella costituzionale. È questa una delle tante eredità dell'ideologia democratica della prima metà del secolo XIX. È noto infatti che uno dei canoni politici della rivoluzione francese fu che la sovranità popolare potesse tradursi in pratica mediante il sistema parlamentare.
Malgrado tutte le delusioni che ha generato il sistema parlamentare, il mito del parlamento interprete ed organo esecutivo della volontà popolare, ha così profonde e salde radici che solo qualche movimento d'avanguardia è riuscito a liberarsene completamente. Attualmente non vi siamo che noi ed i repubblicani antiparlamentaristi a non prender parte, né come eleggibili né come elettori, alla vita parlamentare. Come mai il parlamentarismo occupa ancora così buona parte centrale della vita pubblica? Risponde il Ghisleri in un suo interessante articolo sulla questione, pubblicato dalla «Critica Politica».
«Le delusioni o le contraddizioni, che l'esperienza non mancò di far seguire a quella generale illusione, non rettificarono tale convinzione, divenuta un dogma o un presupposto assiomatico che non valeva la pena di discutere. Perché le delusioni furono attribuite a colpa o a deficienza degli uomini, non del sistema; e la passione dei vari partiti di opposizione, concentrata dell'interesse di accreditare questa opinione nel popolo, per colpire gli avversari e sostituirli al potere, coltivò sistematicamente nell'opinione pubblica l'eterna illusione, che i mali derivassero dagli uomini di governo, non già dal meccanismo governativo in se stesso. E siccome le istituzioni parlamentari permettevano la vicenda dei ministeri alimentando l'alterna fortuna e le ambizioni rivali dei capi partito tutte le opposizioni si mostrarono ugualmente devote di un sistema, che poteva portarle al potere. Non è da stupire, che alla medesima illusione abbia soggiaciuto il partito socialista quando dalla prima fase anarcoide della sua preparazione evangelica deliberò di passare a contarsi e a combattere sul terreno elettorale. Come succede agli ultimi venuti, l'ingenuità e la pervicacia o infatuazione dell'illusione doveva anzi durare più a lungo fra i socialisti e dura tuttora, mentre fra i partiti storici più anziani i difetti congeniti al sistema erano già stati acutamente, da autorevoli uomini politici e da studiosi, scoperti, denunciati e comprovati».
Il Mosca dimostra ampiamente che tale distinzione è applicabile anche negli Stati rappresentativi, nei due trattati: Sulla teoria dei Governi e sul Governo parlamentare ed Elementi di scienza politica. Le osservazioni del Mosca venivano riprese poi da Giuseppe Rensi nel suo libro: Gli «ancien régimes» e la democrazia diretta. Rimando il lettore a queste opere, per non cadere in una esposizione dottrinaria, che sarebbe inopportuna.
Per rendersi conto del fatto che la classe dominante può, attraverso gli ingranaggi del meccanismo costituzionale dello Stato, monopolizzare le funzioni governative, e conservare l'effettivo dominio sulla vita pubblica, è utile soffermarsi ad esaminare una istituzione che rientra nel sistema parlamentare: il Senato. Scrive, a questo proposito, il Ghisleri, nell'articolo sopracitato: «La classe politica era facile a discernere nei regimi assoluti, quando era composta essenzialmente dei nobili e del clero. Nei regimi puramente parlamentari è costituita in modo alquanto dissimile, secondo i paesi; e le sue distinzioni dal popolo appaiono meno marcate; però sempre concorrono a formarla la nascita e la ricchezza. Lo Statuto di Carlo Alberto sotto questo riguardo, è rimasto dei più vicini al precedente regime assoluto: vedansi le categorie fissate per la nomina regia del Senato! Inoltre le tradizioni di privilegio della nascita e della ricchezza prevalgono tuttora, dopo settanta anni, nella consuetudine delle nomine alla carriera diplomatica e consolare e nelle promozioni ai più alti gradi dell'esercito. Carriere le quali formano ancora oggi, se non due caste chiuse, però due sfere distinte dall'alta direzione dello Stato, solidamente sottratte al controllo e alle ingerenze del Parlamento».
Anche il Parlamento è in parte costituito di rappresentanti delle classi privilegiate sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. Anche il Parlamento costituisce l'espressione delle classi politiche dominanti. Pochi deputati vengono dal popolo; la maggioranza proviene dalle classi così dette dirigenti. E nascita, nota il Mosca: «Vuol dire ricchezza, vuol dire relazioni, vuol dire tono e abitudine al comando e ad occupare una posizione importante». Molti infatti sono i deputati di origine plutocratica, che hanno vinto le battaglie elettorali col mercimonio di voti, con la propaganda su larga scala, ecc. Specie nel Meridionale i deputati ricchi sono dei Don Rodrigo che fanno del loro collegio un feudo dominato da una larga reti di interessi e, quando vi sia della resistenza, dai randelli dei mazzieri. Questi deputati per censo vanno al Parlamento per meglio tutelare i propri interessi, per avere un nuovo campo di affari o perché trovano nella vita politica uno sfogo alla loro vanità. Per molti onorevoli snobs il parlamento poi è un campo sportivo, una casa da gioco, o da thè. Vi sono anche i deputati di origine parlamentare che riescono, pur essendo riusciti in minoranza, ad ottenere la proclamazione con qualche artificio, e che poi vengono convalidati per compiacenza ministeriale.
A questi casi parlamentari si riferiva Toni Arcoleo quando disse che nelle elezioni il corpo elettorale opina, la Giunta delle elezioni designa, la Camera elegge. Rare sono quelle elezioni che sono dovute esclusivamente al prestigio personale del candidato: e questi pochi casi si riscontrano, pur con delle eccezioni, nella vita elettorale dei partiti di sinistra.
Che il Parlamento sia un campo di speculazioni affaristico politiche lo dimostra il fatto che una gran parte di deputati viene dall'avvocatura. A questo proposito credo interessante far conoscere l'opinione di... un avvocato: Piero Calamandrei. Il suo libro Troppi avvocati (Ed. La Voce) contiene un interessante capitolo sugli avvocati in Parlamento, in cui è illustrata la ripercussione sulla vita politica dell'eccesso numerico degli avvocati. Ecco alcune cifre significative relative agli avvocati deputati attraverso alcune legislature: nella XX erano 220, nella XXI erano 239, nella XXII 246, nella XXIII 255, nella XXIV 250, nella XXV 201. Il Calamandrei commentando queste cifre scrive:
«Di fronte a queste cifre così eloquenti, Candido direbbe che se la funzione del Parlamento è quella di legiferare, giusto è che vi siano largamente rappresentati i giuristi, che hanno specifica competenza tecnica per far le leggi nel miglior modo possibile; ma in realtà tutti sanno che le leggi, nella loro formulazione tecnica sono ormai, meno opera del Parlamento che della burocrazia; e del resto se si deve giudicare dalla tecnica legislativa, dovremmo dire che è inutile mandare in Parlamento tanti avvocati quando le leggi vengono fuori così tecnicamente imperfette, farraginose, imprecise, frammentarie».
Non a torto, dunque, l'opinione pubblica trova negli avvocati il simbolo e l'esponente dell'odierna degenerazione dell'istituto parlamentare.
Da quanto abbiamo detto fino a questo punto risulta chiaramente che le origini del Parlamento sono le classi ricche e le classi medie, e che, di conseguenza, l'istituto parlamentare è un organismo di classe.
Ma il Parlamento è ben lontano dall'essere l'espressione della volontà popolare, oltre che per la sua stessa costituzione, anche per il suo funzionamento.
I deputati non sono dei delegati del collegio. Il collegio serve per la conquista del seggio parlamentare, ma, ottenutolo, gli elettori non hanno più alcun diritto a fare del loro eletto un portavoce della loro volontà, e tanto meno un esecutore. Il deputato può votare delle leggi che sono contrarie agli interessi dei suoi elettori e può perfino votare per la guerra, vale a dire pesare sulla bilancia di una decisione che riguarda niente di meno che la vita di coloro da cui ha ottenuto il voto. Così in un paese a maggioranza neutralista, come era il nostro, abbiamo avuto una maggioranza parlamentare guerrafondaia.
Il concetto di onestà contrattuale tra il deputato e gli elettori manca completamente in Italia e costituisce anzi una delle più spiccate caratteristiche della vita pubblica italiana. A ragione Giovanni Zibordi, in un suo articolo nella Critica-Sociale scriveva: «La inferiorità della nostra vita politica sta invece in questo ed è rivelata da questo: che si può salire in rinomanza ed entrare alla Camera attraverso un partito e mediante un patto con gli elettori, e si può rimanervi e parlare e votare, quando si è abbandonato quel partito e si è rotto il patto con quegli elettori».
L'argomento meriterebbe una trattazione ben più ampia della presente, ma credo sufficienti questi cenni a dimostrare tutta la menzogna del parlamentarismo come forma di interpretazione ed esecuzione della volontà delle maggioranze. Più si esamina il Parlamentarismo nei suoi caratteri costitutivi e nelle sue principali manifestazioni e più appare colossale la mistificazione parlamentare, che faceva scrivere allo Spencer: «La grande superstizione della politica odierna è il diritto divino del parlamento. L'olio d'unzione sembra sia scivolato da una sola testa su quella di un gran numero, consacrando loro, ed i loro decreti».