Camillo Berneri
Il federalismo libertario
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La comune di Parigi e l'idea federalista

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La comune di Parigi e l'idea federalista8

Quando Pietro Kropotkin scriveva: «Col nome di «Comune di Parigi nacque un'idea nuova chiamata a diventare il punto di partenza delle rivoluzioni future», intendeva: l'idea federalista; per lui identificantesi con l'idea libertaria. Nel giugno 1871 Michele Bakounin affermava essere un fatto storico immenso che «questa negoziazione dello Stato si sia manifestata precisamente in Francia ch'è stata sin qui, per eccellenza, il paese dell'accentramento politico». Lo stesso Marx, in un suo indirizzo del 1821, del Consiglio Generale dell'Internazionale, esaltava la Comune come la «distruzione del potere centrale».

Indubbiamente la rivoluzione del 1871, ebbe carattere autonomista e federalista. Ma occorre distinguere l'idea dal fatto, distinguere, cioè, quel che la Comune pensò e quel che essa fece pensare.

Nella storia accade di sovente che un avvenimento acquisti un significato che trascende il complesso ideologico che ne costituisce l'essenza programmatica, nel senso pratico contingente.

La dichiarazione della Comune al popolo francese (19 aprile 1871) è esplicitamente autonomista e federalista, ma non è spoglia di autoritarismo. La Comune di Parigi rivendica l'onore di lavorare e soffrire per la Francia intera, di preparare la rigenerazione politica, economica e sociale di tutta la Francia, ma chiede soltanto il riconoscimento ed il consolidamento della Repubblica, e delimita la propria funzione direttiva, in questi termini: «L'autorità assoluta della Comune, estesa a tutte le località della Francia e la quale assicuri a ciascuno l'integrità dei suoi diritti ed il pieno esercizio delle sue facoltà e delle sue attitudini, come uomo, cittadino e lavoratore.

«L'autonomia della Comune non avrà altro limite che il diritto d'autonomia eguale per tutte le altre Comuni aderenti al contratto e la cui associazione deve assicurare l'unità francese. «I diritti inerenti alla Comune sono:

«Il voto del bilancio comunale, entrate e spese; la fissazione e la ripartizione dell'imposta; la direzione dei servizi locali; l'organizzazione della magistratura, della polizia interna e dell'insegnamento; l'amministrazione dei beni appartenenti alla Comune.

«La scelta, mediante elezione o concorso, colla responsabilità e il diritto permanente di controllo e di revoca dei magistrati o funzionari comunali di ogni categoria.

«La garanzia assoluta della libertà individuale, di coscienza e del lavoro.

«L'intervento permanente dei cittadini negli affari comunali, mediante la libera manifestazione delle loro idee, la libera difesa dei loro interessi; garanzie date e tali manifestazioni dalla Comune, sola incaricata di sorvegliare e assicurare il libero e giusto esercizio del diritto di riunione e di pubblicità.

«L'organizzazione della difesa urbana e della guardia nazionale, che elegge i suoi capi e veglia, sola, al mantenimento dell'ordine nella città.

«Parigi non vuole nulla di più a titolo di garanzie locali, sempreché, ben inteso, ritrovi nella grande amministrazione centrale, delegazione dei comuni federali, la realizzazione e la pratica degli stessi principii.

«Ma, grazie alla sua autonomia ed alla sua libertà d'azione, Parigi si riserva di operare a sua guisa, in casa sua, le riforme amministrative ed economiche reclamate dalla cittadinanza; di creare istituzioni che sviluppino e propaghino l'istruzione, la produzione, lo scambio e il credito; di universalizzare il potere e la proprietà, secondo le necessità del momento, ed il voto degli interessati ed i dati forniti dall'esperienza.

«I nostri nemici s'ingannano od ingannano il paese, accusando Parigi di volere imporre la sua volontà o la sua supremazia al resto della nazione e di pretendere ad una dittatura che sarebbe un vero attentato contro l'indipendenza e la sovranità delle altre Comuni.

«L'unità politica, quale la vuole Parigi, è l'associazione volontaria di tutte le iniziative locali, il concorso spontaneo e libero di tutte le energie individuali in vista d'un bene comune, il benessere, la libertà e la sicurezza di tutti.

«La Rivoluzione comunale del 18 marzo inaugurava un'era nuova di politica sperimentale, positiva, scientifica.

«È la fine del vecchio mondo governativo e clericale, del militarismo, del funzionarismo, dello sfruttamento, dell'aggiotaggio, dei monopoli, dei privilegi, ai quali il proletariato deve il proprio servaggio, la patria le proprie sventure e i propri disastri».

Parigi, centro dell'antico potere amministrativo e nello stesso tempo «centro di gravità sociale della classe operaia francese», come lo diceva Marx, voleva dare alla Francia un «governo a buon mercato» e la spinta verso l'emancipazione sociale. Un manifesto della Comune ai lavoratori delle campagne, abbinava, infatti, questi tre punti programmatici:

«Parigi chiede che ogni uomo non proprietario non paghi un soldo d'imposta; che chi non possiede che una casa col suo giardino non paghi neppur esso; che le piccole fortune paghino un'imposta mite, e che tutto il peso dell'imposta incomba sui ricchi.

«Parigi chiede che la giustizia non costi più nulla a chi ne ha bisogno e che il popolo stesso scelga i suoi giudici.

«Parigi vuole infineascolta bene – o lavoratore delle campagne, povero giornaliero, piccolo proprietario divorato dall'usura, mezzadro, voi tutti che seminate, sudate pel profitto di qualcuno che non fa nulla – Parigi vuol la terra al contadino.

A chi esamini attentamente i proclami, i decreti, i giornali della Comune, non può apparire che evidente il contrasto tra i due aspetti fondamentali di quell'avvenimento: il patriottismo suo esasperato e democratico e il socialismo rivoluzionario, nelle sue varie tendenze. Analogo contrasto si rivela nei riguardi strettamente politici, e si polarizza in due correnti: l'autoritaria, od accentratrice, e libertaria, o federalista.

La prima corrente era costituita: dai giacobini tipo Gambetta, cioè dal repubblicanesimo autoritario e formalista e dalla democrazia ultra gradualista; dai fedeli al Consiglio generale dell'Internazionale, che pretendeva dirigere il movimento da Londra, cioè dai marxisti più marxisti di Marx; dai blanquisti. La seconda corrente si ramificava in vari casi: i giacobini, tipo Delecluze, disposti a sacrificare l'attaccamento all'unità e all'autorità al trionfo della rivoluzione; i socialisti «collettivisti», cioè gli anarchici, come Varlin; i discepoli e gli amici di Proudhon. Intorno al nucleo dei federalisti estremi, vi era un alone di simpatizzanti. Tra questi alcuni erano fuorieristi, non perché seguissero il sistema nel suo complesso, ma perché ne accettavano alcune idee, e fra queste quella del comune libero, base della società socialista. Altri, disgustati del comunismo autoritario, che, agnostico rispetto al regime politico, a forza di affermare che, riguardo al comunismo, tanto vale un monarca che un presidente repubblicano, come diceva Cabet, aveva permesso il colpo di Stato di Napoleone III, si avvicinavano alla corrente federalista, come a quella che tendeva ad assicurare un sicuro assetto repubblicano.

L'elemento più combattivo era con i giacobini ed i blanquisti, e la corrente libertaria era un'infima minoranza, nella formazione della Comune. Il dissidio fra centralisti e federalisti si limitava, quindi, nella pratica di governo, all'urto tra quattro gruppi: giacobini derivanti le idee centraliste dal giacobinismo del 1793; blanquisti, derivanti le idee centraliste dai loro predecessori babonvisti; giacobini comunalisti, derivanti le loro idee autonomiste dalla azione costruttiva e rivoluzionaria delle sezioni di Parigi e dei Comuni del 1793-94; federalisti in senso proudhoniano.

Concludendo: la Comune di Parigi fu autonomista e federalista, ma più nel senso che a queste parole davano Cattaneo e Ferrari che nel senso che dava ad esso Bakunin. Ciò non toglie che essa segnasse per il movimento federalista libertario l'inizio di un florido sviluppo, specie nei paesi latini, e la possibilità di precisare il proprio sistema su quello che apparve, e in grande parte fu il più grande modello storico di una rivoluzione anti-statale e di una riorganizzazione su basi autonomiste e federaliste di carattere auto-democratico.





8 Culmine, a. II, n. 7, Buenos Aires, 27 aprile 1926.



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