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Il governo fascista ha soffocato interamente le autonomie comunali. Ha cominciato ad arrogarsi il diritto di nominare la amministrazione del Comune di Roma (Decreto-Legge 28 ottobre 1925, n. 1949), poi ha esteso tale diritto ai Comuni di una popolazione inferiore ai cinquemila abitanti (Legge 4 febbraio 1926, n. 237) e ai centri balneari e turistici (Decreto-Legge 15 aprile 1926, n. 765). Infine il regime delle amministrazioni di nomina governativa fu esteso a tutti i Comuni del regno (Decreto-Legge 3 settembre 1926, n. 1910). Oggi il diritto di suffragio per la nomina dei consiglieri provinciali non è che una formalità, e le amministrazioni provinciali sono rette da Commissioni regie. Gli enormi poteri dei prefetti e la costituzione dei Consigli provinciali di economia (Legge 18 aprile 1926, n. 731) hanno ucciso l'autonomia degli organi elettivi provinciali.
Questo massacro fascista delle autonomie comunali e provinciali è stato possibile perché tali autonomie erano ristrette e confuse, perché il governo era unitario, perché conservazione borghese e accentramento statale furono connessi, nell'indirizzo monarchico-unitario, in tutto il periodo di formazione e di rassodamento nazionale.
Il Piemonte, avanti l'unificazione nazionale, possedeva una organizzazione dei servizi esecutivi di tipo francese. Tale sistema fu esteso alle altre regioni d'Italia (Legge del 23 ottobre 1859 - Legge comunale e provinciale 20 marzo 1865). Vi furono dei ritocchi, ma non sostanziali. Il tentativo regionalista del Ministro Minghetti fallì, per l'opposizione della maggioranza dei deputati, che vedevano sempre in pericolo l'unità nazionale e temevano il risorgere del federalismo.
Il territorio nazionale fu, dunque, diviso in province, in circondari e in comuni. A capo delle prime furono posti i prefetti, dei secondi i sotto-prefetti, dei terzi i sindaci. La provincia e il comune beneficiarono della personalità giuridica (art. 2 del cod. civ.), mentre che il circondario rimase una semplice circoscrizione amministrativa. I poteri conferiti ai prefetti, di nomina governativa e dipendenti dal Ministero degli Interni, furono molto estesi, sì che un prefetto intraprendente poteva, come dice un detto popolare: «fare tutto, salvo che cambiare un uomo in una donna».
Le riforme delle istituzioni locali autonome, introdotte o legalizzate dalle successive modificazioni della legge comunale e provinciale, ridussero alquanto i poteri dei prefetti rispetto alle amministrazioni provinciali e ancor più alle comunali, ma la politica interna dei successori di Cavour e, ancor più, degli uomini di... sinistra saliti al potere nel 1876, fece dei prefetti degli agenti elettorali del ministero. Il prefetto capace di fare le elezioni era il prefetto che faceva carriera. Giolitti spinse il sistema al massimo, e rimase celebre l'alleanza tra la prefettura di Napoli (Tittoni) e dei capi camorristi, come rimase celebre la lotta fra Salvemini ed i mazzieri di De Bellis nelle Puglie.
Solo F.S. Nitti cercò di rompere questa tradizione, nelle elezioni legislative del 1919. Tutti gli altri ministri degli Interni fecero le elezioni a mezzo dei prefetti e dei sotto-prefetti. Le sottoprefetture non erano, come dice il Brunialti (Il diritto amministrativo italiano, Torino 1912, vol. I p. 647) che «degli uffici di informazioni, di trasmissione e di sorveglianza», cioè degli uffici di polizia.
Il sindaco, capo dell'amministrazione comunale elettiva, era agente del governo. La conquista socialista di molte amministrazioni comunali nell'autunno 1920, dimostrò, per l'atteggiamento di vari sindaci socialisti (rifiuto di celebrare i matrimoni cingendo la sciarpa tricolore, di esporre la bandiera regia al balcone del palazzo comunale, ecc.) e seguenti provvedimenti governativi, questo dualismo statale-comunale, governativo elettivo, della carica di sindaco.
Queste circoscritte e confuse autonomie comunali permisero che l'illegalismo squadrista desse l'assalto ai Municipi in mano ai socialisti, con la complicità dei prefetti. In una sua conferenza sulle «autonomie Comunali», il liberale Zanetti disse tutto il suo orrore per le inosservanze di certi sindaci socialisti verso le leggi dello Stato, mentre se il fascismo è arrivato a Roma è stato possibile, tra l'altro, per la mancanza di vere e proprie autonomie comunali. Se contro ai prefetti, rappresentanti locali del governo centrale, ed ai ras fascisti, i sindaci socialisti avessero potuto opporre una autorità armata di milizie civiche, le cose sarebbero andate molto diversamente.
La rivoluzione italiana non deve limitarsi all'abolizione dei podestà, funzionari di nomina regia, deve opporsi al mantenimento dei prefetti, anche rossi. I Comuni non debbono essere più degli organi dell'amministrazione centrale, del potere governativo, ma degli organi di sintesi amministrativa locale e di cooperazione, regionale e nazionale, con gli altri Comuni.
L'Associazione dei comuni italiani, fondata nel 1902, e la Lega dei comuni socialisti, fondata nel 1915, rappresentarono un interessante esempio della possibilità di coordinare tutte le amministrazioni locali in una Confederazione di amministrazioni autarchiche, collegate strettamente con le organizzazioni di produzione (Consigli di fabbrica, corporazioni, ecc.).
De Tocqueville, nella sua mirabile opera De la Démocratie en Amerique, ha detto ed illustrato questo assioma politico: «è nel Comune che risiede la forza dei popoli liberi». Contro la centralizzazione unitaria bisogna opporre la grande idea dell'autonomia. Alla base, i Consigli operai, contadini, impiegatizi, professionali.
La distruzione delle foreste meridionali, la particolaristica costruzione delle linee ferroviarie, la politica doganale che rovinò la industria vinicola e i frutteti del Mezzogiorno, mantenendo una cultura estensiva inadatta, lo sfruttamento delle industrie parassitarie del Nord, coi soldi dei contribuenti del Sud, la sperequazione tributaria, la legislazione uniforme, le frodi e le violenze delle clientele con l'appoggio dei prefetti, i cervellotici provvedimenti a favore dell'Italia meridionale, ecc., questi motivi di propaganda anti-statale sono più che mai vivi, e ci possono permettere un vasto campo di differenziazione politica da un lato e dall'altro di polarizzazione.
I repubblicani-federalisti non potevano, nei loro sistemi, tener conto dei Consigli di fabbrica, della forza dei sindacati, dell'élite operaia. Il loro sguardo è fisso sul Comune medioevale. Il federalismo Kropotkiniano, eccessivamente preoccupato della libertà individuale e allucinato dal mito del genio collettivo, si rivolge troppo a forme patriarcali di assemblee continuamente deliberanti e a forme amministrative politicamente pre-istoriche.
Noi dovremmo agitare la bandiera delle autonomie. Se riuscissimo, in ogni Comune, a creare un centro di resistenza contro le forze tendenti all'accentramento statale, avremmo fatto molto. In politica, non è l'ampiezza, l'assoluta coerenza ideologica che conta, ma l'evidenza della utilità delle soluzioni, l'intelligenza, la costanza e l'audacia di un'aderenza alla massa qual'è, di agitazioni che, volta a volta, polarizzino intorno ai nostri nuclei i bisogni e le aspirazioni delle moltitudini.
Nel campo economico l'abbiamo fatto questo passo. Rimane il campo politico.