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Discussione sul federalismo e l'autonomia12
il nostro problema, essenziale in rapporto al nostro ruolo di comunisti libertari in seno alla rivoluzione italiana, è quello di scegliere tra l'integralismo tradizionalista e un possibilismo che, pur mantenendo fisso lo sguardo alla stella polare dell'Idea, ci permetta d'incunearci fecondamente nella linea di frattura delle forze rivoluzionarie. L'antitesi che mi pare non presumibile, come tu dici, bensì inevitabile, sarà: comunismo dispotico centralizzatore o socialismo federalista liberale.
Dal 1919 in poi non mi sono stancato di agitare in seno al movimento anarchico il problema di conciliare l'integralismo educativo e il possibilismo politico, osando sostenere polemiche e contraddittori con i più autorevoli rappresentanti dell'anarchismo italiano. Ma non mi sono mai trovato di fronte a un corpo biblico anarchico bensì alla prevalenza di determinate correnti d'idee derivate da questo o da quell'autore. Nell'ortodossia anarchica non vi è mai stata una vera e propria Scolastica, bensì un'oligarchia dottrinaria nella quale i vari capi-scuola sono contrastanti. L'ortodossia stessa non è, nel campo nostro, che la cristallizzazione del revisionismo. Malatesta, ad esempio, si è sempre differenziato da Kropotkin su moltissime questioni pratiche e in moltissime impostazioni teoriche. E Fabbri mi diceva, un giorno: «È necessario che noi, vecchi, moriamo perché l'anarchismo possa rinnovarsi». L'anarchismo è più che mai fermentato da impulsi novatori, e alla propaganda generica, tradizionalista, prevalentemente dottrinaria sta subentrando ovunque un problemismo... salveminiano precursore e nuncio di programmi aderenti a questa e a quella situazione rivoluzionaria. A rallentare tale processo evolutivo ha fortemente contribuito il fatto che il movimento anarchico è stato gravemente colpito dal crollo del liberalismo là dove esso contava maggiori forze numeriche e culturali: come in Argentina, nel Brasile, in Spagna, in Italia ecc. La repressione reazionaria ha fucilato Landauer e strangolato Mühsam in Germania, ha strangolato Josugi in Giappone, ha fucilato o deportato tutti gli esponenti dell'anarchismo russo, ha distrutto le case editrici e le riviste in quasi tutti i paesi del mondo, ha reso la vita difficile a quasi tutti i propagandisti e a quasi tutti gli studiosi di parte nostra. Gli anarchici non hanno potuto profittare dei lunghi periodi di calma che hanno conosciuti i partiti socialisti legalitari. Hanno dovuto, in ogni parte del mondo, costruire sulle sabbie mobili di una situazione permanentemente negativa a sviluppi culturali metodici. Si aggiunga che quasi tutti gl'intellettuali dell'anarchismo sono stati e sono militanti rivoluzionari: qualità che porta con sé, oltre ai periodi di forzata inattività culturale, lo sperpero di tempo e di energie.
Dato che tu e gli altri dirigenti di G. L. siete persone colte, mi pare che la discussione possa essere impostata non sui residui tradizionalisti dell'anarchismo bensì su quel che di vivo, ossia di attuale e di razionale, voi vedete nell'anarchismo contemporaneo.
Noi e voi abbiamo di fronte il problema di come imprimere alla rivoluzione italiana un indirizzo autonomista in politica e socialista-liberista in economia.
Per il momento, mi limito alla prima questione, per chiedervi di formulare in modo chiaro il senso dell'art. 13 dello schema programmatico di G.L.: «repubblica democratica organizzata sulla base delle più ampie autonomie locali e sulle istituzioni autonome della classe lavoratrice». Non ti nascondo che dopo che il sovietismo leninista si è trasformato nello Stato bolscevico che ha negato il primo completamente, attribuisco ai programmi un valore molto relativo. I movimenti politici navigano per forza di venti e l'apriorismo razionalista dei programmi è quasi sempre destinato a dissolversi a contatto dell'irrazionale, ossia della storia in atto. Il sinistrismo del programma fascista del '19 ha ingannato molti, ma non era deliberatamente ingannatore. Il giellismo che è attualmente, in molte sue formule e in molti suoi atteggiamenti, vicino all'anarchismo, può domani allontanarsene in una situazione di compromesso a dispetto dei suoi dirigenti e di parte dei suoi quadri. Non vi attribuisco tenebrose manovre, ma non considero il vostro movimento abbastanza omogeneo nella sua formazione e abbastanza elaborato nel suo programma per rinunciare a riserve attuali e a preoccupazioni per l'avvenire. Non sono ad esempio, certo che siate dei federalisti e propendo a considerarvi degli autonomisti unitari a colorazione federalista legalitaria.
L'autonomismo unitario abbraccia tutti i sistemi di decentramento atti ad alleggerire lo Stato nel campo delle sue attività amministrative ma atti altresì a garantire al governo centrale il predominio politico. Tale autonomismo fu essenzialmente liberale-democratico (Minghetti, Ricasoli, Farini, Depretis, Crispi, Di Rudinì, Zanardelli, Sonnino, Bertolini, Lucchini, Jacini, F.S. Nitti, Amendola ecc.), cattolico (Sturzo e P.P.I.); repubblicano (Mazzini, Mario, Ghisleri ecc.); socialista (partito socialista nel suo insieme).
Il federalismo, senza tener conto di quello neo-guelfo, ormai superato, è autonomista-legalitario e autonomista-libertario. Il federalismo legalitario è essenzialmente repubblicano (Ferrari, Cattaneo, Rosa, Bovio, Zuccarini e La Critica politica ecc.) e non è, in sostanza, che una integralista concezione democratica dello Stato. Nel campo socialista fu del tutto singolare la propaganda federalista del Salvemini. Il federalismo libertario (Pisacane, Bakunin, Cafiero, Malatesta, Fabbri ecc.) si è frazionato in tre correnti principali: una riallacciantesi al comunalismo kropotkiniano, una sindacalista, una sovietista. Attualmente, le due correnti principali sono: una comunalista-sindacalista-sovietista e una difficilmente classificabile, ma che si potrebbe, grosso modo, definire anarchica intransigente. Il giellismo mi pare situato tra l'autonomismo unitario del liberalismo-democratico, il federalismo repubblicano ed il federalismo libertario.
Il giellismo, teoricamente equidistante dall'autonomismo unitario e dal federalismo libertario, mi pare destinato ad essere girondino (federalista) di fronte all'unitarismo giacobino, qualora questi si sia reso, o sia per rendersi, padrone dello Stato, o giacobino (autonomista unitario) se la rivoluzione l'abbia portato ad un ruolo governativo. Nel primo caso c'incontreremo; nel secondo caso c'incontreremo egualmente, ma come avversari. Il giellismo non sarà girondino o giacobino per volgare camaleontismo, bensì perché a condizionare il suo atteggiamento saranno le diverse situazioni politiche. Soltanto un'aprioristica volontà di astensione dal ruolo governativo ed una radicata concezione della rivoluzione permanente potrebbero far escludere la previsione di un opportunismo giellista nel corso della rivoluzione italiana.
Il giellismo, nel caso che veda l'utilità di battersi in nome del federalismo, troverà acerrimo nemico il partito comunista, il cui federalismo non è che la maschera di un autonomismo unitario. Che in un congresso del 1933 questo partito abbia parlato di repubblica del Nord, di repubblica del Sud, di repubblica sarda non è affatto una garanzia per chiunque sappia a che cosa si riduce il federalismo dell'U.R.S.S.: federazione coatta di cinquanta repubbliche nelle quali vige il dispotismo bolscevico, facente capo allo zarismo moscovita del Comitato centrale esecutivo e di Stalin.
Che cosa sia il federalismo libertario non mi è possibile esporre qui, dopo aver già occupato tanto spazio, ma segnalo il fatto che in questi ultimi tempi sono usciti dei libri (in Argentina, in Francia e altrove) nei quali sono esposti dei sistemi libertari nei quali i comuni, i sindacati, i consigli, i comitati, alla base, e le assemblee (regionali e nazionali) e le direzioni generali al vertice, vengono, almeno in teoria, a sostituire lo Stato, delineando un sistema politico in cui al governo degli uomini subentra l'amministrazione delle cose. Questo sistema è, per Proudhon, l'Anarchia. E lo è anche per tutti i socialisti libertari.
Debbo confessare che l'opinione che mi sono fatta del federalismo di G.L. è scarsamente documentata e che sono sotto l'impressione, sfavorevolissima, di un'intervista di E. Lussu risalente al 1929, di un articolo (di Tirreno), dei Quaderni di G.L. risalente al 1933, nonché dell'art. 13 dello schema del programma giellista, così vago da parermi sibillino. Forse studiando tutto quanto avete scritto sull'argomento sarei diversamente disposto. Ma dubito che sarei del tutto soddisfatto, anche perché ho la presunzione di avere, sul federalismo, delle idee personali, per quanto riguarda l'Italia.
Penso, caro C. R., che comincerai a pentirti di avermi sollecitato a continuare la discussione. Prevedere dovrebbe essere virtù preminente in un dirigente. Vero è che i mattoni sono parenti delle tegole e, come quelle, imprevedibilmente crudeli ai passanti, che fanno bene a camminare nel mezzo della via, ossia, per uscir di metafora, a saltare le lettere troppo lunghe.
Berneri conferma autorevolmente la nostra interpretazione dell'anarchismo collettivista come socialismo federalista liberale e riconosce la necessità che gli anarchici abbiano a prendere posizione domani in una concreta situazione rivoluzionaria per far trionfare soluzioni di libertà su soluzioni di dittatura.
È un primo punto, ma è il punto decisivo. I socialisti e i comunisti anarchici sono numerosi in Italia; contano, nei loro gruppi, forti individualità; e, se sapranno domani accettare le responsabilità non solo dell'azione (il che è certo) ma anche della ricostruzione, potranno esercitare una notevole influenza contribuendo anche ad evitare le deviazioni di altri movimenti a loro affini. Giacché da che cosa derivano, o potrebbero derivare, quelle deviazioni? Dal fatto che su una posizione di intransigente difesa dei principi di autonomia e di libertà non si sono trovate sinora, nella classe operaia e contadina, forze abbastanza solide per contenere le tendenze dittatoriali accentratrici. Mentre gli uni corrono dietro al mito russo, gli altri guardano la stella polare dell'Idea. Ora, il mito russo è terrestre; la stella polare è in cielo. Tra quelli che operano con decisione in terra e quelli che protestano in nome del cielo, si sa già a chi spetterà la vittoria.
Quindi, socialisti e comunisti libertari, se volete vincere domani o almeno non soccombere bisogna che vi prepariate sino da ora ad opporre alle concrete soluzioni dittatoriali una concreta, attuabile soluzione socialista federalista liberale. La quale, beninteso, non spranghi le porte a progressi ulteriori.
Questo concesso, Berneri ha pieno diritto di esigere schiarimenti sul nostro federalismo e autonomismo. L'articolo 13 dello Schema (provvisorio e in vari punti importanti superato) non lo soddisfa. Gli osservo che l'art. 13 non serve che a sottolineare l'indirizzo a cui è informato tutto lo Schema, e non può quindi essere considerato a sé stante. Neppure soddisfa Berneri l'importante articolo di Tirreno sul sesto Quaderno. Ma qui mi sembra che Berneri sia nel torto. L'articolo di Tirreno è di un deciso, intransigente federalista che si ricollega alla sinistra federalistica del Risorgimento. Contro quell'articolo insorse, a suo tempo, lo Stato Operaio. La critica che si può, se mai, muovere a Tirreno, è quella di avere impostato il federalismo su una base troppo esclusivamente politico-territoriale e con la mente troppo esclusivamente rivolta al mezzogiorno e alle isole. Ma è tutto quello che gli si può rimproverare. Rinvio Berneri quanti s'interessano al problema federalistico a due altri articoli apparsi sul settimo Quaderno, il primo dei quali decisivo per il nostro movimento: Chiarimenti al nostro federalismo, di M. S., frutto di lunghi studi e di discussioni coi compagni italiani, e Il Piemonte e il problema federale di Magrini.
Assai importanti per gli orizzonti nuovi che aprono e a mio avviso veramente geniali sono pure i due studi di Tec (altro compagno italiano) su Stati d'animo dei lavoratori industriali (Quaderno 10) e Civiltà industriale (Quaderno 12). Quando parlo di libertarismo del XX secolo è anche agli articoli di Tec che penso. I cinque studi sopra ricordati – a parte tutto l'indirizzo del nostro movimento – sembrano sufficienti a situare, senza possibilità di equivoci, il nostro movimento. Quando a quello che succederà domani, caro Berneri, non è a noi, ultimi venuti, senza responsabilità per il passato e, se non erro, abbastanza coerenti e fermi sinora, che si possono muovere rimproveri in anticipo o intentare processi alle intenzioni. Plechanov, teorico bolscevico, Kropotkin, teorico anarchico, si pronunciarono in Russia per la guerra nel 1914; altrettanto fecero il socialista Mussolini e gli anarchici e sindacalisti Rocca e Corridoni in Italia. Federzoni non era stato anarchico in gioventù? È consigliabile dunque che nelle discussioni relative al domani ci mettiamo su piede di parità, con lo stesso coefficiente di male e di bene, di deviazioni possibili e di fedeltà irriducibili. Gli uomini passano, le idee e anche i movimenti restano.
Non mi rimane ormai molto spazio per fissare qualche idea intorno al nostro socialismo federalista liberale.
Telegraficamente direi (uso il condizionale, alcune di queste idee essendo personali):
1) che per G.L. il federalismo politico territoriale è un aspetto e una applicazione del più generale concetto di autonomia a cui il nostro movimento si richiama: cioè di libertà positivamente affermata per i singoli, gruppi, in una concezione pluralistica dell'organizzazione sociale;
3) che, specie dopo il fascismo, anziché rivalutare la patria regionale bisognerà sforzarci di superare o allargare la patria nazionale in cui si asfissia, facendola coincidere con la nozione di patria umana o umanità, espressione di valori essenziali comuni a tutti gli uomini indipendentemente dal sangue, dalla lingua, dal territorio, dalla storia;
4) che gli organi vivi dell'autonomia non sono gli organi burocratici, indiretti, in cui l'elemento coattivo prevale, ma gli organi di primo grado, diretti, liberi o con un alto grado di spontaneità, alla vita dei quali l'individuo partecipa direttamente o che è in grado di controllare. Quindi il comune, organo territoriale che ha in Italia salde radici e funzioni; il consiglio di fabbrica e di azienda agricola, organo o uno degli organi dei produttori associati; la cooperativa, organo dei consumatori; le camere del lavoro, i sindacati, le leghe, organi di protezione e di cultura professionale; i partiti, i gruppi, i giornali, organi di vita politica; la scuola, la famiglia, i gruppi sportivi, i centri di cultura e le innumeri altre forme di libera associazione, organi di vita civile;
5) che è partendo da queste istituzioni nuove o rinnovate, legate fra loro da una complessa serie di rapporti, e la cui esistenza dovrà essere presidiata dalle più larghe libertà di associazione, di stampa, di riunione, di lingua, di cultura, che si arriverà a costruire uno Stato federativo orientato nel senso della libertà, cioè una società socialista federalista liberale;
6) che il concetto di autonomia deve valere non solo per domani ma anche per oggi; non solo per la ricostruzione ma per la lotta che dovrebbe condursi secondo questi criteri; autonomia alla base, cioè iniziativa dei gruppi locali in Italia e all'estero; e federazione al centro, cioè Alleanza Rivoluzionaria.
Sarebbe opportuno che su questi problemi vitali il dialogo a due si trasformasse in discussione generale.
Il giornale è lieto di aprire le sue colonne a quanti, a qualunque corrente appartengano, abbiano qualche cosa da dire in argomento.
P.S. Berneri riecheggia la formula classica non solo di Proudhon ma di Marx, secondo cui, in regime socialista, «al governo degli uomini subentra l'amministrazione delle cose».
La formula ha un profondo significato contro l'autoritarismo e l'oppressione dello Stato di classe. Ma è dubbio se convenga ripeterla tale e quale dopo l'esperienza russa.
La tesi del governo come amministrazione di cose, implica la concezione dell'amministrazione come pura tecnica. È il pianismo, il tecnicismo forsennato, è la via aperta a tutte le dittature in nome della produzione massima. L'argomento principe di tutti i dittatori, Mussolini in prima linea, è sempre stato quello che dalle grandi questioni di organizzazione e di produzione sociale esula la politica.
Viceversa, la tesi è che in un regime socialista anche nell'amministrazione delle cose si dovrà tenere un conto sempre più largo dell'uomo, oggi avvilito sul luogo del lavoro al rango di cosa. Non si tratta di cacciar la politica, categoria insopprimibile; ma di sostituire ad una politica ingiusta e inumana, una politica più giusta e più umana.