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Il federalismo di Pietro Kropotkin13
Uno dei lati più interessanti del pensiero politico di Pietro Kropotkin è il federalismo, motivo che ricorre sì frequente nei suoi scritti e costituisce una delle basi della sua ideologia anarchica. Il federalismo kropotkiniano, pur non essendo una teoria sistematica e pur non differenziandosi profondamente dal federalismo del Proudhon e del Bakunin, presenta varie caratteristiche, che ne rendono interessante l'esame.
Tale esame, richiede un excursus biografico, che ci illumini sulla genesi del pensiero federalista del Nostro, in rapporto all'ambiente in cui questo pensiero si formò ed affermò. A ragione, un filosofo italiano scrivendo del Kropotkin, osservava: «Non si comprenderà mai l'intimo spirito del movimento anarchico, se non lo si consideri storicamente come una reazione radicale e violenta alla profonda trasformazione subita nel corso del secolo XIX dall'istituto statale». (A. Tilgher, Un filosofo dell'anarchismo, in Il Tempo, Roma, del 2 luglio 1921).
Kropotkin, principe-anarchico, è, infatti, la migliore dimostrazione di questo asserto.
1. Esperienze
La limpida e dettagliata autobiografia (Memorie di un rivoluzionario) del Kropotkin ci rende possibile seguire passo passo le singole fasi di formazione del suo pensiero federalista.
A diciannove anni, ufficiale dei cosacchi, si reca nella Transbaikalia, dove si interessa con passione alle grandi riforme, iniziate nel 1862 dal governo ed affidate all'Amministrazione Superiore della Siberia. Segretario di comitati governativi, a contatto con i migliori funzionari, comincia a studiare vari progetti di amministrazione municipale, ma ben presto vede tutti gli sforzi di rinnovamento intralciati dai Capi di distretto, protetti dai Governatori generali, che subiscono, alla lor volta, gli ordini e le influenze del governo centrale. La vita amministrativa gli rivela ogni giorno sistemi e metodi assurdi, sì che, vista l'impossibilità di una qualsiasi riforma, nel 1863 partecipa ad una spedizione lungo l'Amùr.
Durante una tempesta, quaranta barconi affondano e vanno perdute duemila tonnellate di farina. Questa catastrofe gli offre l'occasione di conoscere ancor meglio la burocrazia centrale. Le autorità non vogliono credere al disastro e gli stessi impiegati agli Affari della Siberia, a Pietrogrado, rivelano una completa ignoranza su tutto ciò che entra nella loro particolare... competenza. Un alto funzionario gli dice: «Mio caro com'è possibile che quaranta barconi siano distrutti sulla Neva senza che qualcuno si lanci a salvarli!». Rispondendogli il Kropotkin, che 1'Amùr è quattro volte più largo della Neva, il funzionario, domanda, stupìto – Ma è veramente così grande? – e passa, seccato, a parlare di frivolezze.
Kropotkin parte per la Manciuria più che mai sfiduciato nell'amministrazione centrale. Dovette certamente pensare ai burocrati di Pietrogrado quando, alla frontiera cinese, un funzionario del Celeste Impero respinse il suo passaporto perché costituito da un modesto foglio di carta protocollata, mentre mostrò grande rispetto per un vecchio numero della voluminosa Gazzetta di Mosca che gli fu mostrata come passaporto.
Divenuto attaché al «Governatorato Generale per gli affari cosacchi», il Nostro fa un'accurata inchiesta sulle condizioni economiche dei Cosacchi dell'Usurì. Tornato a Pietrogrado si vede felicitato, promosso, premiato. Ma l'attuazione pratica dei progetti proposti viene a mancare per colpa dei funzionari, che rubano il denaro e continuano a fustigare i contadini, invece di fornire loro il bestiame ed alleviare, con pronti e idonei soccorsi, i danni della carestia. «Questo succedeva – dice il Kropotkin – dappertutto, cominciando dal Palazzo d'Inverno, a Pietrogrado, per finire all'Usurì ed al Kamciatka. L'alta amministrazione della Siberia s'informava a buonissime intenzioni, ed è mio dovere ripetere che, tutto considerato, era assai migliore, molto più illuminata, s'interessava di più al benessere del popolo che l'amministrazione di qualsiasi altra provincia della Russia. Ma era una amministrazione – un ramo dell'albero che aveva le radici a Pietrogrado – e ciò bastava per paralizzare tutte le sue eccellenti intenzioni, bastava per far sì che s'interponesse e soffocasse ogni principio di vita e progetto autonomo. Qualunque cosa fosse iniziata dagli abitanti per il bene del paese destava sospetto, ed era immediatamente paralizzata dalle mille difficoltà, che provenivano non tanto dalla malavoglia degli amministratori, quanto dal fatto che quei funzionari appartenevano ad una amministrazione centralizzata e gerarchica. Il semplice fatto che appartenessero ad un governo che irradiava da una lontana capitale faceva sì che considerassero ogni cosa dal punto di vista di impiegati che prima si domandavano: cosa diranno i superiori e che effetto avrà questo o quell'altro sul meccanismo amministrativo. Gli interessi del paese prendevano il secondo posto».
Parallelamente alla conoscenza del cattivo funzionamento degli organi amministrativi accentrati, contribuiscono alla formazione della sua personalità anarchica le osservazioni sulla libera intesa fra gli interessati, che egli fa continuamente durante i lunghi viaggi nella Siberia e nella Manciuria. Gli appare evidente la funzione che le masse anonime esercitano nei grandi avvenimenti storici e, in generale, nello sviluppo della civiltà. Questa valutazione informò poi, come vedremo, tutta la sua critica sociologica e fu a base del suo metodo di ricerca storica.
Venuto in Occidente, nella Svizzera, grande influsso esercitò sulle sue tendenze federaliste e libertarie il contatto con la Federazione del Giura, i cui militanti erano imbevuti del federalismo libertario di Bakunin. Già nel 1872 quella organizzazione aveva assunto un indirizzo spiccatamente autonomista ed antiautoritario (Kropotkin vede in quella esperienza «la prima scintilla dell'anarchismo»). Bisogna notare che al determinarsi di tale indirizzo aveva contribuito molto il dominio fortemente accentrato, si può dire tirannico, del Consiglio generale della Internazionale.
Tornato in Russia e messosi a contatto con gruppi intellettuali di sinistra, il Nostro constata nuovamente l'inutilità degli sforzi fatti da coloro che tentavano la rigenerazione del paese attraverso gli zemstvos, o consigli di distretto e di provincia. L'idea della necessità per la Russia di un regime federativo, agitata fin dal principio del secolo XIX fra i decembristi (verso il 1825) fu ripresa da membri del gruppo socialista di Pétrachewsky (1848), da Cernycewsky, tra il 1855 e il 1861 e, infine, da Bakunin e dai populisti del periodo 1870-80. Il modello degli Stati Uniti di America ed alcune istituzioni e tradizioni locali condussero anche dei funzionari a progettare organizzazioni amministrative basate sul principio dell'autonomia. Ad esempio: il progetto amministrativo di Speransky, per la Siberia, comprendeva dei Consigli, comprendenti i rappresentanti di tutte le amministrazioni, il cui compito avrebbe dovuto essere la gestione di tutti gli affari locali.
Tale opera era sospettata come separatista, come tendente a creare uno Stato dentro lo Stato, e perseguitata a tal punto che qualsiasi tentativo di miglioramento nel campo amministrativo, sanitario e scolastico abortiva miseramente, portando con sé la rovine di interi gruppi degli eletti agli zemstvos.
Nonostante le disillusioni subite durante l'attività amministrativa precedente l'abbandono della Russia, Kropotkin si rimette all'opera, ed avendo ereditato la proprietà paterna di Tambov, vi si stabilisce, dedicando tutte le sue energie allo zemstvo locale. Ma deve constatare ancora una volta l'impossibilità di istituire scuole, cooperative, fattorie-modello, senza creare nuove vittime del governo centrale.
2. La critica
Dagli articoli che il Kropotkin pubblicò, tra il 1879 e il 1882, sul Révolté di Ginevra appare evidente che la vita amministrativa degli Stati occidentali non gli offrì che nuova materia alla critica antistatale e lo confermò sempre più nelle sue idee federaliste e libertarie. Ovunque vi è l'accentramento egli trova potente la burocrazia, «un'armata di impiegati, veri ragni dalle dita adunche, che vedono l'universo solo attraverso le sudice invetriate dei loro uffici e non lo conoscono che a mezzo dei loro scartafacci e fomulari assurdi – una banda nera, che non ha che una religione, quella dello scudo, – non ha che un pensiero, quello di appiccicarsi ad un partito qualunque, nero, violetto o bianco, purché garantisca un massimo di salario per un minimo di lavoro». (Memorie di un rivoluzionario). E l'accentramento, che porta al funzionarismo ad oltranza, appare al Kropotkin come una delle caratteristiche del regime rappresentativo. Egli vede nel parlamentarismo il trionfo dell'incompetenza, e così parla, con pittoresca ironia, dell'attività amministrativa e legislativa del deputato, che non è chiamato a giudicare e a provvedere per quanto è di sua particolare competenza e si riferisce al proprio collegio, ma ad emettere un'opinione, a dare un voto sopra la varia e infinita serie delle questioni che sorgono in quella mastodontica macchina che è lo Stato centralizzato: «Dovrà votar la tassa sui cani e la riforma dell'insegnamento universitario, senza avere mai messo piede nell'Università, senza conoscere un cane di campagna. Dovrà pronunciarsi sui vantaggi del fucile Gras e sul posto da scegliere per le scuderie dello Stato. Voterà sulla filossera, il grano, il tabacco, l'insegnamento primario e il risanamento delle città; sopra la Cocincina e la Guiana, sui tubi dei camini e l'Osservatorio di Parigi. Non ha mai visto i soldati, se non alle riviste, ma ripartirà i corpi d'armata; non ha mai conosciuto un arabo, ma farà e disfarà il codice mussulmano in Algeria. Voterà per lo shako od il képi secondo i gusti della sua signora. Proteggerà lo zucchero e sacrificherà il grano. Ucciderà la vita credendo di proteggerla: voterà il rimboschimento contro il pascolo e proteggerà il pascolo contro la selva. Sarà competente in materia bancaria. Sacrificherà un canale ad una strada ferrata, senza saper troppo in quale parte della Francia si trovino l'uno e l'altra. Aggiungerà nuovi articoli al codice penale, senza averlo mai consultato. Proteo, onniscente ed onnipotente, oggi militare, domani porcaro, quindi volta a volta banchiere, accademico, spazzino, medico, astronomo, fabbricante di droghe, conciapelli, negoziante, secondo gli ordini del giorno della Camera, egli non esiterà giammai. Abituato dalla sua funzione d'avvocato, di giornalista o di oratore d'assemblee pubbliche, a parlare di ciò che non conosce, egli voterà sopra tutte queste ed altre questioni e altre ancora, con la sola differenza: mentre col giornale non divertiva che il portinaio pettegolo e alle assise non svegliava con la sua voce che i giudici e i giurati sonnolenti, alla Camera la sua opinione stabilirà la legge per trenta o quaranta milioni di abitanti». (Parole di un ribelle).
Ma il mondo occidentale, insieme agli assurdi amministrativi dei regimi rappresentativi accentrati, gli rivela, più vasta e complessa, quell'immensa forza osservata nel mir russo: quella delle libere associazioni, che «si estendono e cominciano a coprire tutti i rami dell'attività umana», e che gli fanno affermare che «l'avvenire appartiene alla libera associazione degli interessati e non all'accentramento governativo». (Parole di un ribelle; La conquista del pane; Il mutuo appoggio: cap. VII-VIII e conclusione). Dal 1840 circa il mir serviva come punto di partenza del pensiero sociale russo ispirato a vedute collettiviste, mentre il pensiero liberale gravitava verso lo zemstvo. Formatosi tra i secoli XVI e XVIII, come reazione al fisco e al potere signorile, il mir aveva come caratteri essenziali la responsabilità fiscale collettiva e la ripartizione periodica delle terre. Al tempo della riforma del 1861 il mir acquisì anche un carattere giudiziario. Il comune rurale (mir) comprendeva ancora, agli inizi del XX secolo, gli 8/10 delle terre dei contadini, ma la riforma di Stolipin (decreto del 22 novembre 1907 e legge del 27 giugno 1910) e le condizioni di sviluppo capitalistico della Russia ne iniziarono la disgregazione. Nel 1881 Marx si occupò, su richiesta di Vera Zassulic, del problema della possibilità di un passaggio diretto dal mir a una «forma comunista superiore di proprietà fondiaria», e giunse alla conclusione che «la comune rurale russa è il punto d'appoggio della rigenerazione sociale in Russia; ma perché essa possa funzionare come tale, bisognerebbe prima eliminare le influenze deleterie che l'assalgono d'ogni lato e poscia assicurarle le condizioni normali di uno svilupo spontaneo».
Specialmente gli anni passati in Inghilterra, paese in cui l'autarchia dei cittadini e l'enorme sviluppo della libera iniziativa non possono non colpire profondamente lo straniero venuto da paesi slavi e latini, hanno spinto il Nostro a dar valore, in certi casi eccessivo, alle associazioni.
Alla conoscenza diretta del mondo occidentale il Kropotkin aggiunse un nuovo indirizzo dei suoi studi. Geografo in Russia, diventa uno storico appassionato in Inghilterra. Egli vuole comprendere lo Stato e sa che per comprenderlo «non vi è che un mezzo: quello di studiarlo nel suo sviluppo storico». Egli constata con entusiasmo che la tendenza generale delle scienze è quella «di studiare la natura non attraverso i grandi risultati, le grandi somme, ma piuttosto attraverso i singoli fenomeni, i singoli elementi». Anche la storia, cessando di essere storia di dinastie, è divenuta storia di popoli. Tanto di guadagnato per il metodo storico, ma anche tanto di guadagnato per la concezione federalista, perché apparirà evidente che i grandi rinnovamenti non si sono svolti nelle reggie e nei parlamenti, ma nelle città e nelle campagne. Datosi agli studi storici, il Nostro vede nell'eccessivo accentramento dell'impero romano la causa della sua caduta e nell'epoca dei Comuni la rinascenza del mondo occidentale. «È nell'affrancamento dei Comuni e nella sollevazione dei popoli e dei Comuni contro gli Stati, che noi troviamo le più belle pagine della storia. Certo, trasportandoci verso il passato, non sarà verso un Luigi XI o verso un Luigi XV o verso Caterina II che noi volgeremo gli sguardi nostri; ma sarà piuttosto sui Comuni e le repubbliche di Amalfi e di Firenze, di Tolosa e di Laon, Liegi e Coutray, Amburgo e Norimberga, Pskov e Novgorod».
Il Kropotkin nel trarre esempi dalla società medioevale è caduto in diversi errori di interpretazione, specialmente nella conferenza su Lo Stato dovuti, più che altro, al fatto che le fonti a cui ha attinto (come le opere del Sismondi) non erano ancora giunte fin dove è penetrata l'indagine storica odierna. Ad esempio: in grande parte giusta è la critica che E. Zoccoli (L'Anarchia, Torino, Bocca, 1906, pp. 494-495) fa al Kropotkin riguardo alla sua interpretazione del Comune medioevale. Non bisogna credere però com'è affermato da alcuni superficiali, che il Nostro pensasse all'epoca dei Comuni come ad una specie di età dell'oro. «Si dirà forse che dimentico i conflitti, le lotte intestine, di cui è piena la storia di questi Comuni, i tumulti nelle strade, le battaglie accanite contro i signori, le insurrezioni delle "arti giovani" contro le "arti antiche", il sangue versato e le rappresaglie verificatesi in queste lotte... Ebbene, no, non dimentico nulla. Ma, come Leo e Botta, – i due storici dell'Italia Meridionale – come Sismondi, Ferrari, Gino Capponi e tanti altri, scorgo che queste lotte furono la garanzia stessa della vita libera nelle "città libere" (La conquista del pane). E sono state queste lotte intestine che hanno permesso, secondo il Nostro, l'intervento del re e la tendenza del Comune medioevale a circoscriversi fra le sue mura. (Lo Stato)».
Per il Kropotkin le Comuni furono l'anima della rivoluzione francese ed egli illustra largamente il movimento comunalista, tendendo a dimostrare che una delle cause principali della decadenza delle città fu l'abolizione dell'assemblea plenaria dei cittadini, che possedeva il controllo della giustizia e dell'amministrazione. (La Grande Rivoluzione, vol. I, cap. XV-XXI e vol. II, cap. XXIV-XXV).
L'epoca dei Comuni e la Rivoluzione francese furono, come per il Salvemini, i due campi storici in cui il Kropotkin trovò conferme alle proprie idee federaliste ed elementi di sviluppo della sua concezione libertaria della vita e della politica. Ma in lui permaneva vivo il ricordo delle osservazioni sul mir russo e sul libero accordo delle popolazioni primitive, ed è appunto questo ricordo che lo portò ad un federalismo integrale, che talvolta pecca di quel semplicismo populista che predomina nella Conquista del pane.
3. Il comunalismo
Dell'integralismo del pensiero federalista del Nostro fanno fede molti passi dei suoi scritti. Ecco alcune delle affermazioni più esplicite: «Federalismo e autonomia non bastano. Non sono che parole per scoprire l'autorità dello Stato accentrato»; «Oggigiorno, lo Stato è giunto ad immischiarsi in tutte le manifestazioni della nostra vita. Dalla culla alla tomba, esso ci serra nelle sue braccia. Ora come Stato centrale, ora come Stato-provincia o cantone, ora come Stato-comune, egli segue tutti i nostri passi, appare ad ogni canto di via, ci si impone, ci tiene, ci tribola». Il Comune libero è «la forma politica che dovrà prendere una rivoluzione sociale». Egli esalta la Comune di Parigi, appunto perché in essa l'indipendenza comunale era un mezzo, e la rivoluzione sociale lo scopo. La comune del secolo XIX «non sarà unicamente comunalista, ma comunista, rivoluzionaria in politica, lo sarà pure nelle questioni di produzione e di scambio». O la Comune sarà assolutamente «libera di darsi tutte le istituzioni che vorrà e di fare tutte le riforme e rivoluzioni che troverà necessarie», o resterà «una semplice succursale dello Stato, inceppata in tutti i suoi movimenti, sempre sul punto di entrare in conflitto con lo Stato e certa di essere vinta nella lotta che ne avverrebbe». Per il Nostro dunque i comuni liberi sono l'ambiente necessario alla rivoluzione perché essa raggiunga il suo massimo sviluppo.
Il suo federalismo aspira a questo: «l'indipendenza completa dei Comuni, la Federazione dei Comuni liberi e la rivoluzione sociale nel comune, ossia i gruppi corporativi per la produzione sostituenti la organizzazione statale».
Il Kropotkin dice ai contadini: «Un tempo, il suolo apparteneva ai Comuni, composti di coloro che coltivavano la terra essi stessi, con le loro braccia», ma a forza di frodi, di soprusi, di violenze, le terre comunali sono divenute possesso privato. «Bisogna dunque che i contadini, organizzati in Comuni, riprendano queste terre, per metterle a disposizione di coloro che vorranno coltivarle». E ancora: «Vi occorre una strada? – ebbene, gli abitanti delle Comuni vicine s'intendano fra di loro ed essi la faranno meglio che il Ministero dei lavori pubblici – Una strada ferrata? I Comuni interessati di una intera regione la faranno meglio degli appaltatori, che accumulano i milioni facendo cattive strade. – Vi abbisognano scuole? Le farete bene voi stessi al pari dei signori di Parigi ed anche meglio di loro. Lo Stato non ha nulla a che vedere in tutto questo; scuole, strade, canali saranno fatti meglio da voi stessi, e con minore spesa». Questi passi delle Parole di un ribelle rendono evidente che nella Conquista del pane, là dove dice che il Comune distribuirà le derrate, razionerà la legna, regolerà il pascolo, dividerà le terre, ecc., non si intende il Comune «succursale dello Stato», ma l'associazione libera degli interessati, che può essere, volta a volta, la cooperativa, la corporazione, o la semplice unione provvisoria di più persone unite da un bisogno comune.
Il Kropotkin non si preoccupa molto, pur riconoscendone la gravità, dei pericoli inerenti al particolarismo. Ecco un passo caratteristico a questo riguardo: «Ancora ai giorni nostri, lo spirito di campanile potrebbe eccitare tante gelosie fra due Comuni vicini, impedire la loro alleanza diretta e accendere anche lotte fratricide. Ma se queste gelosie possono effettivamente impedire la federazione diretta di questi due Comuni, è per mezzo dei grandi centri che questa federazione si stabilì. Oggi, due piccolissimi municipi vicini non hanno spesso nulla che li unisca direttamente: le poche relazioni che mantengono servirebbero piuttosto a far nascere dei conflitti che a stringere dei legami di solidarietà. Ma tutti e due hanno già un centro comune col quale sono in frequenti relazioni, senza del quale non potrebbero esistere; e malgrado tutte le gelosie di campanile, essi si vedranno costretti all'unione per mezzo della grande città, dove si forniscono e dove portano i loro prodotti; ciascun d'essi dovrà far parte della medesima federazione, per mantenere le proprie relazioni con questo focolare di richiamo ed unirsi intorno a lui».
Abbiamo anche qui una semplificazione del problema federalista. Per ben giudicare il Kropotkin bisogna tener conto non soltanto di quel che ha scritto ma anche di quello che non ha potuto scrivere. Certe frettolosità, certe lacune, certe eccessive semplificazioni di problemi complessi non sono dovute solo alla sua forma mentis, ma anche all'impossibilità materiale di sviluppare i propri punti di vista. Kropotkin ha scritto quasi sempre per giornali destinati ad essere letti da gente del popolo.
Profondamente democratico, ha sempre rinunciato volontariamente ai paludamenti del dottrinario per mettersi in maniche di camicia, come il Malatesta, che pure è teorico originale e uomo colto. Anche i suoi opuscoli non rappresentano l'intera manifestazione delle sue idee, l'esposizione completa delle sue ricerche, e il perché ce lo dice egli stesso nelle Memorie: «Bisognava elaborare uno stile tutto nuovo per questi opuscoli. Confesso che spesso invidiavo quegli scrittori che dispongono di quante pagine vogliono per sviluppare le proprie idee e ai quali è permessa la scusa del Talleyrand: "Non ho avuto il tempo per essere breve". Quando mi toccava condensare i risultati del lavoro di vari mesi – su, diciamo, le origini della legge – in un opuscolo da due soldi, mi ci voleva assai tempo per abbreviare».
Queste difficoltà materiali il Nostro non le incontrò che fino al 1884 circa. Dopo, per quasi trent'anni, ebbe modo di scrivere dei libri poderosi. Ma in questo secondo periodo egli fu più un dottrinario che un agitatore, e il suo pensiero fu occupato in ricerche storiche e studi scientifici. Sì che Le parole di un ribelle rimangono la sua migliore opera anarchica, per freschezza di espressione e coerenza ideologica.
Kropotkin vide che il problema federalista è un problema tecnico, ed egli infatti afferma nel suo libro, La scienza moderna e l'anarchia, che l'uomo sarà costretto a trovare nuove forme di organizzazione per le funzioni sociali che lo Stato esplica attraverso la burocrazia e che «finché questo non si farà, nulla sarà fatto», ma non potè, per la sua vita ora avventurosa, ora strettamente scientifica, sviluppare sistematicamente la sua concezione federalista. E a tale sviluppo si opponeva, per la parte progettistica, la sua stessa concezione anarchica nella quale l'élan vital popolare costituisce l'anima dell'evoluzione nelle sue parziali realizzazioni, varianti all'infinito nello spazio e nel tempo della storia.
4. La coerenza nell'incoerenza
Anche nell'atteggiamento assunto di fronte al problema dell'azione anarchica in seno al conflitto europeo Kropotkin s'ispirò al pensiero federalista.
Nelle sue Memorie, Kropotkin scrive: «Il conflitto fra i marxisti ed i bakuninisti non fu una questione personale. Fu il conflitto necessario tra i principi di federalismo ed i principi di centralismo, fra la Comune libera ed il Governo dello Stato, tra l'azione libera delle masse popolari marcianti verso la loro emancipazione ed il perfezionamento legale del capitalismo in vigore – un conflitto fra lo spirito latino e lo spirito tedesco». Scoppiata la guerra europea il Nostro vide nella Francia la conservatrice dello spirito latino, cioè della Rivoluzione, e nella Germania il trionfo della Statolatria, cioè della reazione. Il suo atteggiamento fu quello dell'interventista democratico. E fece, in un primo tempo, comunella con i nazionalisti dell'Intesa e cadde, come cadde il Guillaume, autore dell'infelice opuscolo Karl Marx, pangermaniste, nell'esagerazione.
Qualcuno ha voluto vedere nell'atteggiamento assunto dal Kropotkin nel 1914 delle analogie con quello di Bakunin del 1871. Bakunin era per la difesa rivoluzionaria della Francia dopo che a Parigi la rivoluzione aveva spazzato via la monarchia; ed era avverso anche al Governo repubblicano di Parigi, contro il quale predicò l'insurrezione per opporre all'esercito tedesco soltanto la rivoluzione popolare.
Ma nella unilateralità della sua posizione è notevole la conferma della sua fede federalista. Egli era contro la Germania perché vedeva in essa un pericolo per l'autonomia dei popoli e per il decentramento. Nella sua lettera allo svedese prof. G. Steffen (Freedom di Londra, numero dell'ottobre 1914) egli faceva presente: «Per gli Stati orientali dell'Europa e specialmente per la Russia, la Germania era il punto d'appoggio principale di ogni reazione. Il militarismo prussiano, lo scherno di istituzioni popolari rappresentative offerto dal Reichstag tedesco e il servaggio delle nazionalità soggette in Alsazia e specialmente nella Prussia Polacca dove i cittadini sono trattati peggio che in Russia – senza la protesta dei partiti politici avanzati – questi frutti dell'impero tedesco sono le lezioni che la moderna Germania, la Germania di Bismark impartiva a tutti i suoi vicini e specialmente all'assolutismo russo. L'assolutismo si sarebbe mantenuto tanto a lungo in Russia e avrebbe permesso lo schiacciamento dei polacchi e dei finlandesi se non avesse avuto per maestra la "cultura tedesca", e se l'autorità non fosse stata sicura della protezione della Germania?».
E prevedendo la critica – Dimenticate l'autocrazia russa? – scriveva:
«Nessuno pensa che dopo la presente guerra nella quale tutti i partiti russi sono insorti all'unanimità contro il comune nemico possa esservi la possibilità di un ritorno alla vecchia autocrazia; questo è materialmente impossibile. Coloro che hanno seriamente seguito il movimento rivoluzionario russo nel 1905 sanno quali furono le idee dominanti durante il periodo della prima e seconda Duma eletta in modo relativamente libero. Essi sanno sicuramente che l'home-rule di tutte le parti che compongono l'impero fu la base fondamentale di tutti i partiti liberali e radicali. Non v'ha di più. La Finlandia compiva la sua rivoluzione nella forma di una democratica autonomia e la Duma la approvava.
E infine coloro che conoscono la Russia e il suo ultimo movimento comprendono certamente che la vecchia autocrazia non sarà mai più ristabilita nella forma in cui era prima del 1905 e che una costituzione russa non potrà mai prendere le forme imperialiste e lo spirito che il parlamentarismo ha preso in Germania. Secondo noi, che giammai i russi saranno capaci di diventare una nazione aggressiva e bellicosa, com'è la Germania. Non soltanto l'intera storia della Russia lo dimostra, ma il modo com'è costituita la Federazione Russa impedisce in un futuro molto prossimo lo sviluppo militarista».
Per il Kropotkin la Russia era il paese del mir, il paese che gli aveva offerto larga messe di osservazioni sui frutti e le possibilità dell'iniziativa popolare.
La guerra europea lo allontanò dalla sua famiglia politica: il movimento anarchico. La rivoluzione russa di ottobre lo fece rientrare in essa.
5. Bolscevismo e sovietismo
Kropotkin scriveva, molti anni or sono, combattendo l'illusione che le società segrete rivoluzionarie avevano di potere, abbattuta la tirannide czarista, sostituire al meccanismo burocratico abbattuto, una nuova amministrazione costituita di rivoluzionari onesti e intransigenti: «Altri – i prudenti che lavorano per crearsi un nome, mentre i rivoluzionari forano le loro mine o periscono in Siberia; altri – gli intriganti, i parlatori, gli avvocati, i letterati che ad intervalli versano una lacrima ben presto asciutta sulla tomba degli eroi e si spacciano per amici del popolo – ecco coloro che occuperanno il posto vacante del governo e grideranno Indietro! agli "sconosciuti" che avranno preparata la rivoluzione». La profezia del Nostro ha avuto la più ampia conferma, ed il Nostro è stato all'opposizione, opposizione che avrebbe avuto molta ripercussione se il suo interventismo ad oltranza non gli avesse tolto ogni prestigio politico.
In un'intervista ad Augusto Souchy, pubblicata dal Er Keuntis Befreiung di Vienna, il Kropotkin dice: «Noi dovremmo aver dei Consigli di comune. I Consigli comunali dovrebbero lavorare di propria iniziativa. Provvedere, ad esempio che, in caso di cattiva raccolta, la popolazione non manchi dei generi di prima necessità. Il governo centralizzato è, in questo caso, un apparato oltremodo pesante. Mentre federalizzando i Consigli si creerebbe un centro vitale». Il Kropotkin espresse la propria ostilità per l'economia coercitiva del governo bolscevico in una intervista con W. Meakin, corrispondente del Daily News. Si veda anche l'interessante intervista con A. Berkmann, nel Libertaire del 24 febbraio 1922. Nel suo incontro con Armando Borghi, il Kropotkin insistè molto sul ruolo dei sindacati come cellule della rivoluzione sociale autonomista ed antiautoritaria. In una delle sue ultime lettere (23 dicembre 1920) all'anarchico olandese De Reyger, che fu pubblicata dal Vrije Socialist, il Nostro scriveva: «La Rivoluzione sociale ha preso disgraziatamente, in Russia, un carattere centralizzatore e autoritario».
Il 7 gennaio 1918 Kropotkin aveva tenuta a Mosca (nella sede della Lega dei federalisti, gruppo sorto per sua iniziativa allo scopo di studiare una possibile organizzazione federativa della Russia), una conferenza nella quale dopo aver tracciato una storia delle correnti autonomiste e di quelle accentratrici del pensiero russo e del progressivo e disastroso accentramento statale dell'autocrazia czarista, riaffermava i suoi principi federalisti.
«Ci si rende sempre più chiaramente conto dell'impossibilità di governare da un centro unico 180 milioni di uomini, che popolano territori estremamente diversi e d'una estensione che sorpassa di molto quella dell'Europa intera. Si prende sempre più nettamente coscienza di questa verità: che la forza creatrice di tanti milioni di uomini non potrà manifestarsi appieno che quando essi si sentiranno completamente liberi di sviluppare ciò che i loro costumi hanno di particolare, e di organizzare la propria esistenza secondo le loro aspirazioni, i caratteri fisici del loro territorio ed il loro passato storico» (in Plus loin di Parigi del 15 maggio 1925 e in Pensiero e volontà del l° febbraio 1926).
Il pensiero del Kropotkin sulla rivoluzione russa è espresso in un messaggio ai lavoratori occidentali, rimesso il 10 giugno 1920 a Miss Bonfield, che con altri delegati del Labour Party, si recò a salutarlo nel suo romitorio di Dimitrov. Questo messaggio è un notevole documento per la storia della rivoluzione russa.
Il Kropotkin, premesso che, se il tentativo di stabilire una società nuova mediante la dittatura di un partito è destinato a fallire, non si può non riconoscere che la rivoluzione ha introdotto nella vita russa nuove concezioni sulla funzione sociale e sui diritti del lavoro e sui doveri dei singoli cittadini, espone le sue idee, facendo una critica serena ma intransigente al bolscevismo come dittatura di partito e come governo accentrato.
Il primo problema, generale, è quello delle nazionalità che compongono la Russia. Su questa questione il Kropotkin scrive:
La Russia imperiale è morta e non risusciterà mai più. L'avvenire delle diverse provincie che componevano l'impero sarà verso una grande federazione. I territori naturali delle differenti parti di questa federazione sono affatto distinti da quelli che ci sono familiari colla storia della Russia, della sua etnografia e della sua vita economica. Tutti i tentativi per ricondurre le parti costituenti dell'impero russo, Finlandia, Provincie Baltiche, Lituania, Ucraina, Georgia, Armenia, Siberia ed altre, sotto una autorità centrale sono sicuramente votate al fallimento. L'avvenire di ciò che fu l'impero russo è verso una federazione di unità indipendenti.
Perciò sarebbe nell'interesse di tutte le nazioni occidentali che esse dichiarassero innanzi tutto di riconoscere a ciascuna frazione dell'ex impero russo il diritto di governarsi da se stessa».
Ma il federalismo del Nostro va più in là di questo programma di autonomia etnografica. Egli dice di intravedere, nel prossimo avvenire «un tempo in cui ciascuna parte della federazione sarà essa stessa una libera federazione di comuni rurali e di città libere, ed io credo egualmente che l'Europa occidentale si avvierà in questa direzione».
Ed ecco delineata la tattica rivoluzionaria degli autonomisti federalisti ed esposta la critica all'accentramento statolatra dei bolscevichi:
«La rivoluzione russa – continuatrice delle due grandi rivoluzioni inglese e francese – si sforza di progredire dal punto ove si è fermata la Francia quando ebbe raggiunta la nozione dell'eguaglianza di fatto, vale a dire dell'eguaglianza economica.
L'idea dei Soviet, o dei Consigli di operai e contadini, già preconizzata durante il tentativo rivoluzionario del 1905 e realizzata senz'altro nel febbraio del 1917, fu un'idea meravigliosa. Il fatto stesso che questi Consigli debbano controllare la vita politica ed economica del paese suppone ch'essi debbano essere composti da tutti quanti partecipano personalmente alla produzione della ricchezza nazionale.
Ma fintantoché un paese è sottoposto alla dittatura di un partito, i Consigli di operai e contadini perdono evidentemente ogni significato. La loro funzione si riduce alla parte passiva rappresentata nel passato dagli Stati generali o dai parlamenti, convocati dal monarca e costretti a tener testa ad un onnipotente Consiglio reale.
Un Consiglio del lavoro non può essere un corpo consultivo libero ed efficace quando manchi la libertà di stampa, situazione in cui ci troviamo in Russia da quasi due anni col pretesto dello stato di guerra. E quando le elezioni sono fatte sotto la pressione dittatoriale di un partito, i Consigli di operai e contadini perdono la loro forza rappresentativa. Si vuole giustificare tutto ciò dicendo che per combattere l'antico regime occorre una legge dittatoriale. Ma ciò costituisce un regresso quando si tratta di procedere alla costruzione di una nuova società su basi economiche nuove. Essa equivale alla condanna a morte della ricostruzione.
I mezzi impiegati per rovesciare un Governo già debole e prenderne il posto sono conosciuti dalla storia antica e moderna. Ma quando occorre costruire nuove forme di vita, specialmente riguardo alla produzione e agli scambi, senza avere alcun esempio da imitare, quando ciascun problema deve essere risolto prontamente, allora un governo onnipotente fortemente centralizzato, che si occupi di tutte le piccole cose, si trova assolutamente incapace a far ciò per mezzo dei suoi funzionari. Per quanto innumerevoli siano, essi diventano un ostacolo. Si sviluppa così una formidabile burocrazia di fronte alla quale quella del sistema francese che richiede l'intervento di 40 funzionari per vendere un albero abbattuto sulla via da una tempesta, diventa una bagatella.
E voi, lavoratori d'Occidente dovete e potete evitare ciò con tutti i mezzi, poiché tutti dovete preoccuparvi del successo di una ricostruzione sociale.
L'immenso lavoro ricostruttivo richiesto da una rivoluzione sociale non può essere compiuto da un governo centrale, anche se come guida in questo lavoro aveste qualcosa di più sostanziale di qualche opuscolo socialista o anarchico.
Ci vuole la conoscenza, l'intelletto e la collaborazione volontaria di una massa di forze locali e specializzate le quali possono vincere le difficoltà che si affacciano per i diversi problemi economici nei loro aspetti locali.
Respingere questa collaborazione ed affidarsi al genio dei dittatori di partito è come distruggere tutti i nuclei indipendenti, come i sindacati, chiamati in Russia unioni professionali, e le cooperative di consumo locali, trasformandoli in organi burocratici del partito come si fa attualmente. Questo è il mezzo non di compiere la rivoluzione, ma di rendere impossibile la sua realizzazione. Perciò io considero come mio dovere di consigliarvi di non prendere mai una tale linea d'azione».
Questo il pensiero del Nostro sulla Rivoluzione russa, a conferma di tutta la sua propaganda. E questo è il pensiero che ha animato ed anima l'opposizione degli anarchici russi.
6. L'anarco-sindacalismo sovietista
Alla vigilia di partire per la Russia, Kropotkin scriveva, da Brighton, in data 21 maggio 1917 una lettera calda di entusiasmo rivoluzionario e luminosa di speranza anarchica.
«Qualcosa di grande è avvenuto in Russia e qualcosa che sarà il principio di cose ancora più grandi un po' dappertutto ...quello che mi ha immensamente colpito, è il profondo buon senso delle masse operaie e contadine per comprendere la portata del movimento e le promesse che conteneva... Vedo qui, in Francia, in Russia, aprirsi immense possibilità per un lavoro costruttivo nella direzione del comunismo comunalista... Quel che ci è stato rimproverato come un'utopia fantastica si realizza in grande in Russia, per quel che concerne, almeno, lo spirito di libera organizzazione, fuori dello Stato e della municipalità».
In quella sua lettera, Kropotkin accennava alla ragione del suo ritorno in Russia: quella di partecipare allo sviluppo della rivoluzione.
A Mosca, nell'inverno 1917-1918, egli tentò di elaborare gli elementi di una repubblica federalista – sovietista.
Requisito il suo piccolo appartamento, dovette ritirarsi nel piccolo villaggio di Dimitrov, dove nell'isolamento, riprese con lena l'opera L'etica incominciata a Londra. Di quel periodo così ebbe a scrivere A. Schapiro:
«Egli si asteneva dal criticare e dall'attaccare apertamente i comunisti di Stato diventati i padroni della Russia. Era il periodo militare della Rivoluzione allorquando i suoi più accaniti nemici l'attaccavano da tutte le parti. Kropotkin che era contro ogni intervento straniero temeva che una critica intempestiva, che una opposizione male interpretata favorissero in quel momento il comune nemico.
Il partito anarchico sognato dal Kropotkin sarebbe stato, anche se non ne avesse portato il nome, un partito anarco-sindacalista. Narra lo Schapiro:
«E quando la discussione era sulla questione sindacale ripeteva sempre che in realtà, il sindacalismo rivoluzionario così come si sviluppava in Europa si trovava già interamente nelle idee propagate da Bakunin nella Prima Internazionale, in questa Associazione Internazionale dei lavoratori che egli amava dare come esempio di organizzazione operaia. Egli si interessava sempre più dello sviluppo del sindacalismo rivoluzionario e dei tentativi degli anarco-sindacalisti russi di partecipare al movimento sindacale ed alla ricostruzione industriale del paese.
Quando verso la fine del 1920 – quasi alla vigilia della malattia che lo uccise – dei giovani si rivolsero a lui per chiedergli di indirizzarli nel movimento anarchico, Kropotkin mi inviò la domanda di questi compagni con una noticina che finiva con queste parole: Se sono dei giovani seri la miglior via da indicare loro è quella dell'anarco-sindacalismo.
Noi eravamo lieti di avere Kropotkin con noi. E quando qualche giorno prima della sua morte io andai a vederlo – l'ultima conversazione avuta con lui – volle prima di tutto sapere come andavano i lavori della Conferenza degli anarco-sindacalisti (che si prolungò in quel tempo dal Natale 1920 al 7 febbraio 1921, vale a dire alla vigilia della sua morte) e mi esprimeva la speranza di un buon lavoro per l'avvenire».
Anche nel suo incontro con Armando Borghi, il Kropotkin insisté molto sul ruolo dei sindacati come cellule della rivoluzione autonomista ed «antiautoritaria». E così pure incontrandosi con Augusto Souchy e con altri esponenti dell'anarco-sindacalismo.
Ma, a scanso di sospetti di tendenziosa interpretazione delle sue parole, credo opportuno citare un brano di una sua lettera del 2 maggio 1920: «Credo profondamente nell'avvenire. Credo anche che il movimento sindacalista, vale a dire delle unioni professionali – che ha riunito recentemente al suo congresso i rappresentanti di venti milioni di operai – diventerà una grande potenza nel corso dei prossimi cinquant'anni, atta ad iniziare la creazione di una società comunista antistatale. E se fossi in Francia, ove si trova attualmente il centro del movimento professionale, e se mi sentissi fisicamente più forte, mi sarei lanciato anima e corpo in questo movimento della Prima Internazionale (non della seconda, né della terza, che rappresentano l'usurpazione dell'idea dell'Internazionale operaia a profitto del solo partito socialdemocratico, che non riunisce nemmeno la metà dei lavoratori)».
Il Kropotkin, vecchio, malato, in miseria, è morto nell'inazione, dopo aver tentato di promuovere un movimento federalista ma senza poter realizzare nulla per la mancanza di libertà e perché il suo interventismo ad oltranza gli aveva tolto molto del suo prestigio politico. Kropotkin si era anche illuso sul sovietismo bolscevico, sì da ripetere di sentire la propria parentela con il bolscevismo; ma al disopra delle riserve, delle incertezze contingenti il suo sovietismo sindacalista-comunalista brillava di coerenza logica e di audacia costruttiva, sì che è da rimpiangere che il Nostro non abbia potuto seguire le ulteriori fasi degenerative della rivoluzione di ottobre.
Il problema federalista sia nel campo delle nazionalità sia in quello dell'organizzazione politica ed economica è il problema vitale della Russia. Quando l'esperienza e l'opposizione avranno condotto, definitivamente, i comunisti russi fuori dei loro schemi dottrinali e l'unione dei partiti di sinistra muoverà i primi passi sulla via della nuova rivoluzione, la figura di Pietro Kropotkin apparirà in tutta la sua alta statura e il suo pensiero sarà di alimento ai nuovi ricostruttori. Nel federalismo kropotkiniano vi è un eccessivo ottimismo, vi sono semplicismi e contraddizioni, ma vi è una grande e feconda verità: che la libertà è condizione di vita e di sviluppo per i popoli; che soltanto quando un popolo si governa da sé e per sé è al sicuro dalla tirannide e certo del suo progredire.
Ripubblicato sulla rivista Volontà, Napoli, n. del 15 aprile 1949 e sgg. e poi ancora in opuscolo Napoli, Edizioni RL, 1949. Tradotto in inglese Peter Kropotkin. His Federalist Ideas, London, Freedom Press, 1943, e in francese Kropotkin, Paris, Noir et Rouge, 1964, brochure a ciclostile.