Camillo Berneri
Il federalismo libertario
Lettura del testo

Stato e Comune secondo Giuseppe Mazzini

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

Stato e Comune secondo Giuseppe Mazzini17

Per Mazzini la Nazione rappresenta l'associazione; il comune la libertà. Questi sono per lui i due soli elementi naturali di un popolo, e la loro unione costituisce lo Stato. Questa concezione deriva dalla valutazione della storia d'Italia: «storia di Comuni e d'una tendenza a formar la Nazione». La missione dello Stato è per il Mazzini missione eminentemente educativa, e perché la Nazione non opprima, nella sua espressione statale, la libera iniziativa popolare è necessario opporre all'accentramento amministrativo, «che torrebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini», l'autonomia del Comune: tutelatrice della libertà di associazione, di stampa, di religione, d'insegnamento. La Nazione è la depositaria dell'autorità morale ma «l'applicazione dei principi alla vita, specialmente economica», spetta al Comune.

Lo Stato ha la funzione di adempiere a quegli uffici che rispondono alle generali necessità; il Comune deve tutelare quegli ordinamenti che rientrano nella propria sfera. Lo Stato, sintesi ed espressione generale della volontà dei Comuni, è il potere coordinatore di norme e distributore di beni, rispetto alla tendenza centrifuga del Comune, tendenza molte volte inconciliabile con la vita economica e politica dell'intera nazione. Il Comune a sua volta è un elemento di controllo e di equilibrio rispetto alle tendenze accentratrici ed autoritarie dello Stato. La sua missione civile è quella di «proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell'autorità che rappresenta la associazione» (la Nazione, vale a dire lo Stato). L'indipendenza dei comuni di fronte allo Stato ha per condizione una certa emancipazione amministrativa. Scrive il Mazzini: «Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare, quasi in miniatura lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e provvedere coi propri mezzi al soddisfacimento dei propri bisogni materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e a sacrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale».

A prova di quest'asserzione, Mazzini cita la Francia, indicando come vizio dal quale è originata la tendenza accentratrice della sua amministrazione, il fatto che i Comuni sono stati sempre nell'impossibilità di soddisfare le proprie necessità senza gli aiuti governativi. Questa dipendenza finanziaria del Comune di fronte allo Stato è un pericolo permanente per l'integrità delle autonomie comunali.

«La prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i Comuni al Potere centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la schiera dottrinaria che predominò sul lungo periodo della così detta restaurazione monarchica.

Memore delle lotte medioevali fra i Comuni in urbani e rurali, Mazzini pensava necessario che il Comune abbracciasse, affratellandole, nella stessa circoscrizione la città e parte delle popolazioni rurali. Oltre al vantaggio economico di unire gli interessi industriali ed agricoli, sì strettamente connessi, egli vedeva il pericolo di tenere disgiunte le popolazioni urbane e le campagnuole, pericolo che s'è dimostrato in tutta la sua gravità in tutte le rivoluzioni da quella francese alle odierne.

«Se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazione nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle città si diffonda a raggi sulle terre che le recingono. Serbarle separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo: antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe e d'interessi che soltanto il reciproco aiutarsi può vincere».

Se il Mazzini ebbe il merito di tener conto di questo problema vitale, errò quando suggerì, come soluzione, la formazione di Regioni artificiali: dodici in tutta Italia, suddivise in distretti, e questi in comuni, ognuno dei quali con una popolazione non minore ai 20 mila abitanti. Questo «sistema a scacchiere», che ricorda quello del ministro Rolland, al tempo della Rivoluzione Francese, sarebbe eccessivamente meccanico ed inconciliabile col fatto che in Italia le antiche regioni e provincie sono distinte, dalle loro tendenze e dalle loro tradizioni, ed hanno confini etnografici e storici ben marcati. Tale sistema presenterebbe, benché frazionati, gli stessi difetti dell'attuale sistema accentrato statale.

Fra il Comune e la Nazione il Mazzini pone, come indispensabile zona intermedia, la Regione: additata dai caratteri territoriali secondari, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime. Alla Regione corrisponderebbero organismi politici ed amministrativi, che rappresenterebbero ad un tempo la missione locale e quella nazionale: vale a dire la libertà e l'associazione. Tale ordinamento spegnerebbe, secondo il Mazzini, – «il localismo gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento oggi intricatissimo e lento, della cosa pubblica».

La regione non dovrebbe però invadere il campo del Comune, ma limitarsi ad essere un ponte di passaggio tra esso e la Nazione. Mazzini non temeva che tale ordinamento potesse divenire il primo passo verso l'accentramento statale, poiché era convinto che: «In Italia come per tutto esistono degli elementi per il "municipium"; nessuno per la provincia... molti fra gli elementi che esistono in Italia, e soprattutto il principio di individualità, impediranno, ancora per molto tempo il tentativo di stabilire un concentramento "amministrativo" troppo grande».

Anche il governo, secondo la concezione mazziniana del decentramento verrebbe ad essere decentrato, in quanto i singoli ministeri risiederebbero in diverse città, a seconda del loro ufficio. Le varie manifestazioni della vita nazionale, oggi accentrate nella capitale, «si ripartirebbero, con ufficio simile a quello dei gangli nel corpo umano».

Dopo questa succinta esposizione della concezione autonomista di Giuseppe Mazzini, credo necessarie alcune osservazioni.

Mazzini ebbe il merito, appena vide che per unità la parte liberale intendeva la generalizzazione del regime sabaudo-piemontese, di affermare che l'Italia non poteva imprigionare il proprio avvenire in leggi ed ordinamenti piemontesi, poiché quei sistemi erano generati dalle tradizioni e rispondevano agli interessi di una sola regione. Egli vide chiaro il problema fin dal 1831.

Secondo il Mazzini il sistema di concentrazione e di dispotismo amministrativo non ha nulla di comune con l'unità. Per questo egli si oppose al federalismo del Ferrari ed insorse contro i giudizi sull'unità italiana di Proudhon. Pur riconoscendo che l'accentramento unitario era la base della conquista piemontese, cioè monarchica, del paese, ritenne necessario tale trapasso.

Manca nella concezione autonomista del Mazzini la dialettica del Cattaneo e l'audacia del Ferrari. Nella sua concezione della missione storica ed etica della Nazione, v'è troppo trascendentalismo hegeliano.

Gli scrittori e pensatori della scuola repubblicana e democratica: da Mazzini, Cattaneo, Ferrari fino a Bovio e al Ghisleri hanno avuto il merito di elaborare la loro concezione autonomista e federalista. Credo necessario attingere a questa ricca fonte, che se è lontana da noi sotto certi rispetti è, sotto altri, più vicina di quello che comunemente si crede. La critica antistatale dei capiscuola dell'anarchismo è critica teorica, basata più su una concezione negativa che su un piano di indagini ed esperienze positive. Non ci si può fermare alle semplici affermazioni di principio. Occorre elaborare, ampliandola ed arricchendola, la nostra tesi antistatale, studiando lo Stato accentrato ed autoritario nella complessività dei suoi organismi. Ma occorre anche conoscere quelle teorie e tendenze parallele ed opposte alle nostre. E delle teorie affini non sono da trascurarsi quelle repubblicane che, a parer mio, rappresentano per noi un solido piano di interferenza teorica oggi, e domani, un fecondo campo di comune attività pratica.





17 Umanità Nova, a. II, n. 132, 14 settembre, 1921.



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on touch / multitouch device
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License