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1) Della tolleranza18
La coscienza relativistica della verità e del bene, se porta a guardare le cose da un angolo visuale piú largo e conduce, quindi alla tolleranza, porta ad un pericolo: lo scetticismo. Minaccia di indebolire la molla dell'azione, specie di quella implicante il sacrificio. Bianco o nero: bisognerebbe vedere così, per lottare senza incertezze; per dare alla nostra volontà una direzione rettilinea. Ma questa posizione non è possibile nella nostra epoca, in cui lo spirito critico s'è affilato e in cui la vita è complessa; per l'incrociarsi delle varie correnti ideologiche e trasmutare di valori morali, per il poliedrico aspetto dei problemi di vita politica, economica, sociale.
La tolleranza, del resto, non implica scettica valutazione della vita; dubbio sui fini e sui metodi. E non giustifica il ritrarsi egoistico dall'opera comune. Né implica tolstoiana rinuncia alla violenza.
Tolleranza vale: coscienza del processo relativistico della verità, che non è un quid assoluto anteposto all'errore, ma il passaggio da una ad un'altra verità; un divenire. La verità è un momento dell'errore, e viceversa. La verità, quindi, non è A o B, ma la negazione di uno dei due termini, per il principio di contraddizione. Processo di negazione – affermazione che costituisce il progresso intellettuale. Ma tutto questo vale nella metafisica. Nella vita vi sono delle verità assolute come sono quelle che rampollano dal sentimento. Sono quelle ragioni che la ragione non conosce, delle quali ci parla il Pascal. Nella vita la verità è ciò che si crede vero. È ciò che serve di punto di appoggio alla ragione, di stimolo e di conforto al sentimento; di leva all'azione. Verità è per me, ad esempio, il dovere della ribellione contro l'ingiustizia sociale e l'oppressione politica. Di questa verità sono certo, perché ne sento l'impeto e la bellezza.
La tolleranza ha, dunque, due piani di possibilità: quello intellettuale e quello morale. Quanto al primo è tollerante colui che conoscendo il valore dello scambio di idee, della loro fusione o contrasto, non respinge aprioristicamente le ideologie altrui, ma si accosta ad esse e tenta penetrarle; per trarne ciò che vi è di buono. Questa tolleranza è abbastanza frequente fra le persone colte e chi prova l'assillo del pensiero riesce ad acquistarne l'ambito. La naturale conseguenza di questa tolleranza sarà il rispetto per qualsiasi espressione di qualsiasi credo religioso, filosofico, estetico.
Quanto al secondo è tollerante colui che, pur avendo fede in un gruppo di principi e sentendo profondamente la passione di parte, comprende che altri, per il loro carattere, per l'ambiente in cui vivono, per l'educazione ricevuta, ecc., non partecipa alla sua fede e alla sua passione. La distinzione tra il male e il malvagio, tra la tirannide e gli oppressori è scolastica, e chi concepisce la vita come lotta per il bene e per la libertà deve combattere coloro che intralciano la sua opera di redenzione. Ma il suo spirito, pur negando come formalistica la distinzione sopraccennata nei riguardi del problema morale dell'azione, giunge a combattere senza l'odio bruto che non sa la pietà e non aspira ad un mondo in cui la violenza non sia più necessaria.
Tolleranza, dunque, non è scetticismo intellettuale né apatia morale.
Parrà ad alcuno che, dati i tempi che corrono e data la nostra condizione di vinti, sia inutile e fors'anche fuori di luogo il trattare della tolleranza. Mi pare, invece, proprio questo il momento opportuno. L'intolleranza degli altri ci mostra la sua faccia briaca. Guardiamola, prima che la bufera trascini anche noi.
I fascisti che bruciano i giornali di opposizione sono, per lo più quegli stessi sovversivi che non leggevano che i giornali del proprio partito e ci giuravano sopra.
I fascisti che fanno a pezzi le bandiere rosse sono, per lo più, quelli che non volevano che i preti sonassero le campane, che disturbavano le processioni, che offendevano gli ufficiali, ecc. Là dove l'ineducazione sovversiva era maggiore il fascismo s'è sviluppato prima e più largamente. Perché l'intolleranza della violenza spicciola è il portato della miseria e grettezza intellettuale e di una scarsa e deviata sensibilità morale.
Che cosa hanno fatto i dirigenti dei partiti di sinistra per combattere l'intolleranza bruta? Ben poco. Erano quasi tutti tribuni.
E il tribuno è il servo della folla.
L'intolleranza cieca e brutale ha disperso in mille sensi l'energia aggressiva delle avanguardie. Invece di concentrarsi sui punti vitali delle difese borghesi e statali s'è divisa e suddivisa in piccole azioni sporadiche. Piccoli fuochi di paglia, bastanti a svegliare il cane di guardia ed insufficienti a dar fuoco alla casa. Bisogna che i rivoluzionari coscienti non si lascino intenerire dalle violenze inutili, dalle malvagità. La rivoluzione è una guerra, e chi l'accetta non può perdersi dietro all'episodio singolo. Ma in un periodo pre-rivoluzionario è necessario che la tolleranza dei coscienti costringa per quanto può la violenza acefala nei limiti di un'azione diretta contro nemici reali e in un periodo post-rivoluzionario è necessario che i tolleranti intervengano contro le inutili e vili rappresaglie, che servirebbero di pretesto alla dittatura.
Anche riguardo alla tolleranza il giusto morale e l'utile politico concordano.
E a svolgere quest'azione di tolleranza, con la propaganda e con la forza, dobbiamo essere noi. I comunisti hanno una mentalità domenicano-giacobina, i socialisti riformisti sono dei De Amicis che si perdono in un impotente sentimentalismo. Noi possiamo abbinare la violenza e la pietà, in quell'amore per la libertà che ci caratterizza politicamente ed individualmente.
La tolleranza è un concetto squisitamente nostro, quando non si intenda con questo termine il menefreghismo.
L'anarchia è la filosofia della tolleranza.
La pietà verso chi delinque è il substrato della nostra negazione del diritto penale.
Il nostro internazionalismo è basato sul principio della possibilità di pacifica convivenza di vari gruppi etnici aventi una lingua, una storia, usi, costumi diversi. Così la nostra concezione di assoluta libertà di stampa, di parola, d'insegnamento è basata sulla convinzione che non siano dannose varie e contrastanti correnti di pensiero, quando queste si correggano reciprocamente nel libero gioco della loro concorrenza. Anche nel campo economico, la nostra tolleranza si afferma, riguardo all'artigianato di fronte alla grande industria, alla piccola proprietà rurale di fronte all'agricoltura collettiva. Noi siamo i liberisti del socialismo appunto per questa fiducia nella possibilità di fusione degli estremi, di soluzione armonica degli opposti. E per il senso dinamico della vita, che alla rigida uniformità ci fa preferire l'infinita varietà e negli uomini e nelle cose.
La nostra intolleranza (violenza) è concepita e sentita come condizione necessaria della più ampia tolleranza. Respinta la società dal campo delle competizioni egoistiche, e tragiche per la loro necessità, in quello più ampio dei contrasti ideologici, spirituali, noi crediamo sarà realizzata quella città che oggi pare utopistica: la città del buon accordo.
Non ci si uccide per un pezzo di pane tra satolli. Non ci si ucciderà per dissidi ideali in una società che assicura il benessere materiale, che non minaccia la vita dei suoi membri, che permette loro di raggiungere quel livello spirituale, a cui siamo giunti fin da ora quasi tutti, all'altezza del quale la violenza ripugna e il rispetto è possibile.
Le lotte religiose furono sanguinose in secoli di miseria e di tenebre. Oggi non lo sono più. E là dove lo sono, come nell'Irlanda e nell'India, al fanatismo s'innesta determinante ambientale del primo, la ragione economica; sotto forme politico-sociali.
L'anarchia non sarà la società dell'armonia assoluta, ma la società della tolleranza.
Ma l'anarchia, come ammoniva giustamente il Fabbri, non diviene per una specie di fatalità storica. Diverrà se la vorremo, fin d'ora, con chiarezza di pensiero e costanza di volontà. Se la costruiremo in noi e negli altri, giorno per giorno: con la propaganda e con l'azione nella quale dovrebbe avere il primo posto l'esempio di coerenza.
E a proposito di coerenza credo che sia un nostro pericolo quello dell'intolleranza della tolleranza. Non è un bisticcio di parole. In quest'errore è caduto il Rousseau quando nel Contratto sociale scrive: «Bisogna senza pietà bandire dalla Repubblica tutti i settarii che dicono: non v'è salvezza fuori della nostra chiesa; perché siffatta intolleranza in materia di dogma porta con sé necessariamente l'intolleranza in materia civile, l'ineguaglianza, l'ingiustizia e le discordie. Lo Stato non dovrà accettare fra i suoi membri, che quelli che aderiranno a questo Credo morale e sociale; esso punirà con le più gravi pene, anche con la morte, chiunque, dopo averlo accettato, lo rinnegherà con la parola o con la condotta».
Nessuno di noi arriverebbe a questo punto. Ma su questa strada alcuni ci sono, specie per quanto riguarda la religione.
A questo punto qualcuno protesterà. È per quelli che non sono d'accordo con me che ho scritto questo articolo.
«Di nessuna idea si sa così universalmente, che è indeterminata, polisensa, e capace e perciò realmente soggetta ai maggiori equivoci, come della idea della libertà». Così Hegel.
L'idea della libertà è qui indicata come un ente poliedrico che rimane uno, pur apparendo diverso, a seconda del punto di vista dal quale lo si guarda. Se la parola libertà rimane eguale, formalmente, nelle molteplici e varie interpretazioni di essa, non può darsi l'idea di libertà, bensì tante idee di libertà. Così, nella realtà pratica non vi è la libertà, ma tante libertà. Queste considerazioni sono ovvie, di per sé stesse. Eppure necessarie, poiché vi è la tendenza dialettica ad asserire la libertà per sé stante, non tanto concependola come un assoluto quanto astraendo dalle singole possibilità di libertà, in omaggio al principio della libertà preso come base sistematica.
Si designa, generalmente, col termine libertà, l'assenza di ostacoli al compimento di un'azione. Poiché a l'assenza di ostacoli corrisponde la possibilità di giungere ad un fine, così per libertà si intende, generalmente, la possibilità di coordinare i mezzi necessari al compimento di un fine. Si possono stabilire due categorie di libertà: quelle incoscienti e quelle coscienti. Alla prima categoria appartiene la libertà meccanica: quella di una sfera rotolante sopra un piano inclinato. In questo caso la libertà della sfera risulta dal coincidere della sua legge di gravità con l'inclinazione del primo, inclinazione che pone in atto quella legge in un determinato modo. La libertà della sfera è, dunque, una libertà necessariamente relazionale, cioè è libertà in quanto necessità. La libertà cosciente, anche ammessa la negazione determinista del libero arbitrio, non è assenza di ostacoli, né come fatto né come coscienza di esso. Se la libertà umana fosse semplicemente conseguimento di fini per mancanza di ostacoli, non sarebbe un potenziamento evolutivo.
La libertà umana è capacità di sorpassare ostacoli, interni od esterni, e di crearseli.
Nota giustamente il Rousseau, nel Contratto sociale, che il selvaggio è libero in quanto trova pochi ostacoli al suo volere, ma che è più libero l'uomo civile che procede tra continue limitazioni della libertà esterna, ma ha maggiori possibilità, quantitative e qualitative, di volere: cioè di autarchia.
La mia libertà è la mia forza. Quanto più sono capace di volere e quanto meglio è diretto il mio volere tanto più sono libero. Ma la mia libertà è la nostra libertà, sia perché è condizionata alle capacità di volere della società in cui vivo, nonché di quelle che l'hanno preceduta e con essa convivono, sia perché la coscienza della mia libertà, cioè del mio volere e dei suoi fini, è nata dal contrasto con le libertà altrui, e in quel contrasto s'è potenziata e in esso tende a definirsi sempre più. Tra le libertà in conflitto con la mia vi è l'autorità: quella dei genitori, quella del maestro, quella del libro, ecc. Ed è, d'altra parte, l'eteronomia dell'autorità, quando non mi ha soffocato od offuscato lo spirito, che ha permesso la mia autonomia, cioè la mia libertà.
È un errore l'identificare l'autonomia con la libertà e l'eteronomia con l'autorità perché se tali identificazioni antitetiche sono giustificabili considerando le funzioni specifiche dei due principii, vi sono modi e momenti in cui la contrarietà si risolve nell'interferenza dei termini.
Talvolta autorità e libertà si identificano, non per se stesse, ma nella loro azione.
Come nel caso dell'autorità dell'educatore (che è, in fondo, la libertà di esso), rispetto alla libertà dell'educando, che rendendosi sempre più autonoma si prepara ad essere, e in parte è, autorità.
Il nostro anti-autoritarismo è rivolto contro l'autorità che non permette, soffocandolo o deviandolo, il processo di emancipazione. Contro l'autorità eccessivamente eteronoma si leva l'anarchismo pedagogico e quello politico.
La relatività che è base del concetto di libertà, come principio, ha fatto sì che alcuni anarchici assumessero la libertà come deus ex machina del mondo sociale, come una forza che di per se stessa potesse annientare l'autorità, considerando quest'ultima come interamente statica.
L'autorità? Ecco il maestro manesco e pedante soffocatore di intelligenze e sformatore di anime con le eccessive anticipazioni, con l'Ipsedixit, con le catechetiche interrogazioni, con la scuola della delazione e della finzione. Ed ecco Rousseau, e dietro a lui il Pestalozzi ed il Tolstoi con la scuola libertaria, in cui lo studio è ridotto ad un gioco, a scapito dell'educazione della volontà, e la disciplina è tutto influenza morale; che non sempre c'è, né sempre basta. Si dirà: le tendenze predominanti sul campo scolastico, sempre per restare in questo campo, sono autoritarie, in quanto queste tendenze rispondono di più ai pregiudizi correnti e alla tendenza al minimo sforzo. È necessario, quindi, spingere il maestro moderno verso un massimo di libertà, per ottenere un minimo. Non disconosco, non sarei più anarchico in tal caso, il valore funzionale del principio, come idea-forza della libertà, ma nel caso in questione invece della forma assertoria libertà nella scuola seguita da tentativi più o meno pratici di forzare le possibilità didattiche entro lo schema aprioristico, crederei opportuno impostare la questione sui gradi e modi d'autorità atti ad assicurare la massima emancipazione degli educandi.
Il problema è, quindi, un problema di metodo, ammesso giusto il mio punto di vista relativista.
Questa succinta analisi dei concetti di libertà ed autorità, apparirà ovvia a molti lettori. Ma servirà, non di meno, ad attirare l'attenzione sul problema della libertà.
La superiorità dell'anarchismo consiste in una migliore concezione dell'autorità, e da questa si dovrebbe partire, nella propaganda.
Questo criterio di metodo potrà far tenere più presenti i problemi pratici della libertà.
All'autorità delle gerarchie basata sulla violenza e sul privilegio anteponiamo quella delle gerarchie tecniche agenti per utilità generale e formatesi liberamente.
All'autorità formale del grado e del titolo anteponiamo l'autorità reale del valore e della preparazione individuali.
Questo senza cadere in una dialettica fusione, o confusione, dei contrari.
L'autorità è libertà quando l'autorità sia mezzo di liberazione, ma lo sforzo anti-autoritario è necessario come processo di autonomia. Autorità e libertà sono termini di un rapporto antitetico che si risolve in sintesi, tanto più l'antitesi è sentita e voluta.
La libertà è, dunque, fuori da ogni sistema che la ponga per base assoluta, come principio avulso dalle sue possibilità di attuazione, quindi non passibile di trasformazione evolutiva. L'autorità feconda di libertà, cioè eteronomia risolventesi in autonomia, è fuori di ogni sistema autoritario, che consideri la libertà come nemica.
L'anarchia mi pare risulti dall'approssimarsi, identificarsi mai, ché sarebbe la stasi, della libertà e dell'autorità. Come principi. Come fatti, libertà e autorità stanno tra loro come verità ed errore; come enti che differenziano e si identificano, nel divenire storico.
3) Lettera alla compagna Federica Montseny20
Avevo l'intenzione di rivolgermi a voi tutti, compagni-ministri, ma ora, presa in mano la penna, spontaneo mi è stato rivolgermi a te sola ed ho voluto non contrariare un impulso così sùbito, ché è buona regola seguire, in tale genere di cose, l'istinto.
Che non sempre concordi con te non ti meraviglia né ti irrita e anzi, ti sei cordialmente dimostrata obliviosa a critiche che quasi quasi sarebbe stato da parte tua giusto, perché umano, considerare come ingiuste od eccessive. È una non piccola qualità, questa, ai miei occhi e testimonia della natura anarchica del tuo spirito. Di quella sono certo e mi compensa bastamente, per la mia amicizia s'intende, delle idiosincrasie ideologiche più volte da te manifestate nei tuoi articoli dallo stile personalissimo, e nei tuoi discorsi di un'eloquenza ammirabile.
Non sono riuscito a darmi pace dell'identificazione da te affermata tra l'anarchismo bakunista ed il repubblicanesimo federalista de Pi y Margall. E non ti perdono di avere scritto che «in Russia, non fu Lenin il vero costruttore della Russia, bensì Stalin, spirito realizzatore, ecc., ecc.» Ed ho applaudito alla risposta di Voline, in Terre Libre, alle tue del tutto inesatte affermazioni sul movimento anarchico russo.
Ma non di questo voglio io intrattenerti. Di queste e di molte altre cose nostre spero un giorno o l'altro aver occasione di intrattenerti a viva voce. Se mi rivolgo a te in pubblico è per cose infinitamente più gravi, per richiamarti alle responsabilità enormi delle quali forse non ti fa consapevole la tua modestia.
Nel tuo discorso del 3 gennaio, tu dicesti:
«Gli anarchici sono entrati nel governo per impedire che la rivoluzione deviasse e per continuarla al di là della guerra ed altresì per opporsi ad ogni eventuale tentativo dittatoriale, quale che sia.»
Ebbene compagna, nell'aprile, dopo tre mesi di esperienze collaborazioniste, siamo in una situazione nella quale avvengono gravi fatti e se ne profilano altri peggiori.
Là dove, come in Vasconia, nel Levante e nelle Castiglie, il movimento nostro non è imponente di forza di base, ossia di quadri sindacali vasti e di una preponderante adesione delle masse, la contro-rivoluzione preme e minaccia schiacciare. Il governo è in Valenza, e di là partono reparti di guardie d'assalto destinati a disarmare nuclei rivoluzionari di difesa. Si ripensa à Casas Viejas pensando a Vilanesa. Sono delle guardie civili e delle guardie d'assalto che conservano le armi e se stesse nella retroguardia che debbono controllare gli «incontrollabili», ossia disarmare di qualche fucile e di qualche rivoltella i nuclei rivoluzionari. Questo, mentre il fronte interno non è eliminato. Questo, in una guerra civile nella quale tutte le sorprese sono possibili e in regioni nelle quali il fronte è ben prossimo, frastagliatissimo e non matematicamente sicuro. Questo, mentre è evidente una politica distribuzione di armi tendente a non armare che lo stretto indispensabile («stretto indispensabile» che vogliamo augurare si dimostri bastevole) il fronte d'Aragona, scorta armata della collettivizzazione agraria e contrafforte del Consejo d'Aragon, e la Catalogna, l'Ukraina iberica. Tu sei in un governo che ha offerto alla Francia e all'Inghilterra vantaggi al Marocco, mentre dal luglio 1936 sarebbe stato necessario proclamare ufficialmente l'autonomia politica marocchina. Che cosa pensi tu, anarchica, di questo affare ignobile quanto stupido lo immagino, ma ritengo sia giunta l'ora di far sapere che tu, e con te gli altri anarchici ministri, non concordate sulla natura e sul tenore di tali proposte.
Il 24 ottobre 1936 scrivevo in Guerra di classe:
«La base di operazioni dell'armata fascista è il Marocco. Occorre intensificare la propaganda a favore dell'autonomia marocchina su tutto il settore dell'influenza pan-islamica. Occorre imporre a Madrid dichiarazioni inequivocabili di abbandono del Marocco e di protezione dell'autonomia marocchina. La Francia vede con preoccupazione la possibilità di ripercussioni insurrezionali nell'Africa Settentrionale e nella Siria, e l'Inghilterra vede rafforzare le agitazioni autonomiste egiziane e degli arabi di Palestina. Occorre sfruttare tali preoccupazioni, con una politica che minacci di scatenare la rivolta del mondo islamico.
Per tale politica occorre danaro ed urge mandare emissari agitatori ed organizzatori in tutti i centri dell'emigrazione araba, in tutte le zone di frontiera del Marocco francese. Sui fronti di Aragona, del Centro, delle Asturie e dell'Andalusia bastano alcuni marocchini, con funzione di propagandisti (a mezzo radio, manifesti, ecc.)».
È evidente che non si può garantire gli interessi inglesi e francesi al Marocco e fare opera insurrezionale al medesimo tempo. Valencia continua la politica di Madrid. Bisogna che muti. E bisogna, per mutarla, dire chiaramente e fortemente tutto il proprio pensiero, poiché a Valencia agiscono influenze tendenti a patteggiare con Franco.
Jean Zyromsky, scriveva sul Populaire del 3 marzo:
«Les manœuvres sont visibles et elles visent à la conclusion d'une paix qui, en réalité, signifierait non seulement l'arrêt de la Révolution espagnole, mais encore l'annulation des conquêtes sociales réalisées.
"Ni Cabellero, ni Franco", telle serait la formule qui exprimerait sommairement une conception qui existe et je ne suis pas sûr qu'elle n'ait pas la faveur de certains milieux politiques, diplomatiques et même gouvernementaux en Angleterre et aussi en France».
Queste influenze, queste manovre spiegano vari punti oscuri: ad esempio l'inazione della marina da guerra lealista. Il concentramento delle forze provenienti dal Marocco, la pirateria del Canarias e delle Baleari, la presa di Malaga ne sono le conseguenze. E la guerra non è finita! Se Prieto è incapace e indolente, perché tollerarlo? Se Prieto è legato da una politica che paralizza la marina, perché non denunciare tale politica?
Voi, anarchici ministri, tenete dei discorsi eloquenti e scrivete degli articoli brillanti, ma non è con questi discorsi e questi articoli che si vince la guerra e si difende la rivoluzione. Quella si vince e questa si difende permettendo il passaggio dalla difensiva all'offensiva. La strategia di posizione non può eternizzarsi. Il problema non lo si risolve con il lanciare delle parole d'ordine: mobilitazione generale, armi al fronte, comando unico, esercito popolare, ecc., ecc. Il problema lo si risolve realizzando immediatamente quanto si può realizzare.
Secondo La Dépêche di Toulouse (17-1): «La grande préoccupation du ministère de l'intérieur est de rétablir l'autorité de l'Etat sur celle des groupes et sur celle des incontrôlables de toute provenance.» È evidente che quando si impegnano dei mesi a cercare di annientare gli «incontrollabili» non si può risolvere il problema dell'eliminazione della 5a Colonna. L'eliminazione del fronte interno ha per condizione prima un'attività d'investigazione e di repressione che soltanto dei rivoluzionari provati possono dare. Una politica interna di collaborazionismo tra le classi e di riguardi ai ceti medi, conduce inevitabilmente alla tolleranza verso elementi politicamente equivoci. La 5a Colonna è costituita non soltanto di elementi appartenenti a formazioni fasciste, bensì di tutti i malcontenti che aspirano ad una repubblica moderata. E sono questi ultimi elementi quelli che profittano della tolleranza dei cacciatori di «incontrollabili».
L'eliminazione del fronte interno ha per condizione un'attività ampia e radicale di comitati di difesa costituiti dalla C.N.T. e dall'U.G.T.
Noi assistiamo al fatto, nuovo e gravido di conseguenze disastrose, che interi battaglioni sono comandati da ufficiali che non godono più la stima e l'affetto dei militi. Questo fatto è grave poiché la maggioranza dei militi spagnoli vale in battaglia in proporzione diretta alla fiducia riposta nel proprio comandante. È necessario, quindi, ristabilire la eleggibilità diretta ed il diritto di destituzione dal basso.
E potrei continuare.
Gravissimo errore è stato quello di accettare delle formule autoritarie, non perché queste fossero formalmente tali ma perché esse racchiudevano errori enormi e scopi politici che nulla hanno a che fare con le necessità della guerra.
Ho avuto occasione di parlare con alti ufficiali italiani, francesi e belgi ed ho constatato che essi mostrano di avere delle necessità reali della disciplina una concezione molto più moderna e razionale di certi neogenerali che la pretendono a realisti.
Credo sia giunta l'ora di costituire l'esercito confederale, come il partito socialista ha creato un proprio esercito: il 5° reggimento delle M.P. Credo sia giunta l'ora di risolvere il problema del comando unico realizzando un'effettiva unità di comando che permetta di passare all'offensiva sul fronte aragonese. Credo sia giunta l'ora di finirla con lo scandalo di migliaia di guardie civili e di guardie d'assalto che non vanno al fronte perché adibite a controllare gli «incontrollabili». Credo sia giunta l'ora di creare una seria industria di guerra. E credo sia l'ora di finirla con certe stridenti stranezze: come è quella del rispetto del riposo domenicale e di certi «diritti operai» sabotatori della difesa della rivoluzione.
«La guerra di Spagna, spogliata così d'ogni fede nuova, d'ogni idea di trasformazione sociale, d'ogni grandezza rivoluzionaria, d'ogni senso universale, non è più che una volgare guerra d'indipendenza nazionale, che bisogna combattere per evitare lo sterminio che la plutocrazia mondiale si propone. Rimane una terribile questione di vita o di morte, ma non è più guerra di affermazione d'un nuovo regime e d'una nuova umanità. Si dirà che tutto non è ancora perduto, ma in realtà tutto è minacciato e investito e i nostri tengono un linguaggio di rinunciatari, lo stesso che teneva il socialismo italiano all'avanzata del fascismo: Non accettate provocazioni! Calma e serenità! Ordine e disciplina! Tutte cose che praticamente si riducono a lasciar fare. E come in Italia il fascismo finì col trionfare, in Ispagna l'antisocialismo in veste repubblicana non potrà che vincere, a meno d'eventi che sfuggono alle nostre previsioni. Inutile aggiungere che noi constatiamo, senza condannare i nostri, la cui condotta non sapremmo dire come potrebbe essere diversa ed efficace, mentre la pressione italo-tedesca cresce sul fronte e quella bolscevico-borghese nelle retrovie».
Io non ho la modestia di Luigi Bertoni. Ho la presunzione di affermare che gli anarchici spagnoli potrebbero avere una linea politica diversa da quella prevalente ed ho la presunzione di potere, capitalizzando quello che so delle esperienze di varie grandi rivoluzioni recenti e quello che leggo qua e là nella stessa stampa libertaria spagnola, consigliare alcune linee di condotta.
Io credo che tu debba porti il problema se difendi meglio la rivoluzione, se porti un maggiore contributo alla lotta contro il fascismo partecipando al governo o se saresti infinitamente più utile portando la fiamma della tua magnifica parola tra i combattenti e nelle retrovie.
È l'ora di chiarire anche il significato unitario che può avere la partecipazione nostra al governo. Bisogna parlare alle masse, chiamarle a giudicare se ha ragione Marcel Cachin quando dichiara (L'Humanité 23 marzo): «Les responsables anarchistes multiplient leurs efforts unitaires et leurs appels sont de plus entendus», o se hanno ragione la Pravda e l'Isvestia quando calunniano gli anarchici spagnoli sabotatori dell'unità. Chiamarle a giudicare la complicità morale e politica del silenzio della stampa anarchica spagnola sui delitti dittatoriali di Stalin, dalle persecuzioni contro gli anarchici russi al mostruoso processo contro l'opposizione leninista e trotskista, e meritatamente compensata dalle diffamazioni dell'Isvestia a carico della Solidaridad Obrera.
Chiamarle a giudicare se certe sabotatrici manovre annonarie non rientrano nel piano annunciato il 17 dicembre 1936 dalla Pravda: «In quanto alla Catalogna è cominciata la pulizia degli elementi trostskisti e anarco-sindacalisti, opera che sarà condotta con la stessa energia con la quale la si condusse nell'U.R.S.S.».
È l'ora di rendersi conto se gli anarchici stanno al governo per fare da vestali ad un fuoco che sta per spegnersi o vi stanno ormai soltanto per far da berretto frigio a politicanti trescanti con il nemico o con le forze della restaurazione della «repubblica di tutte le classi». Il problema è posto dall'evidenza di una crisi che va oltre gli uomini che ne sono i personaggi rappresentativi.
Il dilemma: guerra o rivoluzione – non ha più senso. Il dilemma è uno solo: o la vittoria su Franco mediante la guerra rivoluzionaria o la sconfitta.
Il problema, per te e per gli altri compagni, è di scegliere tra la Versailles di Thiers e la Parigi della Comune, prima che Thiers e Bismark facciano l'union sacrée. A te la risposta, poiché tu sei la «fiaccola sotto il moggio».
«...Un giovane in divisa di miliziano, rivoltella alla cintura, esce di casa con una compagna. È anarchico, lo chiamano "Quito" ma il suo nome è Francisco Ferrer: lo stesso nome del nonno, il famoso pedagogo libertario che tanti anni fa, nel 1909, è stato fucilato nei fossati del forte di Montjuich, dopo la "settimana tragica" di Barcellona. Francisco ha 28 anni, è in città per curarsi una ferita riportata al fronte. Oggi, con Yudith, va all'ospedale per delle medicazioni periodiche. In via Paris li ferma un gruppo di guardie con i fucili spianati. – La pistola, amico. – La pistola mi serve contro i fascisti. – Francisco è calmo, dice che come soldato del Gruppo internazionalista d'assalto è autorizzato a girare armato. – Gli chiedono allora i documenti, e Francisco tira fuori la tessera della CNT. – Uccidetelo! – Gli sono addosso, lo buttano contro un muro e da pochi passi gli scaricano contro le armi. – "Quico" agonizza per 24 ore, con accanto Yudith ferita di striscio ad un braccio...»
«...Verso le 6 del pomeriggio un gruppo di "mozos de escuadra" e di "bracciali rossi" del PSUC irrompe nel portone numero 3. Li comanda un poliziotto in borghese; in tutto, saranno una dozzina. Salgono gli scalini di marmo che portano al primo piano e bussano alla porta di Berneri. Ad aprire è Francisco Barbieri, 42 anni, anarchico di origine calabrese. Nell'appartamento, oltre Berneri, c'è la compagna di Barbieri e una miliziana. – Il poliziotto in borghese intima ai due anarchici di seguirlo. – E per quale motivo? – Vi arrestiamo come controrivoluzionari. – Barbieri è paonazzo. – In vent'anni di milizia anarchica – dice – è la prima volta che mi viene rivolto questo insulto. – Appunto in quanto anarchici, siete controrivoluzionari. – Il suo nome fa Barbieri irritato – Gliene chiederò conto presto. – Il poliziotto rovescia il bavero della giacca e mostra una targhetta metallica con il numero 1109. – I due anarchici vengono portati via, mentre la compagna di Barbieri chiede invano di poterli seguire. – Ma il viaggio è breve, di quelli che non ammettono testimoni. Berneri è gettato a terra in ginocchio e con le braccia alzate, e da dietro gli sparano a bruciapelo alla spalla destra. Un altro colpo alla nuca, lo finisce. Barbieri segue la stessa sorte, ma il lavoro è meno pulito, gli assassini sprecano più colpi. Più tardi, verso sera, i cadaveri vengono abbandonati nel centro della città...»
«...Spazzato il campo a Barcellona, l'offensiva contro gli anarchici si estende alla regione: da molti consigli municipali vengono estromessi i rappresentanti della CNT, sono ridotti i poteri dei consigli operai nelle industrie, gli organismi di base della rivoluzione eliminati. La repressione investe poi le collettività agricole, e il bersaglio diventa l'Aragona.
Questa regione, ultima roccaforte dell'anarchismo, vera patria della collettivizzazione agricola, è sempre rimasta politicamente all'ombra della Catalogna; inoltre, la vicinanza del fronte, tenuto dalle milizie anarchiche, e l'assenza di forti capisaldi comunisti e socialisti l'hanno finora preservata dalla rivalsa moderata. L'Aragona libera ha così mantenuto la sua rete di consigli municipali che fanno capo al Consiglio d'Aragona, presieduto da Joaquin Ascaso, l'ultimo dei tre famosi fratelli anarchici. Nel Consiglio sono rappresentati tutte le correnti politiche, ma è la CNT-FAI ad avere la maggioranza...».
Per saperne di più: Mario Signorino, Il massacro di Barcellona; P. Broué, E. Tèmine, La rivoluzione e la guerra di Spagna; H. Thomas, Storia della guerra civile spagnola; A. Garosci, Gli intellettuali e la guerra di Spagna; G. Orwell, Omaggio alla Catalogna; Kaminski, Quelli di Barcellona; J. Peirats, La CNT nella rivoluzione spagnola; G. Leval, Né Franco né Stalin - Le collettività anarchiche spagnole nella lotta contro Franco e la reazione staliniana; B. Bulloten, Il grande inganno: la cospirazione comunista nella guerra civile spagnola.
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