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197. Era un convoglio di feriti navigante verso gli ospedali notturni che laggiù attendevano quel carico di sangue e di dolore. Erano i feriti dell’Isonzo e del Carso, i lacerati, i mutilati, i moribondi che scendevano per le vie quiete della laguna. Erano i feriti sorridenti, le giovinezze sublimi, i miracoli inconsapevoli. Qualcosa del loro sorriso ineffabile, quasi non so che freschezza del loro patimento, pareva rilucere nella santa scia, solco d’anima, traccia spiritale.
Il cuore ci tremava come quando eravamo chini a scoprire la tomba di ferro nel fondo del mare funesto.