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| Pontificia Accademia per la Vita Il rispetto della dignità del morente IntraText CT - Lettura del testo |
5. È dichiarando curabile (nel senso medico) il dolore e proponendo, come impegno di solidarietà, l’assistenza verso colui che soffre che si giunge ad affermare il vero umanesimo: il dolore umano chiede amore e condivisione solidale, non la sbrigativa violenza della morte anticipata.
Per altro, il c.d. principio di autonomia, con cui si vuole talvolta esasperare il concetto di libertà individuale, spingendolo al di là dei suoi confini razionali, non può certo giustificare la soppressione della vita propria o altrui: l’autonomia personale, infatti, ha come presupposto primo l’essere vivi e reclama la responsabilità dell’individuo, che è libero per fare il bene secondo verità; egli giungerà ad affermare se stesso, senza contraddizioni, soltanto riconoscendo (anche in una prospettiva puramente razionale) di aver ricevuto in dono la sua vita, di cui perciò non può essere “padrone assoluto”; sopprimere la vita, in definitiva, vuol dire distruggere le radici stesse della libertà e dell’autonomia della persona.
Quando poi la società arriva a legittimare la soppressione dell’individuo – non importa in quale stadio di vita si trovi, o quale sia il grado di compromissione della sua salute – essa rinnega la sua finalità e il fondamento stesso del suo esistere, aprendo la strada a sempre più gravi iniquità.
Nella legittimazione dell’eutanasia, infine, si induce una complicità perversa del medico che, per la sua identità professionale ed in forza delle inderogabili esigenze deontologiche ad essa legate, è chiamato sempre a sostenere la vita e a curare il dolore, giammai a dare la morte “neppure mosso dalle premurose insistenze di chicchessia” (Giuramento di Ippocrate); tale convinzione etica e deontologica ha varcato i secoli intatta nella sua sostanza, come conferma, ad esempio, la Dichiarazione sull’Eutanasia dell’Associazione Medica Mondiale (39a Assemblea - Madrid 1987)
"L’Eutanasia, vale a dire l'atto di porre fine deliberatamente alla vita di un paziente, sia in seguito alla richiesta del paziente stesso oppure alla richiesta dei suoi congiunti , è immorale. Questo non impedisce al medico di rispettare il desiderio di un paziente di permettere al naturale processo di morte di seguire il suo corso nella fase finale di malattia”.
La condanna dell’eutanasia espressa dall’Enciclica Evangelium Vitae perché “grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana” (n.65), racchiude il peso della ragione etica universale (è fondata sulla legge naturale) e la istanza elementare della fede in Dio Creatore e custode di ogni persona umana.