Italo Svevo: Raccolta di opere
Italo Svevo
Commedie

CON LA PENNA D’ORO (Commedia in quattro atti).

ATTO PRIMO.

Scena quarta. Alberta e Alice.

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Scena quarta. Alberta e Alice.

 

Alice è della stessi età di Alberta: 25 anni. Bionda mentre Alberta è bruna. Più sottile di Alberta e di lei più debole.

 

ALBERTA  (che l'ha baciata e abbracciata). I bimbi bene?

ALICE  (sorridendo). Li ho lasciati in pianto. Emilio perché oggi è stato per la prima volta a scuola ed Elenuccia perché a scuola non può andare ancora. Insomma un pianto che non mi pensiero. Faremo tardi qui?

ALBERTA.  No! Potrai lasciarci alle dieci o alle dieci e mezzo. Non abbiamo a cena altri che te, Sereni, Telvi e il dottore. I tuoi due pretendenti e il dottore per calmarli. Non è fatto mica a posta. Carlo ha bisogno del consiglio di Sereni per certe stampe ch'è in procinto di acquistare. In quanto a Telvi è tanto sperduto che quando non lo invitiamo finisce col passare le notti nel suo ufficio. Mio marito dice che ruba il riposo ai guardiani e ai servi.

ALICE  (commossa). Poverino!

ALBERTA.  Sì! Poverino! Io, però, quando lo vedo mi fa un po' da ridere. È irresistibile! (Ridendo.) Ricordi? Arriva a casadice alla serva che non vuol cenare finché la moglie non rientri e l'aspetta. Quando si rassegna di sedere alla tavola trova la lettera della moglie. Insomma è come vedere qualcuno che scivola sul selciato. Si spezzerà un braccio ma si ride.

ALICE  (ridendo anche lei). E… finì col cenare solo?

ALBERTA.  Non so se abbia cenato. Studiò la lettera. La moglie non domandava perdono: Lo accusava. L'aveva seccata. L'aveva seccata con la sua pedanteria, e questo si capisce, ma anche col suo affetto sempre uguale e perciò monotono, con la sua compagnia, coi suoi affari, con le sue cure. Era molto e non so come l'abbia sopportato. Il giorno appresso era molto abbattuto ma due giorni dopo arrabbiato, eppoi furente. Adesso, dopo averci pensato tanto, egli è sicuro di aver avuto la disgrazia d'essersi imbattuto in una donna ch'era un mostro e… ne cerca un'altra che non sia tale.

ALICE  (sorridendo). E tu vorresti propormi a quel posto?

ALBERTA.  Ebbi per un momento tale idea. Cioè avrei fatto del mio meglio per farvi trovare insieme e far venire a te l'idea di proporti. Come affare sarebbe stato ottimo per tutti meno per te stessa forse. Quando tu ti fossi rassegnata di sopportare un uomo buono, ma un po' vecchio, un po' gottoso; buono, ma metodico come una macchina; buono ma - come Emma me lo disse il giorno prima di scappare - tale che quando arriva a casa parla ancora di affari se non ha le mascelle tese dallo sbadiglio o abbandonate per una silenziosità ch'è come una qualità della sua bocca perché di dietro c'è una scatola riempita di una materia cerebrale poderosa ma priva di vitamine, nessuno potrebbe avere a ridirci nulla. Ma tu non lo puoi fare perché non si può. Egli è sposato definitivamente e dacché abbiamo perduto Fiume non c'è più rimedio.

ALICE  Meno male che così son salva.

ALBERTA  (volubile). Sì! proprio salva se così si può dire per significare di aver perduto una buona occasione per arricchire te e i tuoi bambini. Io studiai la cosa. Mi fu facile perché in un primo tempo egli sentiva il bisogno di avere un confidente, anzi una confidente, e quando sospirava di aver perduto con la donna anche la casa e la quiete, m'era facile di dirgli: Ma, vediamo, non tutte le donne sono scappate. Mettiamo al suo posto un'altra e la casa e la quiete ritornerebbero. Ma è un disgraziato! Deve restare italiano fino alla morte perché certi suoi interessi gl'impediscono di mutare di nazionalità, e perciò non c'è via al divorzio. Perciò resta eliminato. Io ti conosco bene e so come tu pensi.

ALICE.  Eh! già. (Un po' ridente; poi spiega.) Fra l'impossibilità di avere il divorzio e quella mancanza di vitamine non c'è da avere dei dubbi. Lasciamolo . Mi dispiace di aver riso di lui visto ch'è tanto disgraziato. Ti assicuro che se lo potessi… gli restituirei la sua Emma ch'egli potrebbe riavere in piena legalità e che restò già con lui per due anni così che se durava ancora, un poco a lui si sarebbe abituata.

ALBERTA.  E anche Sereni ho dovuto mettertelo accanto questa sera, ma è per l'ultima volta. Sopportalo ancora per una volta.

ALICE.  Ma Sereni è anzi un compagno gradevole. Mi fa ridere e pensare. A lui le vitamine non mancano.

ALBERTA.  È vero. Ma d'altronde somiglia troppo anche lui a Telvi. È legato, non vuole o non può avere il divorzio. Insomma anche lui vuole le donne gratis.

ALICE.  Mi pare sia il vero prezzo che si possa e si debba pagare per le donne.

ALBERTA  (vivacemente). E allora che cosa ci resterebbe? L'amore?

ALICE.  È qualche cosa. Se lo diamo, lo riceviamo in cambio.

ALBERTA.  Come sei sempre giovine tu. La vita passa, la soffri e la vedi perché sei intelligente e resti del tuo parere, di quello che avevi alla nascita. Quando io parlo di te con mio marito io dico: Alice è ostinata. Tu chiudi gli occhi e fai come se nulla fosse avvenuto.

ALICE  Non vedo che cosa abbia potuto istruirmi. La cosa grave nella mia vita è stata la morte di mio marito: Una stupida polmonite priva di alcun senso. Viene a casa, si mette a letto con un brivido e muore. Non ci compresi nulla.

ALBERTA.  Ma prima, ma dopo ci fu dell'altro. Io non so altro che quello che tu me ne dicesti.

ALICE.  Oh! Non dimentico! Quella polmonite fece piangere me, eppoi la signora Romeri al secondo piano, e la figlia del portinaio in soffitta. Tutta la casa era irrorata di lagrime. (Improvvisamente commossa fino alle lagrime.) La morte era entrata in casa e mi rivelava che cosa fosse stata la vita. Ma il male maggiore fu la polmonite. Sì! Il suo massimo delitto fu di avermi lasciata così… improvvisamentesola. Priva di denari forse perché egli ne spese troppi negli atti per casa.

ALBERTA.  Quanto mi dispiace di averti ricordate queste cose. (Abbracciandola.) Via! Rasciughiamo presto gli occhiucci. Gli occhi stupiti… gli occhi che hanno per natura l'espressione della sorpresa come la faccia della Gioconda quella dell'ironia. Una cosa non voluta, una costruzione casuale ma una stupefazione intera, meravigliosa, stupefacente.

ALICE  (sorridendo). Le parole di Sereni.

ALBERTA.  Te le spiattellò dunque anche a te? Che faccia tosta!

ALICE.  Sì, parecchie volte. Ma già… non me ne importa.

ALBERTA  (teneramente). Eh! Lo so! Quello fa la corte ogni sei mesi ad un'altra. Dice che senza donne non si può dipingere. Non si capisce perché! Fa tali mostri con le gambe fuori di posto, le anche gonfie le braccia contorte, che sembrerebbe gli occorressero per modelli degl'ippopotami. Gli occorre invece l'amore, poverino! E non mica un amore, ma più amori. Quando faceva la corte a me dipinse una donna senza testa. Fu allora che tagliai corto e mi dichiarai offesa che guardasse me per dipingere così.

ALICE  (attenta). Fece la corte anche a te?

ALBERTA.  Sì! Non te lo dissi prima perché mi secca di ricordarlo. Che uomo di cattivo gusto! Per farmi meglio la corte si mise a dir male di mio marito, il suo grande amico. Mi stomacò. Io amo di ridere di mio marito così distratto, incapace di occuparsi nemmeno per un solo momento dei miei affari tanto è occupato dei suoi, ma per qualche cosa sono sua moglie. Certo anche con te Sereni commetterà degli errori se non ne ha già commessi.

ALICE.  No che io ne sappia. Lo vedo di rado, quando sono qui da te.

ALBERTA.  Abita vicinissimo a te in via Battisti, faccia a faccia, alcune case più in su.

ALICE.  Lo so, ma non lo vedo mai.

ALBERTA  (dopo una lieve esitazione). Ho parlato con Carlo e con grande difficoltà sono riuscita di fargli aumentare il tuo mensile di cinquecento lire. Non hai un'idea con quanta politica dovetti procedere. Egli dice che i tempi sono cattivi, che ha dei pensieri e così via.

ALICE  (abbracciandola). Grazie, cara Alberta. Tenterò di aiutarmi, di restringermi.

ALBERTA  (commossa). Perdonami. Per ora non posso fare di più. Poi si vedrà. Non è detta l'ultima parola. Continuerò a lavorare Carlo. Eccoti intanto il denaro in questa busta.

ALICE.  Grazie! Grazie! Hai già fatto tanto per me che non oso domandare di più. Se non ci fossi stata tu, a quest'ora il patrimonio dei bimbi sarebbe liquefatto, distrutto. Solo per merito tuo, quando saranno grandi, potrò consegnare loro quel poco che il povero Silvio poté lasciare alla sua famiglia.

ALBERTA  (esitante). Io vorrei pure che tu facessi in modo di non toccare neppure gl’interessi di quel capitale. Il piccolo sacrificio rappresenterebbe un grande beneficio per i bambini in avvenire. Carlo mi spiegò come si accumulano gl'interessi.

ALICE.  Per ora m'è impossibile. Vedrò… in seguito

ALBERTA  (di malumore). In questo già io non c'entro.

ALICE.  Ma sì! Tu hai il diritto di occuparti di tutto quanto mi riguarda. Non sei tu che mantieni me ed i miei figliuoli? Ma devi intendere anche tu. Ieri ti feci vedere i conti. M'è impossibile per ora. Anche quel poco denaro m'occorre.

ALBERTA.  Io al posto tuo farei ogni sforzo per non toccare quel denaro. Vorrei anche poter dire a Carlo: Guarda come il nostro aiuto è importante per quella famigliuola. Arricchisce continuamente.

ALICE  (fa mentalmente dei conti e poi). Impossibile! M'è veramente impossibile.

ALBERTA.  E allora lasciamo stare per il momento.

ALICE.  Vedrò! Ci penserò! Sai che sono forte. Tenterò, farò ogni sforzo.

ALBERTA.  E sia! Non pensarci più se non puoi. (Ride.)

ALICE.  Ridi?

ALBERTA.  Rido perché dici che sei forte. Non lo eri mai, biondina mia, biondina cara.

ALICE.  È più facile d'essere forti in certe posizioni che in altre.

ALBERTA.  Tu sei buona e coraggiosa ma non saresti forte in nessuna posizione. (Ridendo.) Guarda, io so ricordare il momento in cui pensai d'essere più forte di te e lo pensai poi sempre, da allora. È addirittura antico tale momento perché io allora avevo all'incirca 8 anni e tu 9 e qualche mese. Un giorno un bimbo della nostra stessa età mi corse dietro per picchiarmi. Io dapprima mi spaventai - in quell'età i maschietti fanno una grande impressione - e scappai. M'avrebbe quasi raggiunta quando tu, decisa, piangendo e gridando, intervenisti. Il maschietto ch'era veramente furibondo - pare fosse la prima volta che avesse avuto da fare con donne e non avesse ancora appresa la difficile cavalleria - con un solo colpo ti gettò a terra e, certo, le avresti pigliate, perché notai con grande stupore che tu non facevi altro che ripararti dai colpi. Allora intervenni io e terminò che tu dovesti strapparmi di mano il fanciullo perché altrimenti l'avrei conciato per le feste. E ricordo anche che, picchiando, io non ero offuscata dall'ira. Ogni mio colpo era ben mirato e forte, solo per insegnare a te l'uso che si deve saper fare delle mani.

ALICE.  Curioso come del lontano passato ognuno ricordi solo quello che gli si confaccia. Io non ricordo nulla di quella scaramuccia nella quale riempii una parte ben generosa

ALBERTA.  Generosa e da debole.

ALICE.  Io ricordo invece una cosa tanto più recente e tanto dolorosa per te che sicuramente non l'hai dimenticata in cui spettò a me la parte del forte. Ricordi? Tu avevi già 13 anni ed io, perciò, 14 e qualche mese. Avevi perduta la mamma tua ed io venni a stare con te perché tuo padre non sapeva come fare per consolarti. Io credo di aver abitato con te, allora, per un due mesi. Ma non li dimenticai mai più. Per tanti giorni tu passasti tutte le ore con la testa ricciuta posata nel mio grembo e dicevi di tener chiusi gli occhi per dimenticare che quello non era il grembo di tua madre. Eri tanto debole e malata dal dolore che io pensavo: Eccomi madre! E voglio esserlo, voglio amarla e proteggerla la bimba mia di tanto poco di me più giovane. Poi il destino volle ch'io di te avessi bisogno.

ALBERTA.  Ma ciò io ricordo! Se lo ricordo o Alice mia. Solo ricordo anche tutto quello ch'io pensavo in quella posizione. Pensavo: Buona e dolce e debole come mia madre. E se un cattivo bimbo l'aggredisse, io interverrei a proteggerla.

ALICE  (esitante). Ma i bimbi cattivi mi lasciano in pace oramai.

ALBERTA.  Sereni sta facendo il tuo ritratto?

ALICE  (accesa) Che c'è di male? A casa mia.

ALBERTA.  Di male non ci sarà altro che il ritratto stesso.

ALICE.  Mi pare venga bene. Me lo regala. Mi fa in quel costume di contadina friulana che portavamo io e te da fanciulle a Tricesimo.

ALBERTA.  Bellissima l'idea. Raccomandagli di non mettere la bocca al posto dell'orecchio. Non occorre neppur essere un pittore per vedere dove stanno di casa le orecchie. Più difficile è di fare una donna nuda, di riprodurre il colore della carne. Ma Sereni se la cava facendola tutta verde o tutta azzurra. Quando dipinge guarda attraverso a qualche vetro colorato? E allora non capisco come faccia. Buono che non ci pensi a sposarsi perché dovrebbe dar da mangiare dei colori alla sua famiglia. Però ci sarebbe il vantaggio che una volta mangiati non si vedrebbero più. Finché è solo gli basta quella rendita della casa in via Battisti ove abita e ch'è sua.

ALICE  (lievemente seccata). Ma io non ci penso né a nutrirmi dei suoi colori né a dividere con lui quella sua magra rendita.

ALBERTA.  Lo so, lo so! E può essere anche che così, vestita di friulana, ti ritragga bene. È un vestito ben chiuso quello dei contadini e, facendo delle stoffe, il pittore ha piena libertà nei colori. E, a proposito di vestiti. Il tuo, il mio cioè finora, giace pronto in camera da letto. Io vorrei tu l'indossassi per cena. Vedrai com'è stato adattato bene dalla nostra sartina. Vieni. (S'avviano.)

 

 


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