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IV
D.
Capisci ora cosa vuol dir morire senza cessar di vivere. Vivi, ma rinunziando
a’ godimenti della vita, come cosa vana; il che è dato di fare solo all’uomo
fornito di ragione. Gli animali e tutte le cose vogliono vivere; tu solo ti
puoi mettere al di sopra della vita; perché, fatto esperto dalla ragione, che
non si arresta agl’individui, ma con la memoria del passato e l’anticipazione
dell’avvenire ti dá come in uno specchio la conoscenza universale, puoi farti
questa domanda:- A che serve la vita? e da tanto affannarsi e correrle
appresso qual guadagno se ne cava? “le jeu vaut-il bien la chandelle?”. E
quando ti persuaderai che la vita non vale la pena che un galantuomo si dá per
lei... -.
A.
Cosa farò?
D.
Ucciderai il “Wille” che t’alletta alla vita.
A.
Cioè il “Wille” uccide sé stesso.
D. Certo.
Il “WiIle” si afferma e si nega, come libero ed onnipotente. Per mezzo della
ragione arriva alla sua negazione. E come l’atto generativo è il centro del
“Wille” quando vuol vivere, hai per prima cosa ad astenerti da’ piaceri
carnali, e poi castigare la carne con digiuni, cilizii, astinenze.
A.
Come sant’Antonio nel deserto.
D. I
bramini ed i santi saranno il tuo esemplare;
e la ricetta si può ridurre in queste tre celebri parole: castitá, povertá,
ubbidienza. Cosí vivere è morire, senza che debba aver ricorso al suicidio,
rifugio degli animi deboli.
A. E
questo mentre gli altri si divertono, e mi danno la baia?
D.
Anzi tu a loro. Perché da tutta l’altezza della tua calma guarderai come da
sicuro porto gli uomini in tempesta. E farai come Schopenhauer, il quale,
mentre nel quarantotto gli uomini correvano come impazzati gli uni contro gli
altri, se ne stava osservandoli con un cannocchiale, e se la rideva sotto i
baffi, e diceva:- Fatevi ammazzare voi, ch’io me ne sto qui a contemplare
il “Wille” -. In effetti, se gli uomini si rendessero persuasi che la libertá,
l’umanitá, la nazionalitá, la patria e tutte le altre cose per le quali si
appassionano, sono astrazioni ed apparenze, ciascuno se ne starebbe quieto a
casa sua, si appiglierebbe alla vita contemplativa cosí in privato, come in
pubblico, ed in luogo di correre in piazza e affaticarsi e tormentare sé e gli
altri, sdraiato su di un canapé e fumando saporitamente a modo di un turco,
vedrebbe a poco a poco evaporare tra’ vortici del fumo la sua individualitá e
si sentirebbe puro “Wille”.
A.
Il canapé e la pipa ci è di soverchio: ché, chi vuol morire vivendo, dovrebbe
far senza anche di questo. M’immagino il povero Schopenhauer come un monaco
della Trappa, martire della castitá, della povertá, della ubbidienza, dolce
come un agnello, e il corpo tutto piaghe per i cilizii.
D.
Schopenhauer mangia divinamente, si prende tutt’i piaceri che gli sono ancora
possibili, e grida e schiamazza sempre,
tiranneggiato dal “Wille”. Se gli nomini Hegel, diviene una tempesta, e per
calmarlo gli devi fare un elogio della sua chiarezza e della sua originalità.
A. A
che serve dunque la filosofia?
D.
La filosofia è una conoscenza teoretica, che non ha niente a fare con la
pratica. È la ragione cosí poco atta a renderti virtuoso, come è l’estetica a
renderti artista. Ciascuno fa secondo sua natura; né puoi essere santo, se non
ci hai vocazione, vale a dire se il “Wille” non ti ha dato carattere da ciò.
Come si nasce poeta, cosí si nasce santo: “Velle non discitur”; perciò
Schopenhauer non ti dá un precetto, non dice:- Tu devi uccidere in te il
desiderio di vivere -. Nessun divieto, nessun categorico imperativo. Descrive
le azioni degli uomini, non le impone. La conoscenza del mondo come fenomeno
opera qual motivo, e ti lega alla vita; la conoscenza del mondo come essenza
opera qual sedativo, e ti distacca dalla vita. La quale conoscenza non è
necessario che te la dia la filosofia; basta che la sia immediata. Quello che è
necessario, è che tu abbi la predisposizione a santitá, la grazia25.
A.
Abbiamo cominciato con Kant e terminiamo con s. Agostino. A me credo che mi
manca la grazia; perché quella faccenda della castitá, della povertá e
dell’ubbidienza non mi entra. Io voglio vivere allegramente; e quando si dee
crepare, creperemo. O se caso incontra, per il quale la vita mi torni
incomportabile, amo meglio ritornare in grembo al “Wille” tutto a un tratto,
che avvicinarmici lentamente con una lunga morte sotto nome di vita. Preferisco
Leopardi a Schopenhauer.
D.
Hai torto. Leopardi s’incontra ne’ punti sostanziali della sua dottrina con
Schopenhauer; ma gli sta di sotto per molti rispetti. Primamente Leopardi è
poeta; e gli uomini comunemente non prestano fede ad una dottrina esposta in
versi; ché i poeti hanno voce di mentitori.
A.
Ma Leopardi ha filosofato anche in prosa.
D.
Non propriamente filosofato; ché a filosofare si richiede metodo. E questo è
una delle glorie di Schopenhauer. Si sono tenute tante controversie
sull’analisi e sulla sintesi, sulla psicologia e sulla ontologia. Non si era
letto Schopenhauer, la cui opera sarebbe stata nella bilancia la spada di
Brenno. Analisi e sintesi, dice Arturo, sono vocaboli improprii, e dovrebbe
dirsi induzione e deduzione. Ora, il metodo filosofico non è per niente diverso
da quello di tutte le scienze empiriche, e dee essere analitico, che è quanto
dire induttivo, prendere a fondamento l’esperienza e da quella cavare i
giudizi: al che si richiede una facoltá apposita, ch’egli chiama la facoltá del
giudizio, posta di mezzo fra l’intelletto e la ragione, l’intelletto che vede e
la ragione che forma i concetti. Il filosofo vede e non dimostra. E te lo prova
la stessa parola evidenza, la quale è derivata manifestamente dal verbo vedere.
Ma per un antico pregiudizio è invalso che la filosofia debba partire dal
generale e scendere al particolare; il che si chiama dedurre, e si fa per via
di dimostrazione. E ne è nata l’opinione che senza dimostrazione non ci è vera
veritá. Ma dimostrare è cosa facilissima, e non vi si richiede che il senso
comune; laddove per cavare la veritá dagli oggetti si richiede quella tal
facoltá del giudizio, che è conceduta a pochissimi. Perché a questa operazione
è necessario conoscere bene i due procedimenti di cui parla Platone e Kant,
l’omogeneitá e la specificazione, cioè a dire, cogliere negli oggetti quello
che hanno di simile e quello che hanno di proprio, coordinare e subordinare,
non andare a salti, non lasciar lacune, rispettare ogni differenza ed ogni
somiglianza. Aggiungi che il metodo dimostrativo è noiosissimo, perché, come
nel generale sono contenuti tutt’i particolari, alla prima pagina sai giá
quello che viene appresso, e gli è come un aggirarti ogni dí nella piazza S.
Marco; laddove ne’ libri di Schopenhauer trovi una varietá infinita che
solletica la curiositá e ti fa come viaggiare di una cittá in un’altra. Oltre a
questo, una filosofia fondata sopra concetti generali, come assoluta sostanza,
Dio, infinito, finito, identitá assoluta, essere, essenza, è come campata in
aria e non può mai cogliere la realtá. E qui, pieno il petto di santo sdegno,
Arturo fa fuoco addosso a Schelling, ad Hegel ed a tutt’i moderni fabbricatori
di concetti26. Costoro
ti danno una filosofia di parole, dove egli ti dá una filosofia di cose. Perché
dal suo osservatorio guarda ben bene gli oggetti, vede il simile ed il diverso,
e con la sua potentissima facoltá del giudizio ne sa tirare delle verità così
nuove, che tu ne rimani muto di maraviglia. E come si arrabatta a ficcartele in
capo! Come sa maneggiarle in guisa che ciascuna prenda la forma di paradosso e
alletti la tua attenzione! E se ti addormenti, è lui che ti sveglia e ti
dice:- Guarda che erudizione! E ve’ questo che è un paradosso! Attendi e
vedrai con quanta chiarezza ti spiegherò Kant! Sappi che io non leggo storie di
filosofia, ma sempre le opere
originali! e t’assicuro che penso sempre
col capo mio! -.
A. È
vero almeno?
D.
Lasciamo da banda lo scherzo. È vero. Schopenhauer è un ingegno fuori del comune;
lucido, rapido, caldo e spesso acuto; aggiungi una non ordinaria dottrina. E se
non puoi approvare tutt’i suoi giudizii, ti abbatti qua e lá in molte cose
peregrine, acquisti svariate conoscenze, e passi il tempo con tuo grande
diletto: ché è piacevolissimo a leggere. Leopardi ragiona col senso comune,
dimostra cosí alla buona come gli viene, non pensa a fare effetto, è troppo
modesto, troppo sobrio. Lo squallore della vita che volea rappresentare si
riflette come in uno specchio in quella scarna prosa; il suo stile è come il
suo mondo, un deserto inamabile dove invano cerchi un fiore. Schopenhauer, al
contrario, quando se gli scioglie lo scilinguagnolo, non sa tenersi; è copioso,
fiorito, vivace, allegro; gode annunziarti veritá amarissime, perché ci è sotto
il pensiero:- La scoperta è mia -; distrae e si distrae; e quando
ragiona, ti pare alcuna volta che si trovi in una conversazione piacevole,
dove, tra una tazza di thé ed un bicchier di champagne, declami sulla vanitá e
la miseria della vita. Sicché leggi con piacere Schopenhauer e stimi Leopardi.
A.
Capisco. Leopardi morí giovine, martire delle sue idee; Schopenhauer continua
ancora a morire senza cessar di vivere.
D.
Tu fai come i fanciulli, co’ quali si è fatto troppo a fidanza; ché questo è
un’insolenza bella è buona.
A.
Tu vuoi il monopolio dello scherzo. Viva Schopenhauer molti e molti anni
ancora, e ci regali un nuovo trattato sul “Wille”. Anzi ti prometto che mi
porrò a studiare davvero, e voglio fare una traduzione della sua opera
principale e propagarla nel regno di Napoli. Perché penso che dee piacere molto
a Campagna che i fedelissimi sudditi si dedichino alla vita contemplativa,
facciano voto di castitá, di povertà e di ubbidienza, e lasciando lui vittima
della vita, passino il tempo a fare una meditazione sulla morte.
D.
Ma se vuoi che la tua edizione faccia frutto, hai da bruciare innanzi tutti gli
esemplari del Leopardi.
A.
Mi pare che Schopenhauer ti abbia inoculata la malattia del paradosso. Abbiamo
detto che tutt’e due pensano allo stesso modo.
D.
Perché Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede
al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertá, e te la fa amare.
Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtú, e te ne accende in petto un
desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo, che non ti senta migliore; e non
puoi accostartegli, che non cerchi innanzi di raccoglierti e purificarti,
perché non abbi ad arrossire al suo cospetto. È scettico, e ti fa credente; e
mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti
desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti. Ha cosí
basso concetto dell’umanitá, e la sua anima alta, gentile e pura l’onora e la
nobilita. E se il destino gli avesse prolungata la vita infino al quarantotto,
senti che te l’avresti trovato accanto, confortatore e combattitore. Pessimista
od anticosmico, come Schopenhauer, non predica l’assurda negazione del “Wille”,
l’innaturale astensione e mortificazione del cenobita: filosofia dell’ozio che
avrebbe ridotta l’Europa all’evirata immobilitá orientale, se la libertá e
l’attività del pensiero non avesse vinto la ferocia domenicana e la scaltrezza
gesuitica. Ben contrasta Leopardi alle passioni, ma solo alle cattive; e mentre
chiama larva ed errore tutta la vita, non sai come, ti senti stringere piú
saldamente a tutto ciò che nella vita è nobile e grande. L’ozio per Leopardi è
un’abdicazione dell’umana dignitá, una vigliaccheria; Schopenhauer richiede
l’occupazione come un mezzo di conservarsi in buona salute. E se vuoi con un
solo esempio misurare l’abisso che
divide queste due anime, pensa che per Schopenhauer tra lo schiavo e l’uomo
libero corre una differenza piuttosto di nome che di fatto; perché se l’uomo
libero può andare da un luogo in un altro, lo schiavo ha il vantaggio di
dormire tranquillo e vivere senza pensiero, avendo il padrone che provvede a’
suoi bisogni27; la qual
sentenza se avesse letta Leopardi, avrebbe arrossito di essere come “Wille”
della stessa natura di Schopenhauer.
A.
Finora abbiamo scherzato. Ora mi fai una faccia tragica.
D.
Aggiungi che la profonda tristezza con la quale Leopardi spiega la vita, non ti
ci fa acquietare, e desíderi e cerchi il conforto di un’altra spiegazione.
Sicché se caso, o fortuna, o destino volesse che Schopenhauer facesse capolino
in Italia, troverebbe Leopardi che gli si attaccherebbe a’ piedi come una palla
di piombo, e gl’impedirebbe di andare innanzi.
A.
L’ora è tarda; e Schopenhauer mi ha fatto venire un grande appetito; e come non
ho la grazia, non posso vincere il “Wille”. Addio.
D. E
mi lasci così? Tutto questo discorso rimarrá senza conclusione?
A.
La conclusione la tirerò io. Se leggi Leopardi, t’hai da ammazzare; se leggi
Schopenhauer, t’hai da far monaco; se leggi tutti questi altri filosofi
moderni, t’hai da fare impiccare per amor dell’idea.
D.
Intendo. Una giovine dicea a Rousseau:- Giacomo, lascia le donne e studia
le matematiche -.
A.
Vuoi dire che per me è il contrario. Lascio le matematiche e studio le donne.
Voglio tornarmene in Napoli, bruciare tutt’i libri di filosofia, amicarmi
Campagna; l’inviterò a pranzo, e faremo una conversazione filosofica sulle
belle ragazze. Addio.
D.
Ed io mi metto a scrivere l’articolo per la “Rivista contemporanea”.
[Nella “Rivista
contemporanea”, a. VI, 1858, vol. XV,, pp. 369 408.]
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