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| Quinto Settimio Florente Tertulliano De idolatria IntraText CT - Lettura del testo |
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Non si debbono temere le calunnie dei pagani: quanti si rendono colpevoli d'idolatria, per timidità e mancanza di coraggio! Tu incappi nella colpa di timidezza, quando un altro t'obbliga a giurare o a fare in qualche modo solenne testimonianza nel nome delle sue divinità pagane e tu pieghi la testa, per non [155] farti scoprire cristiano; è evidente infatti che tu, collo startene quieto, affermi la potenza di coloro per causa dei quali appari obbligato e costretto. Che cosa importa che tu le riconosca Dei, quelle divinità pagane, col farne esplicita dichiarazione verbale o col prestare orecchio a quanto possa venir detto da altri? che importa che tu pronunzi la formula del giuramento o che tu stia in disparte, indifferente e tacito, quando sei stato in loro nome solennemente chiamato e pregato da un altro? Quasi che noi non avessimo conoscenza delle astuzie e delle insidie del demonio: quello che non può ottenere direttamente dalla nostra bocca, cerca di raggiungerlo, suggerendo nelle nostre orecchie ogni principio idolatra, per bocca d'altri. Certamente chiunque sia costui, cercherà di stringerti con un discorso o apertamente ostile o simulatamente amico. Se l'inimicizia è patente, sai benissimo che quel che t'aspetta è la lotta nel circo e quindi il martirio; ma se poi invece avrà la cosa un aspetto amichevole, con quanta maggior fierezza risponderai, rivolgendoti fermamente a Dio, per infrangere e dissolvere così quella specie di vincolo col quale, il malvagio, cercava di stringerti al culto degli idoli e chiuderti nei nodi dell'idolatria? Se tu indulgi a tali manovre e permetti che tale modo d'agire si svolga, sei in colpa d'idolatria. Tu vieni a tributare onore a quelle divinità idolatre, dal momento che hai riconosciuto di dover prestare loro ascolto, quando tu ti sentisti in loro nome in [156] certo modo obbligato. Io so di un tale, e speriamo che Iddio lo perdoni, al quale, essendo stato detto in una quistione: che tu possa provare l'ira di Giove; rispose: ma che questo possa capitare a te. Ebbene che cosa di diverso avrebbe potuto dire un pagano, che credeva realmente all'esistenza di Giove? Anche se costui avesse ritorto l'imprecazione, non nel nome stesso di Giove, ma di un'altra divinità, tuttavia dello stesso stampo di Giove, veniva implicitamente a riconoscere l'esistenza di Giove, dal momento che, ritorcendo la maledizione, significava che egli non aveva certamente piacere di dovere esperimentare Pira di Giove. Infatti che ragione ci sarebbe di sdegnarsi, di dover subire la maledizione di uno che noi riconosciamo come inesistente? Dal momento che tu monti invece su tutte le furie, vieni a dire che Giove esiste e la confessione del tuo timore è riconoscimento esplicito d'idolatria. E se tu ribatti la maledizione nel nome dello stesso Giove, allora poi, rendi a Giove quello stesso onore che gli ha tributato colui che l'ha invocato contro di te. Un cristiano, in una circostanza simile, deve ridere, non sdegnarsi affatto: c'è di più: secondo quanto ha detto Iddio, tu non devi ribattere la maledizione ricevuta neppure nel nome del Dio vero, anzi nel nome d'Iddio, devi pronunziare una parola di benedizione; sarà così che tu infrangerai ogni principio idolatra e tu dirai la gloria e la grandezza di Dio ed ubbidirai ai dettami della dottrina di Cristo. [157]
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