Seccare e affumicare sotto semplici capannucce formate di frasche,
il più delle volte malamente intrecciate le pelli e le carni degli animali
uccisi a caccia, esprimevasi dagli indiani delle grandi isole del Golfo del
Messico col vocabolo bucan, e da quello venne il nome di bucaniere.
Quei formidabili cacciatori, che più tardi dovevano fornire
tanta gente ai filibustieri della Tortue e dare un'infinità di fastidi agli
spagnuoli, si erano specialmente stabiliti nell'isola di San Domingo, la più
ricca di selvaggina.
Per la maggior parte erano avventurieri francesi, inglesi e
fiamminghi, fuggiti dalle loro patrie o per miseria o per delitti commessi.
Una camicia di grossa tela, sempre lorda di sangue, un paio di
calzoni della stessa tela, anche più sudici, una cintura di pelle non conciata,
alla quale erano attaccate una corta sciabola, un paio di coltelli e due borse
contenenti la polvere e le palle, un cappellaccio informe e scarpe fabbricate
con cuoio di maiale, costituivano la divisa dei bucanieri..
La loro grande ambizione era d'avere un buon archibugio,
portante un proiettile del peso di un'oncia, ed una muta di venticinque o
trenta cani blood-hound, che impiegavano per la
caccia dei buoi selvaggi, allora, come abbiamo già detto, abbondantissimi in
San Domingo.
Del resto la sola carne di bue o di maiale, malamente
arrostita o tutt'al più cosparsa di pimento o di sugo di limone, non potendo
sempre avere del sale, era il loro cibo giornaliero e per bevanda non avevano
che dell'acqua e non sempre pura, abitando di preferenza i dintorni delle
paludi, più frequentati dalla selvaggina grossa, che i boschi immensi che
occupavano tutto il centro della grande isola.
Di comodità, quegli intrepidi cacciatori, non cercavano che
una capannuccia che non valeva nemmeno quella che si costruiscono i polinesiani
o i negri dell'Africa, appena sufficiente a ripararli dalle abbondanti piogge o
dagli ardori cocentissimi del sole.
Siccome poi da principio erano senza donne e senza figli, essi
avevano presa l'abitudine di vivere due a due o di prendersi un novizio, che
non sempre trattavano troppo bene, per aiutarsi scambievolmente.
In quella strana società tutto era in comune e chi
sopravviveva all'altro restava erede d'ogni cosa.
Vi era però anche una certa comunanza di beni fra tutti,
dimodoché ciò che mancava ad uno, questo andava a prenderselo da un altro,
senza nemmeno chiedere il permesso, ed il rifiutarlo era tenuto come una
gravissima ingiuria.
Difficilmente perciò avevano questioni fra di loro, e se
accadevano, gli amici erano sempre pronti a rappacificarle; se poi i querelanti
si ostinavano a non fare la pace, terminavano le questioni a fucilate: guai
però se il ferito veniva colpito nella schiena o nei fianchi!
Il reo veniva preso e con un colpo di mazza sul cranio si
mandava subito all'altro mondo, poiché quegli avventurieri si ritenevano gente
d'onore, quantunque usciti per la maggior parte dai bassifondi delle grandi
capitali dell'Europa occidentale.
Né occorre dire se si attenessero alle leggi del loro paese
natio, poiché essi credevano di esserne sciolti, dopo aver passato il tropico e
aver ricevuto il battesimo di marinai, cerimonia allora molto in uso per coloro
che per la prima volta passavano l'equatore.
Forse è per quello che, abbandonati i loro nomi primitivi, ne
usavano altri presi a capriccio.
Non abbandonavano invece totalmente la loro religione, fossero
francesi, inglesi od olandesi; ma questa consisteva soltanto nel nominare Dio e
nel farsi di Lui un'idea quale giovava alle loro abitudini.
Strano era in essi il modo con cui si univano talvolta in matrimonio
colle donne, per la maggior parte indiane o prigioniere europee, comperate come
schiave alla Tortue.
- Mi dovrai rendere ragione di quanto farai d'ora innanzi con
me, - dicevano quei fieri uomini.
Poi, battendo sulla canna del loro infallibile archibugio,
aggiungevano con voce minacciosa:
- Ecco quella che mi vendicherà, se tu non mi ubbidirai!
I bucanieri partivano ordinariamente per la caccia allo
spuntare del giorno, preceduti dai loro cani e seguiti dall'arruolato.
Un bracco camminava dinanzi alla muta e, scoperto il toro o il
cinghiale, dava segno agli altri, i quali correndo ed abbaiando, gli si
mettevano intorno finché giungesse il padrone.
Il colpo era quasi sempre sicurissimo e la prima cosa che
faceva il cacciatore, se riusciva a gettare a terra la selvaggina, era quella
di tagliarle il garretto.
Se la ferita era leggera e la bestia infuriava e caricava, il
bucaniere, agilissimo, sapeva mettersi sempre in salvo, arrampicandosi su d'un
albero. Di lassù poi finiva facilmente a colpi d'archibugio la bestia, la quale
non aveva mai tempo di scappare.
Essa veniva subito scorticata, poi il bucaniere ed il suo
arruolato ne traevano uno degli ossi maggiori, lo spezzavano e ne succhiavano
il midollo ancora caldo e quella era ordinariamente la loro colazione!
Mentre l'arruolato s'incaricava di tagliare i pezzi migliori
da seccare o affumicare e li trasportava nella capanna, il bucaniere continuava
la sua caccia, aiutato dai cani, né smetteva finché calava la notte.
Quando poi aveva messo all'ordine quella quantità di pelli
sufficiente per costituire un piccolo carico, lo portava alla Tortue o in
qualche altro porto tenuto dai filibustieri.
Una esistenza condotta con siffatti esercizi e sostenuta col
genere di alimenti che abbiamo accennati, salvava quei terribili cacciatori
dalle tante malattie alle quali altri andavano soggetti.
Tutt'al più li colpiva talvolta una febbre effimera, che
spariva prestissimo con semplici profumi di foglie di tabacco.
A lungo andare però le fatiche eccessive e le intemperie
dovevano a poco a poco esaurirli.
Gli spagnuoli, inquieti per la presenza di quei cacciatori
tutti stranieri, per un po' di tempo li lasciarono cacciare, ma quando li
videro fondare degli stabilimenti nella penisola di Samana al porto di Margot,
nella Savana bruciata, verso i Goniaives, nell'imbarcadero di Mirfolais ed in
fondo all'isola Avaches, presero il partito di cacciarli dalla grande isola,
dichiarando a quei disgraziati una vera guerra di esterminio.
La guerra scoppiò ferocissima.
Gli spagnuoli si erano facilmente lusingati di fare una vera
strage di quei miserabili, i quali, dopo tutto, non avevano mai recata a loro
alcuna offesa.
Li sorprendevano spesso quando si trovavano in piccolo numero
nelle loro corse, oppure di notte nelle loro abitazioni e, quanti ne
prendevano, altrettanti ne trucidavano o li tenevano come schiavi, quasi
fossero negri od indiani, facendoli lavorare duramente nelle piantagioni a
colpi di sferza.
Certamente i bucanieri in tal guisa sarebbero stati a poco a
poco distrutti, dalle tante cinquantine lanciate attraverso i boschi, se con
miglior consiglio i cacciatori non si fossero finalmente decisi a raccogliersi
in corpo, per difendersi.
Il bisogno di caccia portava che di giorno si sbandassero, ma
alla sera si univano tutti in un luogo stabilito e se qualcuno mancava,
argomentando che fosse stato ucciso, sospendevano le loro scorrerie fino a che
o l'avessero trovato o vendicato.
E cominciò allora una lotta a tutta oltranza, I bucanieri fino
allora si erano lasciati trucidare; da quel momento cominciarono a prendersi
così spaventose rivincite, che tutta l'isola fu inondata di sangue e molti
luoghi ricordano anche oggidì coi loro nomi le stragi avvenute.
Temendo però i bucanieri di non poter tenere testa alle
innumerevoli cinquantine spagnuole, si decisero di trasportare, dopo una lunga
lotta, i loro stabilimenti sulle isolette che circondano San Domingo.
Non andavano più ormai alla caccia che in grosse partite,
combattendo fieramente quando incontravano il nemico.
Alcuni stabilimenti salirono in fama, come quello di Bayaba,
il quale aveva un porto vastissimo molto frequentato da navi inglesi, francesi
ed olandesi.
Appunto da Bayaba, essendo mancati un giorno quattro
bucanieri, i loro compagni organizzarono una grossa spedizione per liberarli o
vendicarli.
Avendo appreso, strada facendo, che erano stati condotti a
Santiago ed appiccati, trucidarono gli informatori che erano spagnuoli, poi
assalirono furiosamente la città, prendendola d'assalto e massacrando quanti
uomini si trovavano rinchiusi fra le mura.
Non mancavano però gli spagnuoli di rifarsi di tratto in
tratto delle sconfitte che subivano, ma era ben difficile di snidare, come essi
desideravano, tutti i bucanieri che scorazzavano per le foreste dell'isola.
Col tempo però vi riuscirono, distruggendo tutti i tori e
tutti i porci selvatici che infestavano le foreste e le paludi, e quel colpo fu
così fatale ai bucanieri, da deciderli a rivolgersi al mare per trovare nuovi
alimenti e alla terra per ottenere raccolti da trafficare.
Gli spagnuoli però si erano ingannati sulle loro speranze,
perché i bucanieri, da cacciatori di terra si erano trasformati in scorridori
del mare, diventando quei terribili filibustieri che dovevano recare tanti
danni alle colonie spagnuole del golfo del Messico e dell'Oceano Pacifico.
.........
Il bucaniere, come abbiamo detto, udendo le parole del figlio
del Corsaro Rosso, aveva lasciato cadere l'archibugio e si era fatto innanzi,
col cappellaccio in mano, salutando rispettosamente con un profondo inchino.
- Signore, - disse. - Che cosa desiderate da me? Sarebbe per
me un grandissimo onore poter essere utile in qualche cosa al nipote del grande
Corsaro Nero.
- Non vi chiedo che un asilo sicuro per riposarmi qualche ora
ed una colazione, se è possibile averla, - rispose il conte.
- Io vi offrirò delle bistecche quante vorrete ed una superba
lingua di bue, - rispose il bucaniere. - Tengo in serbo sempre qualche
bottiglia di aguardiente per le visite inaspettate e sarò ben felice di offrirvela.
- Buttafuoco - rispose il bucaniere sorridendo.
- Un nome di battaglia, non è vero?
- Il mio l'ho dimenticato - disse il cacciatore, corrugando la
fronte. - Varcando l'Oceano, perdiamo i nostri nomi, ma vi posso dire che ero
figlio di una buona famiglia della Linguadoca. Che cosa volete? La gioventù
talvolta fa commettere delle cattive azioni... Orsù, non parliamo di questo. È
un mio segreto.
- Che io non desidero affatto conoscere - rispose il conte.
Il bucaniere si passò tre o quattro volte la mano callosa e
macchiata di sangue sulla fronte, come se volesse scacciare lontani e dolorosi
ricordi, poi disse:
- Mi avete domandato un ricovero ed una colazione, ed io sarò
orgoglioso di offrire l'uno e l'altra al nipote del grande corsaro.
Accostò una mano alle labbra, si mise due dita in bocca e
mandò un lungo fischio.
Pochi momenti dopo un giovanotto di venti o ventidue anni,
biondo, magro, con gli occhi azzurri, vestito come il bucaniere, accompagnato
da sette od otto grossi cani, uscì dalla foresta.
- Leva la pelle a questa bestia - gli disse ruvidamente
Buttafuoco - e portaci al più presto la lingua e delle costolette. Potranno
servire per questa sera.
Poi, volgendosi verso il corsaro con una gentilezza strana in
un uomo di apparenza così rozza, disse:
- Signore, seguitemi. La mia povera capanna e la mia misera
dispensa sono a vostra disposizione.
- Non vi chiedo di più - rispose il conte.
Il bucaniere raccolse il suo grosso archibugio e si mise in
cammino, osservando attentamente le macchie, forse più per abitudine che per
altro, poiché i cani non davano alcun segno di inquietudine.
- E il bufalo che avete ucciso, lo lasciate là? - chiese ad un
certo momento il conte.
- Il mio amico non dev'essere lontano - rispose il bucaniere.
Incaricherò lui di scorticarlo e di togliergli le parti migliori.
- E il resto?
- Lo lasciamo ai serpenti e agli avvoltoi, signore, quello che
a noi importa sono le pelli che si vendono vantaggiosamente a Porto Bayada agli
inglesi o ai francesi che vi approdano in buon numero ogni sei mesi.
- Senza venire disturbati dagli spagnuoli?
- Oh! guai se ci lasciamo prendere! Ma noi siamo furbi, e poi
siamo protetti dai filibustieri della Tortue, nostri buoni alleati.
- Avete conoscenti alla Tortue?
- Molti, signor conte.
- Quando vi siete stato?
- Appena tre mesi fa.
- Grogner e Davis si trovano ancora colà? Ho delle lettere di
raccomandazione per loro e anche per Tusley. Sono i filibustieri più noti al
giorno d'oggi, non è vero?
- Sì, signor conte; ma dovreste correr molto, prima di
presentargliele.
- Perché?
- Perché in questo momento lavorano sul continente o, meglio,
sull'istmo di Panama, verso il Pacifico. Le loro ultime notizie, recate da un
gruppo di filibustieri, sono giunte dall'isola di San Giovanni. Pare che si
siano stabiliti colà per dare la caccia ai galeoni che il Perù manda di quando
in quando a Panama.
- Sicché sarò costretto ad attraversare l'istmo se vorrò
trovarli? disse il signor di Ventimiglia, il quale sembrava non troppo lieto di
quelle risposte.
- Capitano, - disse Mendoza, il quale si era accorto del
malumore del corsaro - Pueblo-Viejo si trova sull'istmo e
non potremmo giungervi con la nostra fregata. Visiteremo quella graziosa città
per andare a stringer la mano al marchese di Montelimar; poi andremo a cercare
i famosi filibustieri, senza dei quali nulla potreste fare.
- Tu hai sempre ragione, amico - rispose il conte
rasserenandosi un poco.
- Ecco la mia capanna - disse in quel momento il bucaniere,
mentre i cani si slanciavano innanzi, latrando festosamente.
Sotto un gruppo di splendide e altissime palme e di cavoli
palmisti, sorgeva una miserabile abitazione formata da rami malamente
intrecciati e da poche pertiche, con alcune pelli gettate al di sopra per
riparare alla meglio il suo proprietario e il suo servo dagli acquazzoni
diluviali che, di quando in quando, si rovesciavano sull'isola con furia
inaudita.
Sotto una piccola tettoia, innalzata a pochi metri di
distanza, si trovava la cucina che consisteva in tre o quattro sassi, che
dovevano servire da camino, da un paio di spiedi e da un vaso di terra pieno
d'acqua.
Tutto all'intorno vi erano pelli di bufali stese a seccare e
ammassi di carne affumicata e seccata, coperti da gigantesche foglie di banano.
- Ecco il mio palazzo! - disse il bucaniere ridendo. - Avrebbe
bisogno di molte riparazioni, ma non trovo mai il tempo di diventare un
boscaiuolo. Entrate, signor conte.
L'interno della catapecchia non valeva più dell'esterno. Uno
strato di foglie secche serviva da letto, ed era tutto il mobilio di quel
cacciatore, il quale forse un tempo era abituato al lusso raffinato della
capitale della Francia.
Appesi ai pali vi erano dei coltellacci imbrattati di sangue
fino alle impugnature; dei corni immensi contenenti probabilmente della polvere
da sparo; dei sacchetti di cuoio per il piombo e delle zucche che servivano da
fiasche.
- Un'abitazione da indiani! - disse il conte.
- Peggio, signore! - rispose il bucaniere. - Quei selvaggi
sanno fabbricarsi delle capanne assai più comode delle nostre... Accomodatevi,
signori, mentre io vi preparo la colazione. Ecco il mio arruolato che giunge
ben carico.
Il giovane, lordo di sangue dal viso alle scarpe, avanzava
penosamente, portando sulle spalle dei lunghi pezzi di carne che aveva allora levati
dal bufalo, ed una magnifica lingua.
- Spicciati, Cortal - disse il bucaniere ruvidamente. -
Abbiamo delle persone a pranzo e offriremo loro un bell'arrosto di lingua. Vi è
del maiale freddo avanzato da ieri?
- Sì - rispose il giovanotto. - E la pelle del bufalo?
- Andrai a raccoglierla più tardi. Nessuno ce la porterà via.
L'arruolato gettò in mezzo alle erbe la carne, diede uno
sguardo di sfuggita agli ospiti, toccandosi con la destra grondante di sangue
la tesa del suo cappellaccio scolorito e bucato almeno in dieci punti; poi
alimentò il fuoco, mentre il padrone preparava la lingua e la infilava nello
spiedo.
- Non invidio di certo la vita di quel povero garzone - disse
il guascone, indicando l'arruolato. - E forse anche lui appartenne un giorno a
qualche buona famiglia.
- Quanto dura il loro arruolamento? - chiese il conte.
- Tre anni, ordinariamente - disse Mendoza. - Dopo passano a
loro volta bucanieri; ma sono tre anni di tribolazioni, poiché vengono trattati
come schiavi, e non sono loro risparmiate né percosse, né sofferenze d'ogni
specie. I bucanieri, abituati a vivere sempre in mezzo al sangue, diventano ben
presto brutali, e per loro, uccidere un toro o un uomo è la stessa cosa. Hanno
una sola qualità buona: sono leali e ospitalissimi.
- Sicché quando l'arruolato sarà diventato bucaniere, non
tratterà meglio il garzone che prenderà al suo servizio.
- È così, capitano - rispose Mendoza. - Si direbbe anzi che
vogliano vendicarsi a loro volta delle busse prese e dei patimenti subiti
durante la loro schiavitù.
Mentre chiacchieravano, Buttafuoco e il suo servo si facevano
in quattro per allestire il pranzo, molto abbondante, è vero, ma anche molto
modesto, poiché non consisteva che in un pezzo di maiale freddo, nella lingua
del bufalo malamente arrostita e in un cavolo palmista che, bene o male,
surrogava il pane che mancava assolutamente. Quei poveri cacciatori soltanto
qualche rarissima volta potevano ottenere un po' di grano, e allora era una
vera festa per loro. L'arrosto fu presto pronto e fu servito dall'arruolato su
una foglia di banano, insieme con alcune enormi ossa già spezzate per poterne
succhiare più comodamente il midollo crudo e ancora tiepido.
- Mi rincresce, signor conte, di non potervi offrire di più -
disse Buttafuoco, il quale cercava di mostrarsi amabile. - Se possedessi ancora
il mio castelluccio in Normandia, avrei fatto ben altra accoglienza al nipote
del grande Corsaro Nero... Bah! - aggiunse poi, mentre la sua fronte si
aggrottava ed una profonda emozione si dipingeva sul suo volto abbronzato - non
vale la pena di risvegliare dei lontani ricordi. Il passato è morto per me,
dopo che ho varcato la linea... Mangiamo, signori!
Tagliò la lingua e l'arrosto di maiale, servendosi d'un enorme
coltellaccio; spaccò in vari pezzi il cavolo palmista con degli scatti d'ira
che tradivano una profonda agitazione, poi con un gesto fece segno ai convitati
di servirsi.
Mangiarono in silenzio. Il conte di quando in quando fissava
il bucaniere e questi, quasi temesse che egli indovinasse la causa della sua
profonda emozione, si affrettava ad abbassare lo sguardo o a volgere altrove il
viso, con la scusa di dare al suo arruolato qualche ordine.
Quando il pranzo fu terminato, Buttafuoco offrì ai suoi ospiti
dei grossissimi sigari da lui stesso fatti con tabacco probabilmente rubato
nelle piantagioni spagnuole; poi disse a Cortal, che aveva mangiato fuori della
capanna accanto al fuoco:
- La fiasca d'onore: vi è un conte fra noi, amico.
L'arruolato frugò sotto un banano e ne trasse un'enorme zucca,
parecchi bicchieri di corno di bufalo e portò l'una e gli altri nella
catapecchia.
- Signor conte, - disse il bucaniere con una certa amarezza -
io non posso offrirvi né dello champagne, né del Borgogna, né del Medoc,
perché non siamo in Francia. Qui non abbiamo che meschina aguardiente o
del megeol, perché l'isola non ci dà niente di meglio. È la mia
provvista che talvolta cerco a prezzo della mia vita che se ne va... quella
provvista che certe notti mi è necessaria per dimenticare il passato, per non
piangere... Signor conte, accettate.
- Voi siete commosso, Buttafuoco! - gli disse il signor di
Ventimiglia.
- Si può esser forti, signor conte, - rispose il bucaniere -
si può aver varcata la linea equatoriale; si può aver giurato di aver dimenticato
il proprio paese... la mia Normandia... il mio castello... una sorella amata e
che per me è ormai morta per sempre... il padre gentiluomo che riposa laggiù
accanto a mia madre sotto le zolle dell'abbazia... Morte dell'inferno! Bevete,
signor conte... berrò anch'io!
Afferrò rabbiosamente la tazza di corno e la vuotò d'un fiato,
gridando poi:
- Ancora, Cortal, ancora! Bisogna che affoghi i ricordi
lontani! Ah, la triste sorte che mi ha colpito!
Il viso del fiero bucaniere si era spaventosamente alterato.
Non piangevano i suoi occhi, eppure s'indovinava che faceva
degli sforzi supremi per trattenere le lacrime, vergognoso forse di tradire il
segreto delle sue pene.
- Bevete, signor conte, - riprese dopo qualche istante,
vuotando un'altra tazza. - Non avrei mai creduto di dover ospitare sotto questa
miserabile capanna un gentiluomo della lontana Europa. L'avevo sperato un
giorno, era una follia certamente... un uomo che fosse venuto qui a trovare me
per caso o per combinazione.
- Continuate, Buttafuoco, - disse il conte - siete fra amici.
Il bucaniere vuotò il terzo bicchiere di aguardiente,
poi, facendo un gesto di ira terribile, riprese con voce strozzata:
- Parigi maledetta! Sirena infame che mi hai stretto fra le
tue spire! Meglio sarebbe stato che io non ti avessi mai veduta! Le tue mille e
mille seduzioni hanno fatto di me un miserabile bucaniere, un macellaio delle
foreste di San Domingo!... Maledetto giuoco! Sei stato la mia rovina!
- Ma chi siete voi? - chiese il conte, profondamente commosso dall'intenso
dolore che traspariva sul viso del bucaniere.
- Lo vedete, - rispose Buttafuoco, ridendo nervosamente - un
cacciatore di buoi... un miserabile avventuriero. Da quando ho passata la
linea, io non ho più patria, non ho più famiglia, non ho più nobiltà, più nulla
fuorché il mio archibugio che tutti i giorni uccide per non uccidere il mio
cuore.
Per la quarta volta vuotò la tazza che l'arruolato gli aveva
riempita.
- Gli anni sono passati, - riprese il disgraziato, serrando la
fronte fra le mani, come se cercasse di comprimere i pensieri che lo
tormentavano
- Eppure vedo ancora il mio castello, là, sulle rive dello
stagno, ergersi superbo con i suoi pinnacoli e le sue torri; vedo ancora in
certe notti passeggiare sulle terrazze quella dolce fanciulla che era mia
sorella e per la quale avrei dato la vita pur di vederla felice... Un barone
della Bretagna la fece sua sposa... Sia felice, ed ignori per sempre la sorte
del suo disgraziato fratello... Cortal, dammi ancora da bere. Ho sete, una
terribile sete!
Rimase alcuni istanti silenzioso, fissando il bicchiere colmo
con gli occhi dilatati, cupo, fremente, poi disse:
- Eh, la vita talvolta è così, se si è preda d'un genio
maligno. Eppure quanto è stata terribile la discesa! Meglio sarebbe stato che
sui vent'anni un colpo di spada m'avesse finito fra i pometi della Normandia!
Così non avrei veduta mai Parigi, almeno non sarei disceso, di gradino in
gradino, fino nel fango d'una prigione... non avrei macchiato il blasone dei
miei avi... non avrei dimenticata la mia Francia... non avrei cambiato nome...
non sarei diventato un avventuriero... non sarei fuggito come un ladro... e non
avrei fatto piangere mia sorella, povera creatura!
- Buttafuoco! - gridò il conte.
Il bucaniere si era alzato di scatto, con gli occhi dilatati,
il viso bagnato di sudore. Staccò da un palo della capanna il suo archibugio,
poi uscì rapidamente, scomparendo fra gli alberi.
- È sempre così il tuo padrone? - chiese il conte
all'arruolato che stava fermo sulla soglia della capanna.
- Io non l'ho mai veduto sorridere - rispose Cortal. - È
sempre triste
- E non sarà il solo - disse il guascone. - Quanti uomini, che
un giorno furono ricchi e stimati, si trovano fra questi bucanieri!
- E quanti gentiluomini ha rovesciato l'Europa in America! -
rispose il corsaro.
- È vero, signor conte - rispose il guascone con un sospiro.
Io peraltro ho dimenticato presto Pau e il mio castelluccio semidistrutto. Io
non ho veduto Parigi, né ho provato le sue seduzioni fatali.
- Rovina di tanta gente dabbene! - disse il conte. - Vale
meglio la Provenza!
A sua volta si era alzato ed era uscito dalla capanna,
cercando il bucaniere.
Il cacciatore era scomparso, ma udì parecchi colpi di fucile
tra le macchie. Aveva appena terminato il sigaro e stava per rientrare nella
capanna, quando vide giungere Buttafuoco più tetro che mai. Osservandolo
attentamente, s'accorse che il fiero cacciatore aveva gli occhi rossi; come se
avesse lungamente pianto.
- È passata la tempesta? - gli chiese il signor di Ventimiglia
con voce dolce.
- Gli uragani durano poco a San Domingo - rispose il bucaniere
con un triste sorriso. - Bah, tutto è passato, tutto è stato dimenticato! Ho
ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi... è il mio
mestiere. Il conte gli porse la destra:
- Stringetela! - disse.
- No, signor conte, io non sono più degno di porgere la mano
ad un onesto gentiluomo. Qui non siamo in Normandia.
- Stringetela, vi dico.
- Sì, non ora però. Quando noi ci lasceremo per sempre e vi dirò
chi sono stato io un giorno... forse allora... Signor conte, fra quattro ore il
sole tramonterà e la villa della marchesa di Montelimar è lontana. Volete che
ci mettiamo in cammino? Non giungeremo a San Josè prima dell'alba, ed in questo
paese è meglio marciare di notte. Le cinquantine di quando in quando
perlustrano queste foreste e se non sono pericolose le loro alabarde, sono
terribili i cagnacci che le accompagnano.
- Sono pronto a seguirvi e ad obbedirvi - rispose il corsaro.
- Siete ben sicuro che la marchesa non vi tradirà? Io conosco
quella bella signora, avendola qualche volta incontrata nei dintorni della sua
fattoria.
- È una perfetta gentildonna che mi ha già salvato una volta.
- Allora basta - rispose il bucaniere. - Chiamate i vostri
compagni, signor conte, e dite che si prendano degli archibugi. Ne ho sempre
tre o quattro di riserva e tutti di buon calibro, con palle di un'oncia.
Mendoza ed il guascone, udendo il comando del conte, erano
accorsi, seguiti dall'arruolato, il quale, come se avesse indovinato il
pensiero del suo padrone, portava dei fucili e delle munizioni.
- In marcia, amici - disse il signore di Ventimiglia. -
Buttafuoco ci servirà da guida.
Il bucaniere s'accostò all'arruolato, il quale lo interrogava
con lo sguardo.
- Tu rimarrai qui - gli disse con ruvida bonarietà - e
aspetterai il mio ritorno. Che io stia lontano una settimana od un mese, non ti
dar pensiero di me. Se gli spagnuoli ti minacciano, rifugiati nella colonia del
capo Tiburon e là ci ritroveremo. Guardati dalle cinquantine, e abbi cura dei
miei cani. Addio!
Chiamò con un fischio stridente il suo bracco favorito e si
mise in cammino a fianco del conte e seguito dal guascone e da Mendoza,
calandosi il cappellaccio sulla fronte per meglio ripararsi dagli ardentissimi
raggi del sole.
Attraversò la macchia che serviva a nascondere la sua capanna
e dopo essersi orientato con l'astro diurno, si cacciò risolutamente tra le
immense boscaglie che si prolungavano verso occidente.
Il bracco lo procedeva, fiutando di quando in quando il
terreno, e volgendo la testa come per chiedere se era sulla buona via.
- Avete la vostra nave, signor conte? - chiese il bucaniere,
dopo aver percorso qualche miglio.
- Deve attendermi al capo Tiburon - rispose il corsaro.
- La villa della marchesa di Montelimar non si trova che a
breve distanza dalla rada. La potrete scorgere dalle finestre della fattoria.
- Non verranno a cercarci colà, le cinquantine?
- Chi lo sa? Battono l'isola in lungo ed in largo, e non si sa
mai dove si fermano. La marchesa però è troppo potente a San Domingo per non
proteggervi.
- Ne ho avuto la prova.
- Allora potrete attendere tranquillamente la vostra nave,
senza correre il pericolo di farvi prendere - rispose il bucaniere, sorridendo.
- So quanto vale quella signora.
- La conoscete?
- L'ho veduta una sola volta, mentre attraversava a cavallo
una foresta e le ho reso, anzi, in quell'occasione, un piccolo servigio. Se non
mi fossi trovato sulla sua strada e non le avessi ammazzato il cavallo con un
buon colpo di archibugio, non so se la signora di Montemilar sarebbe ancora
viva, e se...
Il bucaniere si era interrotto, mentre il suo bracco scuoteva
gli orecchi e puntava.
- Che cosa c'è? - chiese il corsaro.
- Nulla per ora - rispose Buttafuoco la cui fronte si era
leggermente aggrottata.
- Mi sembrate inquieto.
- Posso essermi ingannato
- Anche il vostro cane?
Il Bucaniere stette un momento silenzioso, osservando
attentamente il suo bracco il quale si era fermato e non cessava di alzare e di
abbassare le orecchie.
- Mi è sembrato d'aver udito un lontano latrato.
- Che qualche cinquantina ci dia la caccia?
- Può darsi, signor conte. Lasciamo i terreni scoperti e
gettiamoci nella foresta. Là saremo più sicuri.
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