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Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard
Anima di ogni Apostolato

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  • IV. Vita interiore e vita attiva si richiamano a vicenda
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IV. Vita interiore e vita attiva si richiamano a vicenda

Come l’amore di Dio si manifesta con gli atti della vita interiore, così l’amore del prossimo si manifesta con le operazioni della vita esteriore, e perciò, siccome l’amore di Dio e l’amore del prossimo non possono essere separati, ne risulta che queste due forme di vita non possono stare l’una senza dell’altra13.

Per questo, dice il Suarez, non vi può essere uno stato correttamente e normalmente ordinato per giungere alla perfezione, che non partecipi in una certa misura dell’azione e della contemplazione14.

L’illustre gesuita non fa che commentare l’insegnamento di San Tommaso. Come aveva infatti già detto il Dottore Angelico, coloro che sono chiamati alle opere della vita attiva, hanno torto di credere che questo dovere li dispensi dalla vita contemplativa. Questo dovere vi si aggiunge, senza diminuirne la necessità. Sicché le due vite, ben lungi dall’escludersi, si richiamano a vicenda, si suppongono, si mescolano, si completano; se poi ad una delle due va dato una ruolo preponderante, bisogna darlo alla vita contemplativa, che è la più perfetta e la più necessaria.15

L’azione, per essere feconda, ha bisogno della contemplazione. Questa, quando raggiunge un certo grado d’intensità, diffonde su quella qualcosa della sua eccedenza, e mediante essa l’anima va direttamente ad attingere nel cuore di Dio quelle grazie che l’azione poi distribuisce.

E’ per questo che, nell’anima di un santo, l’azione e la contemplazione si fondono in una perfetta armonia che alla sua vita una meravigliosa unità. Tale fu, per esempio, san Bernardo, l’uomo più contemplativo e al tempo stesso più attivo del suo secolo. Di lui un contemporaneo fece questo magnifico ritratto: la contemplazione e l’azione s’accordavano fino al punto che appariva ad un tempo tutto dedito alle opere esteriori eppure tutto assorbito dalla presenza e dall’amore di Dio.16

Commentando quel passo della Scrittura: «Ponimi come un sigillo sul cuore e un altro sigillo sul braccio» (Ct. 8, 6), il padre Saint-Jure commenta mirabilmente i rapporti fra la vita interiore e quella attiva. Riassumiamo le sue riflessioni.

Il cuore significa la vita interiore, contemplativa; il braccio quella esteriore, attiva.

Il testo scritturale nomina il cuore ed il braccio per dimostrarci che le due vite possono unirsi ed accordarsi perfettamente in una medesima persona.

Il cuore è nominato per primo, perché è un organo ben più nobile e necessario del braccio. Analogamente la contemplazione è più eccellente e più perfetta e merita maggiore stima che non l’azione.

Il cuore batte giorno e notte, e un solo istante d’arresto di questo organo essenziale porterebbe immediatamente alla morte. Il braccio invece non è che una parte integrante del corpo umano e si muove solo a periodi. Questo c’insegna che dobbiamo talvolta concedere un po’ di tregua alle nostre occupazioni esteriori, ma al contrario non dobbiamo mai cessare dall’applicarci alle cose spirituali.

Come è il cuore che la vita al braccio mediante il sangue che gli manda e senza il quale questo membro resterebbe paralizzato, così la vita contemplativa – che è vita d’unione con Dio, in grazia dei lumi e della perpetua assistenza che l’anima riceve da questa intimitàvivifica le opere esteriori ed è l’unica capace di comunicare ad esse, insieme al carattere soprannaturale, una reale utilità. Senza di questa vita, tutto è languido, sterile e pieno d’imperfezioni.

Ma, ahimé, troppo spesso l’uomo separa quel che Iddio ha unito; sicché questa perfetta unione è davvero rara. Del resto essa esige, per essere realizzata, un complesso di precauzioni spesso trascurate. Non intraprendere nulla di superiore alle proprie forze; vedere in tutto abitualmente ma semplicemente la volontà di Dio; non impegnarsi nelle opere se non quando Dio lo vuole e nella misura esatta in cui lo vuole, e col desiderio d’esercitare la carità; offrirgli fin da principio il nostro lavoro e durante l’azione ravvivare la nostra risoluzione di lavorare soltanto per Lui e mediante Lui, usando santi pensieri e ardenti giaculatorie; infine, qualunque sia l’attenzione che noi dobbiamo portare alle nostre occupazioni, mantenerci sempre nella pace, perfettamente padroni di noi stessi; in quanto alla riuscita, affidarsi unicamente a Dio e non desiderare di essere liberati da ogni cura se non per ritrovarci soli con Cristo. Ecco i sapientissimi consigli dei maestri di vita spirituale per giunge a questa unione.

Questa costanza della vita interiore, unita nel santo abate di Chiaravalle ad un attivissimo apostolato, aveva profondamente colpito San Francesco di Sales, che scriveva: «San Bernardo nulla perdeva del progresso che voleva fare nel santo amore. (...) Cambiava di luogo ma non cambiava di cuore, né il suo cuore cambiava di amore, né il suo amore cambiava oggetto. (...) Non subiva il colore degli affari e delle conversazioni, come fa il camaleonte, che prende il colore del luogo in cui si trova, ma restava sempre unito a Dio, sempre bianco di purezza, sempre vermiglio di carità, sempre pieno di umiltà».17

Qualche volta le occupazioni si moltiplicheranno tanto da imporci di spendervi tutte le nostre energie, senza che possiamo in alcun modo liberarci da tale peso e nemmeno alleggerirlo. Conseguenza di questo stato potrà essere la privazione, per un tempo più o meno lungo, del godimento dell’unione a Dio, ma questa unione non ne soffrirà se non in quanto noi lo permettiamo. Se tale stato si prolungherà, bisognerà soffrirne, gemerne e soprattutto temere di abituarcisi. L’uomo è debole e incostante; se trascura la vita spirituale, ne perde ben presto il gusto; assorbito dalle occupazioni materiali, finisce col compiacersene. Se invece lo spirito interiore esprime la sua latente vitalità con gemiti e sospiri, questi lamenti continui, provenienti da una ferita che non si chiude neppure in mezzo ad un’attività assorbente, costituiscono il merito della contemplazione sacrificata; o meglio, l’anima realizza l’ammirabile e feconda unione tra vita interiore e vita attiva. Incalzata da questa sete della vita interiore che non può soddisfare a suo agio, l’anima ritorna con ardore alla vita di orazione appena le è possibile. Il Signore le riserva sempre alcuni istanti di conversazione. Vuole però che l’anima vi sia fedele e le concede di compensare con il fervore la brevità di questi momenti felici.

In un testo di cui ogni parola va attentamente meditata, san Tommaso riassume mirabilmente questa dottrina: «Di per se, la vita contemplativa è più meritoria della vita attiva. Può tuttavia accadere che un uomo, nel compiere un atto esteriore, meriti di più di un altro dedito alla contemplazione: per esempio, quando a causa della sovrabbondanza dell’amore per Dio, per compiere la sua volontà e quindi glorificarlo, uno sopporta talvolta di restare privo della dolcezza della divina contemplazione per un certo tempo».18

Si noti l’abbondanza delle condizioni che il santo dottore suppone perché l’azione diventi più meritoria della contemplazione.

L’intimo movente che spinge l’anima all’azione non è altro che la sovrabbondanza della sua carità, «propter abundantiam divini amoris». Perciò non si tratta di agitazione, né di capriccio e neppure di bisogno di uscire da se stessa. Difatti l’anima ne prova sofferenzasustinet») per essere privata delle dolcezze della vita di orazione («a dulcedine divinae contemplationis separari»)19. Perciò essa sacrifica solo provvisoriamenteAccidere... interdum... ad tempus») e per un fine del tutto soprannaturale («ut Ejus voluntas impleatur propter Ipsius gloriam») una parte del tempo riservato all’orazione.

Di quanta sapienza e bontà sono segnate le vie di Dio! Quale meravigliosa direzione Egli all’anima con la vita interiore! Conservandosi in mezzo all’azione e pertanto offrendosi generosamente, questa pena profonda di dover consacrare tanto tempo alle opere di Dio e così poco al Dio delle opere, trova il suo risarcimento. Infatti, in virtù di questa vita, scompaiono tutti i pericoli di dissipazione, di amor proprio e di affetti umani. Ben lungi dal nuocere alla libertà di spirito e all’attività, tale disposizione d’animo comunica ad esse un carattere più riflessivo. Essa è la forma pratica dell’esercizio della presenza di Dio, perché, nella grazia del momento presente, l’anima trova Gesù vivo che a lei si dona, nascosto sotto il dovere che deve compiere: Gesù lavora con lei e la sostiene. Quante persone assorbite dalle occupazioni dovranno a questa pena salutare ben compresa, a questo desiderio sacrificato ma custodito, il vantaggio di aver più tempo per stare presso il Tabernacolo e fare comunioni spirituali quasi continue, dovranno, dico, la fecondità della loro azione e nello stesso tempo la sicurezza della loro anima e il progresso nella virtù.




13 S. Isidoro di Siviglia, Liber de variis quaestionibus, l. II, c. XXXIV, n. 135.



14 F. Suarez, De Religione Societatis Jesu tractatus, Bruxelles, Greuse 1857, lib. L., cap. V, n. 5.



15 «Cum aliquis a contemplativa vita ad activam vocatur, non fit per modum subtractionis, sed per modum addictionis» (S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, II-IIae. q. 182, a. 1).



16 «Interiori quadam, quam ipse ubique circumferebat, solitudine fruebatur, totus quodammodo exterius laborabat, et totus Deo vacabat» (Goffredo di Auxerre, Vita Sancti Bernardi, cap. V, par. III).



17 Esprit de Saint François de Sales, cap. XVII, par. 2.



18 S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, II-IIae, q. 182, a. 2.



19 Si tratta di una dolcezza che, risiedendo soprattutto nella parte superiore dell’anima, non sopprime affatto le aridità, perciò «sovrasta ogni sensazione». La logica della fede pura, arida e fredda in sé, basta alla volontà per infiammare il cuore con una fiamma soprannaturale, con l’aiuto della grazia. Sul suo letto di morte, a Moulins, santa Giovanna di Chantal, una delle anime più provate nell’orazione, lasciava alle sue figlie, come testamento, il principio di cui aveva vissuto in forza della fede: la maggior felicità sulla terra sta nel potersi intrattenere con Dio.






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