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Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe…

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8. La nuova aristocrazia

 

Lo schema parla anche di ciò che chiama la “nuova aristocrazia”. Se ci vuol fare un'idea esatta sul necessario ma prudente rinnovamento delle aristocrazie, una metafora che può descriverlo con una precisione quasi completa è quella della sostituzione dell'acqua in certe piscine.

In queste, l'acqua si rinnova incessantemente, ma in modo così graduale da essere quasi impercettibile a quanti cerchino di osservarla. Si tratta nondimeno di un vero rinnovamento, in cui tuttavia la massa di acqua è ben lungi dal fluire rapidamente, e ancora meno con precipitazione torrenziale, impetuosa, si direbbe rivoluzionaria.

“Una precisione quasi completa”, abbiamo detto poco fa, ma tuttavia non completa. Il fatto è che nella piscina il rinnovamento, per quanto lento possa essere, mira allo svuotamento dell'intera massa di acqua. Quanto al rinnovamento della nobiltà, non è esattamente questo che si deve desiderare. Al contrario, quanto più questo rinnovamento sarà lento, tanto meglio sarà. Infatti la nobiltà, per sua propria natura, è talmente legata alla tradizione, che l'ideale sarebbe che il maggior numero possibile di famiglie nobili si mantenessero nel corso dei secoli, indefinitamente; a condizione però che tale conservazione non fosse a beneficio di elementi sclerotizzati, morti, mummificati, e quindi incapaci di una partecipazione valida all'ininterrotto divenire della storia.

Questa metafora corrisponde a ciò che al riguardo è stato detto nel presente libro, 203

“Essendo l'aristocrazia elemento necessario di una società ben costituita, sembra naturale, come principio pratico, che si salvino le aristocrazie storiche, le quali normalmente conservano grandi virtù, e che allo stesso tempo si creino altre aristocrazie.

“L'aristocrazia non può essere chiusa. Un'aristocrazia chiusa diventa una casta, che è l'antitesi dell'aristocrazia, poiché la casta come tale non conosce il principio della carità, che è l'anima dell'aristocrazia.

Purtroppo, non poche volte il virus mondano, infiltrandosi negli ambienti aristocratici, li trasforma in cerchie chiuse.

“Il grande problema moderno, in questo campo, è appunto quello di restaurare le classi aristocratiche e creare nuove forme di aristocrazia”.

Ne viene una domanda: se un'aristocrazia è decaduta, e se i suoi membri non sono più i migliori, ma i peggiori, che fare?

Sarebbe necessario creare nuove classi aristocratiche senza dimenticare di fare il possibile per riabilitare l'aristocrazia antica. Resta però ben chiaro che, se questa non si lascia risanare, conviene non curarsene più.

Se l'aristocrazia degenera, spetta al corpo sociale generare un'altra soluzione, che lo farà cercando - il più delle volte istintivamente e consuetudinariamente - l'appoggio degli elementi sani che lo compongono.

Diciamoistintivamente”, perché in situazioni di emergenza come questa, il buon senso e le qualità del popolo di solito possono più che i progetti, sebbene talvolta brillanti e seducenti, di sognatori o burocrati costruttori di “paradisi” e “utopie”. Questi progetti, non avendo base nella realtà, il più delle volte generano solo fallimenti e delusioni.

Ma se per caso nell'aristocrazia non esistonomigliori”, e non v'è nel popolo chi voglia assumere, in virtù del principio di sussidiarietà, la missione di fare da propulsore verso l'alto; se nello stesso clero si manifesta analoga carenza, sembra sorgere un problema: quale forma di   governo può dunque evitare la rovina di tale società o nazione?

Per risolvere il problema, alcuni hanno escogitato soluzioni politiche in virtù delle quali un governo, ipoteticamente composto da uomini buoni, riesca a risolvere la grande questione quasi meccanicamente, e dall'esterno verso l'interno, in un corpo sociale che non sia in buone condizioni.

Ora, quando l'intero corpo sociale non è in buone condizioni, il problema è puramente e semplicemente insolubile e la situazione si presenta disperata. Quanto più si cerca di risanarla, tanto più essa si aggroviglia nelle proprie complicazioni, accelerando così la fine.

Le situazioni disperate sono risolubili solo quando un pugno di uomini di fede, sperando contro ogni speranza - contra spem in spem credidit (Rom. IV, 18), elogio fatto da san Paolo alla fede di Abramo - continua tenacemente a sperare: ossia quando anime piene di fede ricorrono umilmente e insistentemente alla Provvidenza per ottenerne un intervento salvatore. “Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae” - Inviate il vostro Spirito e tutto sarà creato, e rinnoverete la faccia della terra (Antifona della festa di Pentecoste).

Senza di ciò, è vano attendersi la salvezza di qualsiasi forma di governo, di società e di economia. “Nisi Dominus custodieris civitatem, frustra vigilat qui custodit eam” [Se il Signore non custodisce la città, in vano vigila la sentinella] (Ps. CXXVI, 1).

Il sostanzioso schema sull'aristocrazia che abbiamo commentato, tratto dalla significativa opera elaborata a cura del cardinale Herrera Oria, finisce con le seguenti considerazioni:

Dire dunque che mancano anime aristocratiche ai nostri giorni, significa dire che manca una classe che si elevi sulle altre per nascita, cultura, ricchezza, ma innanzitutto per virtù cristiane e per la sua misericordia illimitata.

“Un'aristocrazia senza riserva abbondante di virtù cristiane perfette è forma senza contenuto, storia senza vita, istituzione sociale decaduta.

“Il suo amore, il suo spirito e la sua vita dovranno essere lo spirito, la carità e la vita di Cristo.

“Insomma, senza perfezione cristiana vi saranno aristocrazie di fatto e di apparenza, ma non aristocrazie autentiche di opere e di diritto”.

Prendendo nel loro senso proprio e naturale queste ultime parole dello schema, il lettore si rende conto che esso esprime un giudizio sull'aristocrazia del tempo in cui fu pubblicato dal cardinale Herrera Oria: “...manca una classe che si elevi sulle altre per nascita...”. Cioè, in concreto, l'aristocrazia di quel tempo non adempiva quella missione, vale a dire la sua missione.

Se lo schema avesse contenuto un elogio senza riserve all'aristocrazia del suo tempo, non c'è dubbio che sarebbe stato bersagliato da accuse di unilateralità, poiché, si direbbe, l'aristocrazia ha rimarchevoli qualità, ma anche gravi difetti.

Ora, quest'ultimo giudizio pecca di unilateralità, ma in senso opposto. Per onorare la verità storica, bisogna dire che, se l'aristocrazia degli anni Cinquanta presentava numerosi difetti, è impossibile negare che aveva anche rilevanti qualità.

 




203 Cfr. Capitolo VII, 9. ed è in piena sintonia con quanto è scritto a proposito nell'opera citata del cardinale Herrera Oria.






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