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Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe…

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Allocuzione del 9 gennaio 1958

 

Con vivo gradimento vi accogliamo, diletti Figli e Figlie, nella Nostra dimora, ancora pervasa dai santi effluvi delle festività natalizie, venuti per riconfermare la devota fedeltà a questa Sede Apostolica. Con animo di Padre, bramoso di circondarsi dell'affetto dei figli, accondiscendiamo ben volentieri al vostro desiderio di ascoltare ancora una volta qualche parola di esortazione, quasi in contraccambio degli auguri testè a Noi porti dal vostro esimio ed eloquente interprete.

La presente Udienza ridesta nell'animo Nostro il ricordo della prima visita da voi resaCi nel lontano 1940. Quanti dolorosi vuoti, da allora, nella eletta vostra schiera; ma altresì quanti leggiadri nuovi fiori sbocciati nella stessa aiuola! Il ricordo commosso degli uni e la lieta presenza degli altri sembrano racchiudere in un'ampia cornice un intiero quadro di vita, che, sebbene trascorsa, non lascia d'impartire salutari insegnamenti e d'irradiare luce di speranza sul vostro presente ed avvenire. Mentre coloro dalla “fronte incorniciata di neve e di argento” - così Ci esprimevamo allora - sono passati alla pace dei giusti, adorni dei “molti meriti acquistati nel lungo adempimento del dovere”; altri, già “baldi del fiore della giovinezza o dello splendore della virilità”, sono andati occupando o già occupano il loro posto, sospinti dall'inarrestabile mano del tempo, a sua volta guidato dalla provvida sapienza del Creatore. Frattanto sono entrati a prender parte nell'agone per l'“avanzamento e la difesa di ogni buona causa” quelli che erano allora nel novero dei piccoli, verso la cui “innocenza serena e sorridente” si chinava la Nostra predilezione, e dei quali amavamo “l'ingenuo candore, il fulgore vivo e puro dei loro sguardi, riflesso angelico della limpidezza delle loro anime” (Cfr. Discorsi e Radiomessaggi, vol. I, 1940, pag. 472). Ebbene, a questi piccoli di allora, al presente giovani ardenti o uomini maturi, desideriamo di rivolgere, innanzi tutto, una parola, quasi ad aprire uno spiraglio nell'intimo del Nostro cuore.

Voi che, all'inizio degli anni nuovi, non mancavate di renderCi visita, ricordate certamente la premurosa sollecitudine, con cui Ci adoperammo per spianarvi la via verso l'avvenire, che si annunziava fin d'allora aspra per i profondi sconvolgimenti e le trasformazioni incombenti sul mondo. Siamo pertanto certi che voi, quando anche le vostre fronti saranno incorniciate di neve e di argento, sarete testimoni non soltanto della Nostra stima e del Nostro affetto, ma altresì della verità, fondatezza ed opportunità delle Nostre raccomandazioni, come dei frutti che vogliamo sperare ne siano provenuti a voi stessi ed alla società. Ricorderete in particolare ai figli ed ai nipoti come il Papa della vostra infanzia e fanciullezza non omise d'indicarvi i nuovi uffici che imponevano alla Nobiltà le mutate condizioni dei tempi; che, anzi, più volte vi spiegò come la laboriosità sarebbe stata il titolo più solido e degno per assicurarvi la permanenza tra i dirigenti della società; che le disuguaglianze sociali, mentre vi ponevano in alto, vi prescrivevano particolari doveri a vantaggio del bene comune; che dalle classi più elevate potevano discendere nel popolo grandi vantaggi o gravi danni; che i mutamenti delle forme di vita possono, ove si voglia, accordarsi armonicamente con le tradizioni, di cui le famiglie patrizie sono depositarie. Talora, riferendoCi alla contingenza del tempo e degli eventi, vi esortammo a prendere parte attiva al risanamento delle piaghe prodotte dalla guerra, alla ricostruzione della pace, alla rinascita della vita nazionale, rifuggendo da “emigrazioni” od astensioni; perchè nella nuova società restava pur sempre largo posto per voi, se vi foste mostrati veramente élites e optimates, vale a dire insigni per serenità di animo, prontezza di azione, generosa adesione. Ricorderete altresì i Nostri incitamenti a bandire l'abbattimento e la pusillanimità di fronte alla evoluzione dei tempi, e le esortazioni ad adattarvi coraggiosamente alle nuove circostanze, col fissare lo sguardo all'ideale cristiano, vero e indelebile titolo di genuina nobiltà.

Ma perchè, diletti figli e figlie, vi dicemmo, ed ora vi ripetiamo questi avvertimenti e raccomandazioni, se non per premunire voi stessi da amari disinganni, per serbare ai vostri casati la eredità delle avite glorie, per assicurare alla società, alla quale appartenete, il valido contributo che voi siete ancora in grado di prestarle? Tuttavia - Ci domanderete forse - che cosa di concreto dovremo fare per conseguire un così alto scopo?

Innanzi tutto dovete insistere in una condotta religiosa e morale irreprensibile, specialmente nella famiglia, e praticare una sana austerità di vita. Fate che le altre classi si accorgano del patrimonio di virtù e di doti, a voi proprie, frutto di lunghe tradizioni familiari. Tali sono la imperturbabile fortezza di animo, la fedeltà e la dedizione alle cause più degne, la pietà tenera e munifica verso i deboli e i poveri, il tratto prudente e delicato nei difficili e gravi affari, quel prestigio personale, quasi ereditario nelle nobili famiglie, per cui si riesce a persuadere senza opprimere, a trascinare senza sforzare, a conquistare senza umiliare gli animi altrui, anche degli avversari e degli emuli. L'impiego di queste doti e l'esercizio delle virtù religiose e civiche sono la risposta più convincente ai pregiudizi ed ai sospetti, poichè manifestano l'intima vitalità dello spirito, da cui scaturiscono ogni vigore esterno e la fecondità delle opere.

Vigore e fecondità di opere! Ecco due caratteri della genuina nobiltà, dei quali i segni araldici, impressi nel bronzo e nel marmo, sono perenne testimonianza, perchè rappresentano quasi la visibile trama della storia politica e culturale di non poche gloriose città europee. È vero che la moderna società non suole attendere con preferenza dal vostro ceto il “la” per dar principio alle opere ed affrontare gli eventi; tuttavia essa non rifiuta la cooperazione degli ingegni eletti che sono tra voi, poichè una saggia porzione conserva un giusto rispetto alle tradizioni e pregia l'alto decoro, ove sia fondato; mentre, anche l'altra parte della società, che ostenta noncuranza e forse disprezzo per le vetuste forme di vita, non va del tutto immune dalla seduzione del lustro; tanto è vero che si sforza di creare nuove fogge di aristocrazie, talune degne di stima, altre appoggiate su vanità e frivolezze, paghe soltanto di appropriarsi gli elementi scadenti delle antiche istituzioni.

È però chiaro che il vigore e la fecondità delle opere non può oggi manifestarsi sempre con forme ormai tramontate. Ciò non significa che sia stato ristretto il campo alla vostra attività; è stato, al contrario, ampliato nella totalità delle professioni e degli uffici. Tutto il terreno professionale è aperto anche a voi: in ogni suo settore potete essere utili e rendervi insigni: negli uffici della pubblica amministrazione e del governo, nelle attività scientifiche, culturali, artistiche, industriali, commerciali.

Vorremmo infine che il vostro influsso nella società le risparmiasse un grave pericolo proprio dei tempi moderni. È noto che la società progredisce e si eleva quando le virtù di una classe si diffondono nelle altre; decade, al contrario, se si trasferiscono dall'una alle altre i vizi e gli abusi. Per la debolezza della umana natura si verifica più sovente la diffusione di questi, ed oggi con tanto maggiore celerità, quanto più facili sono i mezzi di comunicazione, d'informazione e di contatti personali, non solo tra nazione e nazione, ma tra continenti. Accade nel campo morale ciò che si verifica in quello della sanità fisica: le distanze le frontiere impediscono ormai più che un germe epidemico raggiunga in breve tempo lontane regioni. Ora le classi elevate, tra cui è la vostra, a causa delle molteplici relazioni e dei frequenti soggiorni in paesi dallo stato morale differente, e forse anche inferiore, potrebbero divenire facili veicoli di traviamenti nei costumi. Accenniamo in particolar modo a quegli abusi, che minacciano la santità del matrimonio, la educazione religiosa e morale della gioventù, la temperanza cristiana negli svaghi, il rispetto alla pudicizia. La tradizione della vostra Patria riguardo a questi valori deve essere difesa e mantenuta sacra ed inviolabile, e tutelata dalle insidie dei germi dissolvitori, da qualsiasi parte provengano. Ogni tentativo di infrangerla, mentre non segna alcun progresso se non verso la dissoluzione, è un attentato all'onore ed alla dignità della Nazione.

Per quanto a voi spetta, vegliate e adoperatevi, affinchè le perniciose teorie ed i perversi esempi non riscuotano giammai la vostra approvazione e simpatia, tanto meno trovino in voi favorevoli veicoli e focolai d'infezione. Quel profondo rispetto alle tradizioni, che coltivate e con cui intendete distinguervi nella società, vi sostenga per serbare in mezzo al popolo così preziosi tesori. Può essere questa la più alta funzione sociale della odierna Nobiltà; certamente è il maggior servizio, che voi potete rendere alla Chiesa e alla Patria.

Esercitare dunque le virtù ed impiegare a comune vantaggio le doti proprie del vostro ceto, eccellere nelle professioni ed attività prontamente abbracciate, preservare la Nazione dalle esterne contaminazioni: ecco le raccomandazioni che Ci sembra dovervi porgere in questo inizio di nuovo anno.

Accoglietele, diletti Figli e Figlie, dalle Nostre mani paterne, e, tramutate da un generoso atto di volontà in un triplice impegno, offritele, a vostra volta, come doni del tutto personali, al divino Fanciullo, che li gradirà, al pari dell'oro, dell'incenso e della mirra, offertigli, in un di lontano, dai Magi d'Oriente.

Affinchè l'Onnipotente convalidi i vostri propositi e adempia i Nostri voti, esaudendo le suppliche che per tanto gli rivolgiamo, discenda su di voi tutti, sulle vostre famiglie, particolarmente sui vostri bambini, continuatori nel futuro delle vostre pii degne tradizioni, la Nostra Apostolica Benedizione (Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglotta Vaticana, 9/1/1958, pp. 707-711).

 




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