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Questo nome di Gibilrossa mi si accozza alla mente con quello di Gelboe mi fa parere tragico tutto quanto veggo d'intorno. Vorrei avere una Bibbia, per leggere quel
canto dove è pregato, che mai più rugiada bagni i colli di Gelboe
maledetti.
Malinconie fuori di
luogo, perché le nostre venture volgono a bene, e queste alture dovremmo
benedirle. Tuttavia sarà prudenza non istarvi a
lungo. Ci finiremmo tutti o disseccati dal sole, o pazzi. Pare d'avere in capo
una cuffia di fuoco.
Dov'è andato il
venticello fresco di ieri sera? Partimmo da Marineo
all'improvviso che erano le sei. Sulla montagna suonavano le voci dei pastori,
che raccoglievano le capre.
Eravamo fuori del borgo
ad aspettare di essere messi in marcia. Passò il Generale a cavallo, e il
capitano Ciaccio comandò di presentare le armi. Il
Generale fece un atto di stizza, come a far capire che non era tempo di
cerimonie.
Pigliammo la via che
scende da Marineo nella valle profonda. Si camminava
lenti e quetamente; alcuni gruppi cantavano a mezza
voce. Solo un Friulano, confuso nella settima compagnia, cantava alto con una
voce d'argento, quattro versi d'un'aria affettuosa e dolente, che andavano al
cuore.
La rosade da la sere
Bagna el flor del sentiment,
La rosade da mattine
Bagna el fior del pentiment.
Uscii dalle file e mi avanzai
fino a quel cantore, immaginandomi che dovesse essere un Osterman
da Gemona, amico mio dell'anno scorso. Invece era uno
studente di matematica, che si chiama Bertossi da
Pordenone.
- Bertossi!
Era a San Martino in un reggimento piemontese?
- Sì, - mi rispose il
compagno che interrogai.
- Allora deve essere
quello, che pel suo valore fu fatto ufficiale, sul campo di battaglia?
- È quello, ma non lo
dire; perché se lo sapesse se ne avrebbe a male.
- Perché?
- Perché è fatto cosi!
Guardai quel giovane che
ha vent'anni, e, alla barba nera e piena, pare di
trenta. Stentava a credere che con quella fisionomia severa fosse stato lui a
cantare, ma i versi del canto non erano indegni di lui.
Che tesori di giovani in
quella settima compagnia!
A un tratto, mentre era
già buio da un pezzo, la colonna si fermò. Eravamo nel punto più basso della
valle; si bisbigliò che la vanguardia aveva incontrato il nemico; ma per
fortuna non era vero, che se mai eravamo schiacciati. Ripresa la via, uscimmo
presto dalle sinuosità paurose di quel terreno, e innanzi a noi, in alto,
vedemmo una miriade di luci. Era Missilmeri
illuminato, a quell'ora, per farci festa. A
mezzanotte vi entrammo. Non vi era casa che non avesse un lume ad ogni
finestra, ma gente per le vie poca. Si seppe di La Masa
e delle squadre da lui raccolte quassù numerose, e ci parve di poter riposare
tranquilli.
All'alba ci raccogliemmo,
e ci fu detto che entro un'ora si sarebbe pigliata la montagna, per venire qui
a campo.
Entrai in un bugigattolo
per bere una tazza di caffè e vi trovai Bixio d'un umore sì nero, a vederlo,
che me ne tornai indietro. E andai sulla piazza, dov'era un acquaiolo che
andava dondolando la sua botticella come una campana, e vendeva bevande ai
nostri che gli affollavano il banco. Egli guardava quei che bevevano
con certi occhi, con certo riso, che mi pareva volesse avvelenare i bicchieri.
M'allontanai anche di là, e incontrai il giovanetto, che conducemmo con noi da Marineo, trionfante con una scodella di latte per me. Mi
porse quel latte, colle mani che gli tremavano dal piacere di avermelo trovato.
Uno squillo di tromba
fece saltar fuori da ogni banda i nostri, dispersi per le case; ci mettemmo in
marcia e si venne qui. Si vede a destra un formicolio di gente: sono le squadre
di La Masa. A dar un'occhiata intorno, scopriamo
tutti i luoghi visitati dacché partimmo dal Passo di Renna, un giro che par
nulla e che ci è costato tanta fatica. Marineo è la,
e la sua rupe, a vederla di qui, pare più minacciosa che da vicino. Se si
staccasse dal monte rotolerebbe giù sul borgo, sventrandolo come un mostro.
* * *
Alfine sappiamo che il
mondo esiste ancora! Eravamo nel Limbo da quindici giorni e un po' di notizie
ci parvero luce.
Dunque il Governo di
Napoli ci ha battezzati Filibustieri; le sue Gazzette hanno scritto che fummo
battuti a Calatafimi; che uno dei nostri capi è stato
ucciso; che siamo dispersi e inseguiti, affinché non ci possiamo buttare alle
strade ad assassinare.
Queste notizie ce le
hanno portate alcuni ufficiali delle navi americane e inglesi ancorate nel
porto di Palermo. Un atto di amicizia che ci ha fatto gran bene. Hanno parlato
col Generale, poi si sono messi a girare pel campo. Che strette di mano franche
e fraterne!
Uno di loro,
giovanissimo, con un par d'occhi d'azzurro marino e due mani rosee di
fanciulla, schizzò alla lesta tre o quattro figure dei nostri e quella del
colonnello Carini. Aveva già nell'album un capo-squadra di Partinico, che io conobbi e che mi parve un modello da
farne uno Spartaco. Gli altri si mescolarono a noi raccogliendo e dando
notizie. E si mostravano lieti d'averci trovati gente civile e colta.
Gli abbiamo caricati di
lettere, di foglietti strappati qua e là e scritti a matita; saluti, gridi
d'affetto, che essi faranno capitare alle nostre famiglie, col primo legno che
salperà da Palermo. Si trattennero un'ora. Dissero che la città è una caserma,
ma ci hanno fatto sperare nella buona riuscita. Si sa che hanno portato al
Generale la pianta di Palermo, co' segni dove sono
barricate o posti di regi. Ora che se ne sono andati, il Generale sta a
consiglio coi Comandanti delle compagnie.
* * *
Non più a Castrogiovanni, per attendere rinforzi dal continente:
pochi o assai, fra mezz'ora si partirà per Palermo. Bixio lo ha detto: «O a
Palermo o all'inferno!».
Il colonnello Carini ha
parlato alla compagnia. Ha detto che domani l'alba sarà gloriosa, ma ci
raccomandò di non romperci se saremo caricati dalla cavalleria. Intanto tutte
le altre compagnie erano raccolte a circolo, intorno ai loro capitani. Si
sciolsero rallegrandosi con alte grida.
Di qui al campo delle
squadre, che è più innanzi, un andirivieni di cavalieri continuo. Si dice che i
siciliani hanno chiesto d'essere fatti marciare i primi.
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