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Niccolò Machiavelli
L'asino

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Capitolo secondo.

 

           Quando ritorna la stagione aprica,

allor che primavera il verno caccia,

a' ghiacci, al freddo, a le nevi nimica,

  dimostra il cielo assai benigna faccia,

e suol Diana con le Ninfe sue

ricominciar pe' boschi andar a caccia;

  e 'l giorno chiaro si dimostra piue,

massime se, tra l'uno e l'altro corno

il sol fiammeggia del celeste bue.

  Sentonsi gli asinelli, andando attorno,

romoreggiar insieme alcuna volta

la sera, quando a casa fan ritorno;

  tal che chiunque parla, mal si ascolta;

onde che per antica usanza è suta

dire una cosa la seconda volta;

  perché con voce tonante e arguta

alcun di loro spesso o raglia o ride,

se vede cosa che gli piaccia, o fiuta.

  In questo tempo, allor che si divide

il giorno da la notte, io mi trovai

in un luogo aspro quanto mai si vide.

  Io non vi so ben dir com'io v'entrai,

so ben la cagion perch'io cascassi

dove al tutto libertà lasciai.

  Io non poteva muover i miei passi

pe 'l timor grande e per la notte oscura,

ch'io non vedeva punto ov'io m'andassi.

  Ma molto più mi accrebbe la paura

un suon d'un cornoferoce e forte,

ch'ancor la mente non se ne assicura.

  E mi parea veder intorno Morte

con la sua falce, e d'un color dipinta

che si dipinge ciascun suo consorte.

  L'aria di folta e grossa nebbia tinta,

la via di sassi, bronchi e sterpi piena

avean la virtù mia prostrata e vinta.

  A un troncon m'er'io appoggiato a pena,

quando una luce subito m'apparve

non altrimenti che quando balena;

  ma come il balenar già non disparve,

anzi, crescendo e venendomi presso,

sempre maggiore e più chiara mi parve.

  Aveva io fisso in quella l'occhio messo,

e intorno a essa un mormorio sentivo

d'un frascheggiar, che le veniva appresso.

  Io ero quasi d'ogni senso privo,

e, spaventato a quella novitate,

teneva vòlto il volto a ch'io sentivo,

  quando una donna piena di beltade,

ma fresca e frasca, mi si dimostrava

con le sue trecce bionde e scapigliate.

  Con la sinistra un gran lume portava

per la foresta, e da la destra mano

teneva un corno con ch'ella sonava.

  Intorno a lei, per lo solingo piano,

erano innumerabili animali,

che dietro le venian di mano in mano.

  Orsi, lupi e leon fieri e bestiali,

e cervi e tassi e, con molte altre fiere,

uno infinito numer di cignali.

  Questo mi fece molto più temere,

e fuggito sarei pallido e smorto,

s'aggiunto fosse a la voglia il potere.

  Ma quale stella m'avria mostro il porto?

E dove gito, misero, sarei?

O chi m'avrebbe al mio sentiere scòrto?

  Stavano dubbi tutti i pensier miei,

s'io doveva aspettar ch'a me venisse,

o reverente farmi incontro a lei;

  tanto ch'innanzi dal tronco i' partisse,

sopragiunse ella, e con un modo astuto

e sogghignando: - Buona sera - disse.

  E fu tanto domestico il saluto,

con tanta grazia, con quanta avria fatto,

se mille volte m'avesse veduto.

  Io mi rassicurai tutto a quello atto;

e tanto più chiamandomi per nome

nel salutar che fece il primo tratto.

  E di poi, sogghignando, disse: - Or come,

dimmi, sei tu cascato in queste valle

da nullo abitator coltedome?

  Le guance mie, ch'erano smorte e gialle,

mutar colore e diventar di fuoco,

e tacendo mi strinsi ne le spalle.

  Arei voluto dir: - Mio senno poco,

vano sperare e vana openione

m'han fatto ruinare in questo loco; -

  ma non potei formar questo sermone

in nessun modo, cotanta vergogna

di me mi prese, e tal compassione.

  Ed ella sorridendo: - E' non bisogna

tu tema di parlar tra questi ceppi;

ma parla, e di' quel che 'l tuo core agogna;

  ché, benché in questi solitari greppi

i' guidi questa mandra, e' son più mesi

che tutto 'l corso di tua vita seppi.

  Ma perché tu non puoi aver intesi

i casi nostri, io ti dirò in che lato

ruinato tu sia, o in che paesi.

  Quando convenne, nel tempo passato,

a Circe abbandonar l'antico nido,

prima che Giove prendesse lo stato,

  non ritrovando alcuno albergo fido,

gente alcuna che la ricevesse,

tanto era grande di sua infamia il grido,

  in queste oscure selve, ombrose e spesse,

fuggendo ogni consorzio umano e legge,

suo domicilio e la sua sedia messe.

  Tra queste, adunque, solitarie schegge

agli uomini nimica, si dimora,

nodrita da' sospir di questa gregge.

  E perché mai alcun non uscì fuora,

che qui venisse, però mai novelle

di lei si sepper, né si sanno ancora.

  Sono al servizio suo molte donzelle,

con le quai solo il suo regno governa,

ed io sono una del numer di quelle.

  A me è dato per faccenda eterna,

che meco questa mandria a pascer venga

per questi boschi, e ogni lor caverna.

  Però convien che questo lume tenga

e questo corno: l'uno e l'altro è buono,

s'avvien che 'l giorno, ed io sia fuor, si spenga.

  L'un mi scorge il cammin; con l'altro i' suono

s'alcuna bestia nel bosco profondo

fosse smarrita, sappia dove i' sono.

  E se mi domandassi, io ti rispondo:

sappi che queste bestie che tu vedi,

uomini, come te, furon nel mondo.

  E s'a le mie parole tu non credi,

risguarda un po' come intorno ti stanno,

e chi ti guarda e chi ti lecca i piedi.

  E la cagion del guardar ch'elle fanno

è ch'a ciascuna de la tua ruina

rincresce, e del tuo male e del tuo danno.

  Ciascuna, come te, fu peregrina

in queste selve, e poi fu trasmutata

in queste forme da la mia regina.

  Questa propria virtù dal ciel gli è data,

che in varie forme faccia convertire

tosto che 'l volto d'un uom fiso guata.

  Per tanto a te convien meco venire

e di questa mia mandra seguir l'orma,

se in questi boschi tu non vuoi morire.

  E perché Circe non vegga la forma

del volto tuo, e per venir secreto,

te ne verrai carpon fra questa torma.

  Allor si mosse con un viso lieto;

e io, non ci veggendo altro soccorso,

carpendo con le fiere le andai drieto,

  infra le spalle d'un cervio e d'un orso.

 

 




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