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Niccolò Machiavelli
L'asino

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Capitolo quinto.

 

           Veniva già la fredda notte manco:

fuggivansi le stelle ad una ad una,

e d'ogni parte il ciel si facea bianco;

  cedeva al sole il lume de la luna,

quando la donna mia disse: - E' bisogna

poi ch'egli è tale il voler di Fortuna,

  s'io non voglio acquistar qualche vergogna

tornar a la mia mandra, e menar quella

dove prender l'usato cibo agogna.

  Tu ti resterai solo in questa cella,

e questa sera, al tornar, menerotti

dove tu possa a tuo modo vedella.

  Non uscir fuor; questo ricordo dotti;

non risponder s'un chiama, perché molti

degli altri questo errore ha mal condotti.

  Indi partissi; ed io, ch'aveva volti

tutti i pensieri a l'amoroso aspetto,

che lucea più che tutti gli altri volti,

  sendo rimaso in camera soletto,

per mitigar, del letto i' mi levai,

l'incendio grande che m'ardeva il petto.

  Come prima da lei mi discostai,

mi riempié di pensier la saetta

quella ferita che per lei sanai.

  E stav'io come quello che sospetta

di varie cose, e se stesso confonde,

desiderando il ben che non aspetta.

  E perché a l'un pensier l'altro risponde

la mente a le passate cose corse,

che 'l tempo per ancor non ci nasconde;

  e qua e ripensando discorse,

come l'antiche genti, alte e famose,

fortuna spesso or carezzò e or morse;

  e tanto a me parver maravigliose,

che meco la cagion discorrer volli

del variar de le mondane cose.

  Quel che ruina da' più alti colli,

più ch'altro, i regni, è questo: che i potenti

di lor potenza non son mai satolli.

  Da questo nasce che son mal contenti

quei ch'han perduto, e che si desta umore

per ruinar quei che restan vincenti;

  onde avvien che l'un sorge e l'altro muore;

e quel ch'è surto, sempre mai si strugge

per nuova ambizione o per timore.

  Questo appetito gli stati distrugge:

e tanto è più mirabil, che ciascuno

conosce questo error, nessun lo fugge.

  San Marco impetuoso ed importuno,

credendosi aver sempre il vento in poppa,

non si curò di ruinare ognuno;

  né vide come la potenza troppa

era nociva, e come il me' sarebbe

tener sott'acqua la coda e la groppa.

  Spesso uno ha pianto lo stato ch'egli ebbe,

e, dopo il fatto, poi s'accorge come

a sua ruina e a suo danno crebbe.

  Atene e Sparta, di cui sì gran nome

fu già nel mondo, allor sol ruinorno

quando ebber le potenze intorno dome.

  Ma di Lamagna nel presente giorno

ciascaduna città vive sicura,

per aver manco di sei miglia intorno.

  A la nostra città non fe' paura

Arrigo già con tutta la sua possa,

quando i confini avea presso a le mura;

  ed or ch'ella ha sua potenza promossa

intorno, e diventata è grande e vasta,

teme ogni cosa, non che gente grossa.

  Perché quella virtute che soprasta

un corpo a sostener, quando egli è solo,

a regger poi maggior peso non basta.

  Chi vuol toccar e l'uno e l'altro polo,

si truova ruinato in sul terreno,

com'Icar già dopo suo folle volo.

  Vero è che suol durar o più o meno

una potenza, secondo che più

o men sue leggi buone e ordin fieno.

  Quel regno che sospinto è da virtù

ad operare, o da necessitate,

si vedrà sempre mai gire all'insù;

  e per contrario fia quella cittate

piena di sterpi silvestri e di dumi,

cangiando seggio dal verno a la state,

  tanto ch'al fin convien che si consumi

e ponga sempre la sua mira in fallo,

che ha buone leggi e cattivi costumi.

  Chi le passate cose legge, sallo

come gli imperii comincian da Nino,

e poi finiscono in Sardanapallo.

  Quel primo fu tenuto un uom divino,

quell'altro fu trovato fra l'ancille

com'una donna dispensar il lino.

  La virtù fa le region tranquille:

e da tranquillità poi ne risolta

l'ozio: e l'ozio arde i paesi e le ville.

  Poi, quando una provincia è stata involta

ne' disordini un tempo, tornar suole

virtute ad abitarvi un'altra volta.

  Quest'ordine così permette e vuole

chi ci governa, acciò che nulla stia

o possa star mai fermo sotto 'l sole.

  Ed è, e sempre fu e sempre fia

che 'l mal succeda al bene, il bene al male,

e l'un sempre cagion dell'altro sia.

  Vero è ch'un crede sia cosa mortale

pe' regni, e sia la lor distruzione

l'usura, o qualche peccato carnale;

  e della lor grandezza la cagione,

e che alti e potenti gli mantiene,

sian digiuni, limosine, orazione.

  Un altro, più discreto e savio, tiene

ch'a ruinargli questo mal non basti,

basti a conservargli questo bene.

  Creder che senza te per te contrasti

Dio, standoti ozioso e ginocchioni,

ha molti regni e molti stati guasti.

  E' son ben necessarie l'orazioni:

e matto al tutto è quel ch'al popol vieta

le cerimonie e le sue divozioni;

  perché da quelle in ver par che si mieta

unione e buono ordine; e da quello

buona fortuna poi dipende e lieta.

  Ma non sia alcun di sì poco cervello,

che creda, se la sua casa ruina

che Dio la salvi senz'altro puntello;

  perché e' morrà sotto quella ruina.

 

 




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