Carlo Goldoni
Il cavaliere giocondo

ATTO TERZO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Guanfranco, Lisaura; poi il Cavalier Giocondo.

 

GIAN.

Navigar ci conviene a seconda del vento:

Secondo le persone, si cambia il portamento.

LIS.

Spiacemi ch'ei non creda che siam marito e moglie.

GIAN.

Basta che non ci scacci per or da queste soglie.

A tempo coi fioretti l'avete guadagnato.

LIS.

Sotto la vostra scuola a vivere ho imparato.

GIAN.

Questi mi par che sia...

LIS.

Il Cavalier mi pare.

GIAN.

Qualche novella favola ci converrà inventare.

CAV.

Chi è qui? Chi mi domanda?

GIAN.

Signor.

CAV.

Due pellegrini?

Volete l'elemosina? Tenete due quattrini.

GIAN.

Vostra Eccellenza sappia...

CAV.

Galantuomo, aspettate

Vi donerò uno scudo; mi par che 'l meritate.

GIAN.

Signor, noi non abbiamo bisogno di danaro.

Il vostro patrocinio per or ci sarà caro;

E questo può giovarci più assai delle monete,

Se udir i casi nostri, signor, vi degnerete.

CAV.

(Ricusano il danaro? Che stravaganza è questa?) (da sé.)

Buona gente, chi siete?

GIAN.

Quella è una donna onesta;

Io sono un galantuomo. Non siam sposati ancora;

Ma il ciel qui n'ha condotti, e di sposarci è l'ora.

CAV.

Veniste in casa mia per fare il matrimonio?

Vi posso, se volete, servir di testimonio.

Alloggio vi darò, se alloggio ricercate;

Basta che l'esser vostro saper voi mi facciate.

LIS.

Signore, l'esser nostro ignobile non è...

GIAN.

Deh, lasciate la storia tutta narrare a me.

CAV.

Lasciate ch'ei la narri, graziosa pellegrina.

LIS.

Vostra Eccellenza scusi.

CAV.

civile e bellina).

GIAN.

Signore, un gran segreto vengo a svelare a voi;

un prodigio del cielo rileverete in noi.

Schiavo fui fatto in mare da un algerin mercante,

E fui forzato in Tunisi a prendere il turbante.

Feci il corsaro anch'io, girando qua e ,

E poscia di Marocco mi fecero bassà.

A caso nel serraglio, non so dir come, andai;

Vidi quella ragazza, di lei m'innamorai;

Ma disperando altronde poterla conseguire,

Pensai di farla meco da Tunisi fuggire.

Il tempo, il luogo, il modo da noi si concertò,

Or non vi narro il come, un vel narrerò.

Bastivi che una notte, sopra una saica uniti,

Siamo con trenta schiavi da Tunisi fuggiti.

Posi nel bastimento tutto l'argento e l'oro:

Abbiam (nessun ci sente), abbiam nosco un tesoro.

In abito succinto andiam di pellegrini,

Ma una cintura ho piena di doppie e di zecchini.

Portai quel che ho potuto, ma si è investito il più

In vini ed uve passe, passando da Corfù.

Ora, signor mio caro, siamo da voi venuti,

Chiedendo protezione pria d'esser conosciuti.

Tornando al suo paese un uom che ha rinnegato,

Puol esser giustamente fermato e gastigato.

Sposar noi ci vorremmo, e non sappiamo il come.

Sentito ho a decantare per tutto il vostro nome.

Si vede che mostrate la gentilezza in faccia.

Eccomi a' piedi vostri; son nelle vostre braccia.

CAV.

Alzatevi. Oh che caso! oh che contento è il mio!

LIS.

Signore, a' vostri piedi ecco mi getto anch'io.

CAV.

Alzatevi, signora. D'avervi meco io godo;

Di far quel che va fatto, noi penseremo il modo.

Frattanto trattenetevi in questo appartamento;

Avrete in casa mia l'alloggio e il trattamento;

E se mai vi pesasse quella cintura indosso,

Le doppie ed i zecchini nascondere vi posso.

GIAN.

signor, questa sera ve li consegnerò.

LIS.

(Come si sia sognate tante bugie non so). (da sé.)

CAV.

Ho forestieri in casa, che abbandonar non devo.

Consolazion più grande sperar io non potevo.

Il nome vostro? (a Gianfranco.)

GIAN.

Il mio nome nativo fu

Gianfranco, e mi chiamavano in Tunisi Caicù.

CAV.

E voi? (a Lisaura.)

LIS.

E il nome mio fu Lisaura in Toscana,

Nel serraglio di Tunisi chiamata Caicana.

CAV.

Signora Caicana, amico Caicù,

Ora con nomi tali non vi chiamate più.

Tornerete Lisaura; Gianfranco tornerete;

In me di vostre nozze il paraninfo avrete.

E sarà gloria mia far noto a tutto il mondo

Che vostro protettore è il Cavalier Giocondo. (parte.)

 

 

 


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