Carlo Goldoni
La castalda

ATTO PRIMO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Frangiotto servitore, e la suddetta.

 

FRA. Corallina, il padrone è alzato.

COR. Presto dunque, ch’io vada a portargli la cioccolata.

FRA. L’acqua l’ho messa ora al fuoco; lasciate che si riscaldi.

COR. Ve n’era di fatta nella cioccolattiera.

FRA. Ve n’era, ed ora non ve n’è più.

COR. Chi l’ha bevuta?

FRA. Io.

COR. Buon pro vi faccia, e buon sangue.

FRA. Dovreste dire anche buone carni e buone ossa, e buono e forte temperamento.

COR. Sì, caro Frangiotto, governatevi bene; nutritevi bene; se avete ad esser mio, vi voglio bello, grasso e robusto.

FRA. Tocca a voi a pensarci.

COR. A me tocca?

FRA. Sì, a voi. Se ho da essere cosa vostra, tocca a voi a ingrassarmi.

COR. Colla biada del padrone ingrasseremo tutti due, non abbiate timore.

FRA. Basta che voi vogliate, potete far tutto. Egli si fida di voi.

COR. Sono tre anni che non solo faccio io a mio modo, ma egli medesimo fa a modo mio.

FRA. Vostro marito, quando viveva, non aveva egli il possesso in casa, che avete voi.

COR. Né io ardiva allora di metter bocca. Era un uomo bestiale. Ma adesso che, grazie al cielo, me ne son liberata...

FRA. Grazie al cielo, eh?

COR. Sì, non ho da ringraziare il cielo, che mi ha levato d’attorno un marito il più fastidioso di questo mondo?

FRA. Prima di prenderlo, che cosa vi pareva di lui?

COR. Gli volevo bene; mi pareva una pasta di zucchero. Non vedeva l’ora di prenderlo, e poi è diventato un demonio.

FRA. Corallina mia, a me mi volete bene?

COR. Lo sapete, senza che ve lo ridica.

FRA. Vi pare ch’io sia per essere un buon marito?

COR. Alla cera mi par di sì.

FRA. Ma di me v’annoierete voi presto?

COR. Chi sa! per ora spero di no. Tocca a voi a portarvi bene.

FRA. Se morissi presto, direste voi sia ringraziato il cielo?

COR. Secondo la vita che mi fareste fare.

FRA. Facciamo i nostri patti prima.

COR. Facciamoli.

FRA. Prima di tutto...

COR. Prima di tutto... principierò io. Prima di tutto, voglio fare a mio modo.

FRA. A vostro modo in che?

COR. In tutto.

FRA. In tutto?

COR. Sì, in tutto.

FRA. Ed io?

COR. E voi, a modo mio.

FRA. Sicché voi tutto.

COR. In questo, tutto.

FRA. E per me niente.

COR. E per voi, tutto.

FRA. Ma come tutto per me, se volete tutto far voi?

COR. Il tutto per me non ha da pregiudicare il tutto per voi.

FRA. Spiegatevi, ch’io non vi capisco.

COR. Siete pur zotico. Tutto per me il maneggio di casa, tutte per me le chiavi, tutto per me il fare, il disfare, l’andare, lo stare, il tornare, il disponere, il comandare.

FRA. Per voi?

COR. Per me.

FRA. E per me?

COR. Tutto per voi, il mangiare, il bevere, il lavorare.

FRA. E non altro?

COR. E per voi tutto il cuore di Corallina, e Corallina istessa tutta tutta per voi.

FRA. Per me?

COR. Per voi.

FRA. Tutta?

COR. Tuttissima.

FRA. A crederlo vi ho qualche difficoltà.

COR. Mi fate torto, signor Frangiotto.

FRA. Compatitemi, son uno che parlo schietto.

COR. Di che cosa potete voi dubitare?

FRA. Che siccome facciamo noi a metà col padrone de’ beni suoi, egli non abbia a fare a metà con me del cuore di mia consorte.

COR. Del cuore non sarebbe gran cosa.

FRA. Sì, ho parlato con modestia. Ma c’intendiamo; quando dico del cuore, m’intendo anche della coratella.

COR. A questo proposito, vi dirò prima di tutto, essere la gelosia il peggior canchero che soffrir si possa. Che questa poi è più bestiale e più irragionevole in chi serve, e ha bisogno di coltivarsi il padrone; e per ultimo, essendo il nostro padrone vecchio, dabbene e di poca salute, voi siete un pazzo a dubitare di lui.

FRA. Per altro, s’ei non fosse vecchio e di poca salute, potrei dubitare dunque.

COR. Potreste dubitare di lui, ma non di me.

FRA. Questo è quello ch’io voleva dire.

COR. Orsù, lasciamo da parte queste malinconie. Lasciatemi badar per ora a metter da parte più ch’io posso, per istar bene dopo la di lui morte.

FRA. E lo stesso posso far ancor io.

COR. Sì, facciamolo tutti due. Già, vedete che tutto passa per le mie mani.

FRA. Vi è sua nipote, che mi un poco di soggezione.

COR. A me niente. La signora Rosaura mi vuol bene. Secondando io qualche sua inclinazione, qualche suo amoretto, l’ho fatta mia: siccome ho procurato e procuro di guadagnarmi l’amore e la stima di tutti quelli che frequentano questa casa.

FRA. L’amore e la stima di tutti?

COR. Di tutti.

FRA. Anche del signor Lelio, del signor Florindo?

COR. Anche del diavolino che vi porti, signor geloso sguaiato.

FRA. Via, non andate in collera. Ditemi almeno in qual maniera intendete voi di cattivarvi l’affetto di queste tali persone.

COR. Facilissimamente. Facendo la generosa con tutti. Dispensando le grazie del padrone, senza da lui dipendere, e facendomi merito colla roba sua.

FRA. E del vostro non donate niente?

COR. Niente, non son sì pazza.

FRA. Niente, niente?

COR. Nulla affatto.

FRA. Nemmeno un’occhiatina, un vezzetto...

COR. Un cancherino che vi mangi; un pezzo di legno che vi bastoni...

FRA. Ma via, non vi riscaldate sì presto. Finalmente se parlo...

COR. Voi non dite che degli spropositi.

FRA. Parlo per amore.

COR. Parlate per ignoranza.

FRA. Vi voglio bene.

COR. Non è vero.

FRA. Sì...

COR. Ecco il padrone.

FRA. A rivederci.

COR. Addio.

FRA. Vogliatemi bene.

COR. No.

FRA. Maladetta!

COR. Asino!

 

 

 


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