Carlo Goldoni
La contessina

ATTO SECONDO

SCENA OTTAVA

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SCENA OTTAVA

 

Il Conte e Servi; poi Pancrazio, finto marchese, con seguito.

 

CON.

Olà, servi, venite;

Ite incontro al marchese,

Fategli riverenza, ed a lui dite

Che, essendo titolato,

Io lo faccio introdur senz'anticamera.

Ora in questo paese

Si vedrà chi son io,

E qual si tratti un cavalier par mio.

PANCR.

Al conte Baccellon Parabolano

Or s'inchina il marchese Cavromano.

CON.

Oh degno sol cui d'umiliarsi or degni

Il conte Baccellon Parabolano;

A voi m'inchino, e datemi la mano.

PANCR.

Mano degna di stringere uno scettro.

CON.

Dite, marchese mio, come si parla

In Milano di noi?

PANCR.

Non passa giorno

Che per quella città

Non si esalti la vostra nobiltà.

Ciascun parla di voi; tutto il paese

Conoscervi sospira,

Ed ogni dama ad obbedirvi aspira.

CON.

Converrà poi ch'io dia piacere al mondo,

Ch'io mi faccia veder.

PANCR.

Son io venuto

Già sapete perché. Grazie vi rendo

Dell'onor che voi fate al figlio mio.

Se sapeste quant'io

Ho faticato a superar gl'impegni

Che tenevo in Milano! oh se sapeste,

Conte, ve lo so dir che stupireste!

Ognun voleva apparentarsi meco.

Il marchese Busecca,

Il duca Cervellato,

Il principe Strachino,

Il cavalier Tortione,

Sino il governator di Mezzo-miglio,

Per genero volean tutti mio figlio.

CON.

E voi sceglieste me? Si vede bene,

Nel vostro rubicondo almo sembiante,

Che della nobiltà voi siete amante.

PANCR.

Amo li pari miei. So che voi siete

Di più titoli adorno.

Io per un anno intero

Un titolo mostrar posso ogni giorno.

CON.

Poffar bacco baccon, quest'è ben molto!

PANCR.

Vi dico il ver, non son mendace o stolto.

Olà, prendi, Salame,

Aprimi quel baullo, e qua mi reca

Li privilegi miei.

CON.

Non s'incomodi, no; lo credo a lei.

PANCR.

Non sono un impostor. Mirate qua:

L'arbore è questo di mia nobiltà.

Ecco l'autor del ceppo mio:

Dindione, Re de' galli e galline,

Da cui per linea retta anch'io discendo;

Sovra il regno degli ovi anch'io pretendo.

CON.

E con ragion.

PANCR.

Ecco il mio marchesato

Fra cavoli e verzotti situato.

Questa qui è una contea

Ereditata da una dama ebrea.

E questo è un prencipato

Il di cui feudatario fu appiccato.

Mirate quattro titoli in un foglio:

Conte, duca, marchese e cavaliero.

Ecco li quattro stemmi:

Un cane, un mulo, un gatto ed un braghiero.

CON.

Anche un braghiero?

PANCR.

Sì, vi pare strano?

Mirate qui quest'altro marchesato

Ch'ha per arma le corna d'un castrato.

E poi volete in corto

Veder ciò ch'io possiedo? Ecco raccolto

In questa breve carta il poco e il molto:

Trecento mila campi

Che rendon cadaun anno

Trenta e più mila scudi sol di paglia,

Settecento villaggi all'Ombelico,

Quattro provincie intere

In luogo che si chiama il Precipizio,

ventisei contadi all'Orifizio.

CON.

Non voglio sentir altro. Son contento,

Vado a chiamar la contessina: io voglio

Recare ancora a voi

L'onor di rimirar i lumi suoi.

PANCR.

S'è bella come voi, sarà bellissima,

E se serena in volto

Come voi siete, sarà serenissima.

CON.

Bella, bella non è, ma può passare.

È vezzosa, è galante, e sa ben fare.

 

Ha un certo brio.

Che so ben io...

La vederete,

Vi piacerà.

Ma quando poi

Non piaccia a voi,

Al figlio vostro

Piacer dovrà. (parte)

 

 

 


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