Carlo Goldoni
La donna di garbo

ATTO TERZO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

 

ROSAURA, poi MOMOLO

ROS. Questa promessa già è invalida, avendo io impegnata anteriormente a Florindo la fede. Così mi giova per terminar il disegno. Compatirà il Dottore un inganno, che verun pregiudizio alfin non gli apporta.

MOM. Siora Rosaura, patrona reverita.

ROS. Serva, signor Momoletto.

MOM. Tutta sta notte m'ho insunià26 de vu.

ROS. Ed io ho dormito saporitissimamente.

MOM. Ma! Co se gh'ha el cuor ferio, no se pol dormir.

ROS. Prendete questa lettera e date ristoro alle vostre ferite.

MOM. De chi ela sta lettera?

ROS. Della signora Diana.

MOM. Mo no saveu cossa che ho dito? No ve arecordè più?

ROS. Che cosa avete detto?

MOM. Che ve voggio vu.

ROS. Eh via, caveve27.

MOM. Come! Me voltè le carte in man28?

ROS. Oh, vien gente. Siete venuto per trovar il signor Florindo?

MOM. Sì, ma vorave... Cara fia, no me impiantè.

ROS. Andate, egli è in quella camera; andate che poi parleremo.

MOM. Se me burlè, me ficco un cento e vinti29 in tel stomego. (va in camera)

ROS. Ficcatevi quel che volete, ch'io non ci penso. Ora vado a prepararmi per l'Accademia; ma piuttosto per il più fiero e più pericoloso cimento. Temer dovrei, perché donna, di pormi a fronte de' miei nemici; ma mi confido nell'assistenza de' numi. Non sempre è il saper che trionfa, ma il modo sovente di far valere il proprio talento. (parte)

 

 

 





p. -
26 M'ho insunià, mi sono sognato.



27 Caveve, frase bizzarra veneziana che significa: non ci pensate.



28 Me voltè le carte in man: mi mancate di parola.



29 Un cento e vinti. Uno stilo di misura, che ha la marca di num. 120.



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