Carlo Goldoni
La donna di governo

ATTO TERZO

SCENA QUARTA   FULGENZIO e dette

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SCENA QUARTA

 

FULGENZIO e dette.

 

FUL.

Posso venir? (facendosi vedere)

DOR.

Venite. Di che avete timore?

FUL.

Non vorrei che vi fosse... Ho un po' di soggezione.

DOR.

Avanzatevi, dico. Siete il gran bernardone.

FUL.

Grazie, signora mia.

DOR.

Grazie, grazie di che?

Or che nessun ci sente, spiegatevi con me.

Se amate Giuseppina, se la bramate in sposa,

Potria la dilazione riuscir pericolosa.

O subito si faccia, o subito si sciolga.

FUL.

Tutto vuole il suo tempo.

DOR.

Il malan che vi colga.

GIU.

Caro signor Fulgenzio, mia zia non pensa male;

Sull'animo del zio sapete chi prevale.

L'audace Valentina, perch'ei non dia la dote,

Disturberà in eterno le nozze alla nipote,

E poi sarò costretta...

DOR.

E poi sarà forzata

Rinchiusa in quattro muri andar da disperata.

E se tardar volete a porgerle soccorso,

Potete andare a farvi accarezzar da un orso.

FUL.

Per carità, signora, non sono un uom di stucco.

Lasciatemi pensare.

DOR.

Povero mamalucco!

Giovine, bella, ricca, civile e spiritosa,

Che vi vuol ben, che brama di essere vostra sposa,

Di cui desio mostraste di diventar marito,

E pensar ci volete? Uh! che siate arrostito.

FUL.

Partirò! a quel ch'io vedo, senz'essermi spiegato;

Se parlate voi sola.

DOR.

Io? se non ho parlato!

GIU.

Sentiam, signora zia, sentiam quel ch'ei sa dire.

DOR.

Dica pur; non son io che qui lo fe' venire?

FUL.

Pronto sono a sposarla.

DOR.

Subito dunque.

FUL.

Adagio...

DOR.

Oh, vi faccio, figliuoli, un pessimo presagio.

FUL.

Ma perché?

DOR.

Innanzi pure.

FUL.

Pria che l'affar sia fatto,

Preparar delle nozze non devesi il contratto?

DOR.

Sì, Sì, perdete il tempo nel fabbricar lunari,

E poi la sposerete nei spazi immaginari.

FUL.

E sarà così perfido il zio colla nipote,

Che le vorrà negare il dritto della dote?

DOR.

Eh fratello carissimo, a ravvisarvi imparo:

Siete un di quegli amanti che cercano il danaro.

Sapete qual sarà dell'avarizia il frutto?

Perderete la dote, e la fanciulla, e tutto.

Ho creduto che foste di un altro naturale.

Andate; ho conosciuto che siete un animale.

FUL.

Servo di lor signore.

DOR.

Serva, padrone mio.

GIU.

Fermatevi, signore, che vo' parlare anch'io.

Mia zia con questo rovina i fatti miei.

So anch'io, quando bisogna, strillare al par di lei.

Se aiuto, se consiglio ricerco da qualcuno,

Non ho, quando bisogni, paura di nessuno.

Mio zio vuol maritarmi con un che piace a lui;

Ei del mio cor dispone, io l'ho disposto altrui,

E contrastar non puote ch'io m'abbia a soddisfare. (Dorotea fa moto di volerla interrompere)

Signora, con licenza, lasciatemi parlare.

Fulgenzio dice bene, vorria la convenienza

Che al zio, prima di farlo chiedessi la licenza,

E ch'ei andasse a fare quel passo che va fatto,

E che si stabilisse la cosa per contratto.

Ma quella diavolaccia di femmina insolente

Farà tutti gli sforzi perché non sia niente,

O farà tanto in lungo andar la conclusione,

Che mi farà crepare innanzi la stagione.

Lo stato in cui mi trovo, sollecita mi rende,

La mia consolazione da voi solo dipende.

S'è ver che voi mi amate, lasciate ogni riguardo.

DOR.

Siete, se non lo fate, un amator bastardo.

GIU.

V'era bisogno adesso d'un'insolenza inclusa?

DOR.

Non si finisce bene, senza un poco di chiusa.

FUL.

Ho capito, signora, e del mio amore in segno,

Quando che più vi piaccia, darvi la man m'impegno. (a Giuseppina)

DOR.

Anche adesso?

FUL.

Anche adesso.

DOR.

Ora sì, e prima no?

FUL.

Quel ch'io pria non sapeva, or dal suo labbro io so.

DOR.

Ma guardate, se siete propriamente un balordo;

Non ve l'ho detto anch'io? perché faceste il sordo?

FUL.

Signora Dorotea, parlando in guisa tale,

S'io fingo d'esser sordo, mi pare il minor male.

DOR.

(Che ti venga la rabbia!) (da sé)

FUL.

Or vi darei la mano.

Ma cotesta signora...

DOR.

Sentite che villano!

Ancor ch'io m'affatico, che faccio quel che faccio,

Ardisce un'insolenza di dirmi sul mostaccio?

Cosa pretendereste? che una fanciulla onesta

Senza di alcun parente facesse una tal festa?

Sono sua zia, signore, e abbiate convenienza,

E date alla nipote la mano in mia presenza.

FUL.

(Ma che parlar gentile!) (da sé)

GIU.

Fulgenzio, se mi amate,

Sollecitiam, vi prego.

FUL.

Farò quel che bramate.

 

 

 


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