Carlo Goldoni
La finta ammalata

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

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ATTO TERZO

 

 

 

SCENA PRIMA

 

Camera in casa di Pantalone.

 

Beatrice da una parte, il dottor Onesti dall’altra.

 

BEAT. Oh signor dottore, quanto volentieri vi vedo! Appunto desiderava estremamente di parlarvi da solo a sola. Il signor Pantalone non è in casa, onde il tempo è opportuno.

ONES. Sono qui ritornato, per la pietà ch’io sento della signora Rosaura e del signor Pantalone: quei medici hanno loro imbarazzata la testa: hanno fatto creder quel che non è; e l’apprensione può far ammalar davvero la figlia, e far disperare il povero padre: son venuto per disingannarli.

BEAT. Prima di parlare con loro, è necessario che parliate meco; apposta mi son qui trattenuta; non ho cuore di ritornarmene a casa, se a voi non comunico questo arcano.

ONES. Eccomi ad ascoltarlo: qui nessuno ci sente.

BEAT. Sappiate, signor dottore, che Rosaura è innamorata.

ONES. Me ne sono avveduto ancor io.

BEAT. Ma sapete di chi sia innamorata?

ONES. Quest’è quello ch’io non so.

BEAT. Ella è innamorata di voi.

ONES. Di me?

BEAT. Sì, di voi.

ONES. Con qual fondamento potete dirlo?

BEAT. Credetemi, che me ne sono assicurata.

ONES. Ve lo ha ella confidato?

BEAT. No, ma l’ho rilevato da varie circostanze, le qual tutte mi hanno manifestato quello che la buona ragazza non ha coraggio di palesare.

ONES. È lodabile il suo contegno, assoggettandosi ad una specie di malattia per non palesare la sua passione.

BEAT. Io credo ch’ella coltivi espressamente il suo male pel desiderio di avere le vostre visite.

ONES. E le mie visite saranno quelle che daranno fomento alla sua passione.

BEAT. Dunque che risolvete di fare?

ONES. Risolvo di non visitarla mai più.

BEAT. Odiate forse la signora Rosaura?

ONES. Io non sono in caso né di odiarla, né di amarla.

BEAT. Sprezzerete un’eredità doviziosa, come quella del signor Pantalone?

ONES. Certamente ella non è cosa da disprezzarsi, ma io sono stato da lui chiamato per curargli la figlia, e non per esibirgli un genero.

BEAT. Potete far l’uno e l’altro nel medesimo tempo.

ONES. No, signora Beatrice, non posso farlo. La mia onestà non lo vuole.

BEAT. Siete voi nemico del matrimonio?

ONES. No certamente; anzi per gl’ della mia casa essendo io solo, mi converrà prender moglie.

BEAT. E questo non vi pare un partito buono per voi?

ONES. Sarebbe ottimo, se fossimo in altre circostanze.

BEAT. Come sarebbe a dire?

ONES. Se io fossi stato in grado di far chiedere la figlia al signor Pantalone, e di potermi lusingare ch’egli non me la dovesse negare.

BEAT. Per qual ragione temete ch’egli ve la neghi?

ONES. Perché non sono ricco quanto lui, perché ha qualche impegno con certo signor Lelio, e poi perché, essendomi io introdotto come medico, crederà ch’io abbia con cattivo artifizio innamorata la figlia, si chiamerà da me offeso, e non me la vorrà assolutamente concedere.

BEAT. Signor dottore, siete troppo scrupoloso.

ONES. Conosco il mio dovere, e non mi lascio acciecare dall’interesse.

BEAT. Voi volete veder morire la povera Rosaura.

ONES. Eh, che per amor non si muore. Ella sarà agitata intanto che si lusingherà di poter essere da me corrisposta. S’io lascio di visitarla, se mi ritiro da questa casa, in capo a otto giorni non si ricorda più di me, guarisce dell’amorosa sua malattia, e si dispone ad accettar per marito il primo che da suo padre le viene offerto.

BEAT. Dunque volete licenziarvi?

ONES. Sì assolutamente.

BEAT. Almeno visitatela un’altra volta.

ONES. Oh, questo poi no; fintanto ch’io non lo credeva, dava innocentemente degl’incrementi al suo male; ora sarei colpevole se, in vece di curarla, cercassi precipitarla. Signora Beatrice, vi ringrazio; riverite il signor Pantalone, assicurandolo che sua figlia non ha alcun male; procurerò illuminarlo, acciò non creda né agl’ignoranti, né agl’impostori. Io non rinunzio pazzamente ad una fortuna; ma garantisco l’onor mio a fronte di un bene incerto. Se vedrò col tempo che mi si apra la strada a poter aspirare alle nozze della signora Rosaura, farò conto e della sua bellezza e della sua ricchezza, i quali sono beni, se si acquistano direttamente, sono mali, se si procacciano ingiustamente. (parte)

 

 

 


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