Carlo Goldoni
Il frappatore

ATTO PRIMO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Colombina, poi Arlecchino.

 

COL.

E ho da star fin domani con questa curiosità in corpo? Quanto più ella continua a nascondermi l’esser suo, tanto più mi cresce la volontà di saperlo. Ecco il suo servitore che torna in casa; voprovarmi se da lui potessi rilevar qualche cosa. È un poco semplice di natura; chi sa che con un poco di arte non mi riesca farlo parlare?

ARL.

La patrona dov’ela?

COL.

 È ritirata; e mi ha detto che non entri nessuno, se ella non chiama.

ARL.

Gnanca mi no posso entrar?

COL.

No, certo; quando vi vorrà, chiamerà. Ehi, dite, è capitato ancora?

ARL.

Chi?

COL.

L’amico.

ARL.

Qual amigo?

COL.

Quello che aspetta la vostra padrona.

ARL.

El savì donca, che l’aspetta uno.

COL.

Lo so, certo.

ARL.

Savìu mo chi l’è quel che l’aspetta?

COL.

Lo so, mi ha confidato ogni cosa.

ARL.

Gran donne! la me dis’a mi che no diga gnente a nissun, e po l’è la prima a dirlo.

COL.

Con me si può confidare. Ditemi, è capitato?

ARL.

Ancora no se sa gnente.

COL.

Mi dispiace, povera signora, vorrei vederla contenta.

ARL.

Me despias anca mi, perché son stuffo de far sta vita.

COL.

Siete venuti qui a caso, o con qualche sicurezza di ritrovarlo?

ARL.

L’ha da arrivar qua, se el diavolo no lo porta in un qualch’altro logo.

COL.

Come lo avete saputo che abbia da capitar qui?

ARL.

L’è stà scritto alla mia patrona da un so parente, che sta a Venezia.

COL.

Deve venir da Venezia, dunque.

ARL.

Siguro, da Venezia. No la ve l’ha dito?

COL.

Mi par di sì che me l’abbia detto. E dove lo ha ricevuto questo avviso?

ARL.

Al so paese, a Napoli.

COL.

Ah sì, non me ne ricordavo. La vostra padrona è napolitana.

ARL.

Oibò, no l’è miga napolitana. No la ve l’ha dito che l’è bergamasca, maridada in t’un napolitan?

COL.

Mi ha parlato di Napoli, mi ha detto che suo marito è napolitano; ho creduto che fosse napolitana essa pure.

ARL.

No voria che me dessi da intender che la v’ha dito tutto, e che no fusse vero, e che fessi per tirarme zo.

COL.

Oh guardate che cosa si va immaginando! So tutto, vi dico, mi ha detto tutto, e mi ha confidato che per amore è fuggita.

ARL.

Ella è fugida?

COL.

Oh appunto. Ella no; sarà egli fuggito.

ARL.

Seguro; so marido è scampado via.

COL.

Ed ha abbandonato la moglie.

ARL.

Seguro.

COL.

E si è portato in Venezia.

ARL.

Giusto cussì.

COL.

Ed ora se ne viene in Roma.

ARL.

Bravissima.

COL.

E la vostra padrona, avvisata da un suo parente in Venezia, è venuta qui per incontrarsi con lui.

ARL.

Pulito.

COL.

Vedete se io so tutto?

ARL.

L’è vero, e ho gusto, perché da qua avanti parleremo con libertà.

COL.

Mi ha detto anche il nome di suo marito, ma ho poca memoria e me l’ho scordato.

ARL.

V’ala dito: Ottavio Aretusi?

COL.

Appunto Ottavio Aretusi. (Maledetto! lo conosco costui) (da sé)

ARL.

Colombina, vardè ben che sia la verità che la mia patrona ve l’abbia dito, no me sassinè, che son un omo che, co se tratta de taser, me faria mazzar più tosto che dir una mezza parola.

COL.

Vi dirò di più, ch’ella mi ha confidato essere il signor Ottavio suo marito un cabalone di prima riga, nato assai bassamente, che vive d’industria, che la vuol spacciare da grande e che, dopo di averla condotta a Napoli, l’ha crudelmente piantata.

ARL.

Co l’è cussì, son contento. V’ala mo dito che semo qua senza un paolo, e che el patron della locanda stamattina n’ha fatto el complimento de licenziarne?

COL.

Questo me l’ha detto il padrone. Ma il signor Brighella è un uomo di buon cuore, e non è capace di usare una crudeltà. Quello che gli dispiaceva era il non sapere chi fosse la vostra padrona, ma ora che lo saprà, avrà qualche maggior tolleranza.

ARL.

Mi no ghe digo gnente siguro.

COL.

Glielo dirò io.

ARL.

E a vu l’è la patrona che l’ha dito, mi no.

COL.

Certamente.

ARL.

De mi no la v’ha parlà gnente?

COL.

Niente affatto.

ARL.

No la v’ha dito che son bergamasco?

COL.

Questo lo so, perché voi me l’avete detto sino dal primo giorno.

ARL.

V’oggio mai dito, che son stuffo de servir e che me voria maridar?

COL.

Questo no l’avete detto.

ARL.

Se non ve l’ho dito prima, vel digo adesso.

COL.

Per dir la verità, me n’importa poco.

ARL.

Pol esser che v’importa d’un’altra cossa, che v’ho da dir.

COL.

Cioè?

ARL.

Cioè che, se anca vu avessi genio de maridarve, poderessi far capital de mi.

COL.

Perché questa cosa m’importi, conviene ch’io sappia che fondamento avete per prender moglie.

ARL.

Mi credo d’aver i fondamenti che pol aver ogni galantomo che se vol maridar.

COL.

Avete niente al vostro paese?

ARL.

Niente affatto.

COL.

Che mestiere sapete fare?

ARL.

Niente affatto.

COL.

E volete ammogliarvi?

ARL.

Elo un mestier difficile el maridarse? l’imparerò.

COL.

Bene, bene, discorreremo.

ARL.

Ma no gh’è tempo da perder.

ELEON.

Arlecchino. (chiama per di dentro)

ARL.

La servo. Adessadesso se vederemo.

COL.

Non dite niente alla vostra padrona di quello che abbiamo fra di noi parlato.

ARL.

Circa al matrimonio?

COL.

No, circa all’esser suo e di suo marito.

ARL.

Mo no v’ala ella contà tutto?

COL.

Sì, è vero, ma non vorrà che voi lo sappiate. Fate a mio modo, non le dite niente.

ARL.

No dirò gnente. A revederse. (in atto di partenza)

COL.

Addio.

ARL.

Me scordava de dirve una cossa.

COL.

Che cosa?

ARL.

Voième ben, che ve ne voio anca mi. (parte)

COL.

Affè che l’ho indovinata. Il semplice è caduto, ed ho saputo ogni cosa. Povera disgraziata! è moglie di Ottavio Aretusi! Sta bene con quel birbone. (parte)

 

 

 


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