Carlo Goldoni
Il geloso avaro

ATTO TERZO

SCENA SEDICESIMA

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SCENA SEDICESIMA

 

Don Gismondo e detti.

 

EUF. Ah signore auditore, vedete la mia casa, è piena di birri.

ARG. Illustrissimo signore auditore.

GIS. Che cosa c'è?

ARG. I birri mi hanno fatto un'impertinenza.

GIS. Che cosa vi hanno fatto?

ARG. Hanno guardato in un luogo, ch'io non voleva che vi guardassero.

EUF. Sta cheta.

GIS. Donna Eufemia, il vostro viglietto mi fu recato in istrada poco lungi da questa casa; sono venuto a ricevere gli ordini vostri. Vi ho trovato in un sconcerto assai grande. Ditemi il bisogno vostro, ed io, fin dove può estendersi l'arbitrio mio senza offesa della giustizia, ve lo esibisco di cuore.

EUF. Signore, le lingue malediche hanno caricato d'imposture il povero mio consorte.

GIS. No, donna Eufemia, non sono imposture le accuse contro vostro marito. Egli è pur troppo noto alla curia, alla Corte, e a tutto Napoli ancora.

DOTT. Illustrissimo signore auditore, la povera mia figliuola è tormentata e assassinata.

LUI. Signore, liberate quella virtuosa donna dalle mani di un barbaro, che non merita di possederla. Egli, con una gelosia indiscreta, l'affligge, la macera, la tormenta.

ASP. E con tutta la sua gelosia, prende i regali, se gliene portano.

EUF. Ah signore auditore, se liberarmi volete da quelle persone che mi tormentano, scacciate dalla mia casa questi due che m'insultano. Don Luigi ardisce sollecitarmi; donna Aspasia in favore del di lei fratello m'infastidisce; ambi insidiano l'onor mio, e prevalendosi di qualche debolezza di mio marito, calpestano la riputazione di questa casa, strapazzano il nome mio per le conversazioni, e tentano di macchiar quel decoro, che con tanti stenti ho procurato sempre di conservare.

ASP. Ridete, signor auditore, ch'ella è da ridere. Crede che un poco di servitù possa macchiare il decoro?

LUI. Pare a voi ch'io l'offenda, esibendomi di servirla?

GIS. Pare a me che a troppo in faccia mia vi avanziate. Sono informato delle persecuzioni vostre a questa moglie onorata. I servi ne parlano, il vicinato ne mormora, le conversazioni vi si trattengono sopra. Don Luigi, la servitù d'un uomo onesto verso una donna onorata non è condannabile: ma non può credersi servitù onesta in colui che tenta con violenza servire. Allontanatevi da questa casa; non ardite più di venirci; desistete affatto da ogni pensiero contro l'onestà di questa virtuosa donna; consideratela sotto la protezione mia, sotto quella della Corte medesima, a cui è nota la di lei prudenza, la di lei onestà; e guardatevi che note io non faccia le vostre insidie, le vostre persecuzioni. Fate più conto della riputazion delle donne, consideratene il pregio; e siccome ogni ombra di sospetto può denigrarla, togliete sin da questo momento il pericolo coll'allontanarvi da lei, e dimostrate a me nella vostra rassegnazione, che se una cieca passione vi aveva sedotto, siete poi ragionevole nel pentirvi, siete discreto nel moderarvi, siete saggio e prudente nell'intendere, nel risolvere e nel tacere.

LUI. (Resta sospeso)

EUF. (Il cielo lo ha qui fatto venire in tempo. Don Luigi dovrebbe lasciar di perseguitarmi). (da sé)

ASP. (Che fa don Luigi, che non risponde? L'hanno forse avvilito le parole di questo signore auditore? Se toccasse a me, gli vorrei rispondere per le rime). (da sé)

LUI. Signori, vi riverisco.

DOTT. Padrone riveritissimo.

ASP. Così partite, senza dir nulla?

LUI. Sì, parto, e in questa casa non ci verrò mai più.

EUF. (Voglia il cielo ch'egli dica la verità). (da sé)

GIS. Siete voi persuaso dalle mie ragioni?

LUI. Le vostre ragioni per una parte, l'ostinazioni di donna Eufemia per l'altra, mi convincono che persistendo in amarla sarei un pazzo. A chi ha merito, non mancano occasioni di servir donne. Se lascio una che mi disprezza, posso scegliere fra le tante che mi sospirano; e se mi aveva tentato il demonio di servire una che ha il marito geloso, ne troverò mille i di cui mariti faranno pregio della mia amicizia, della mia servitù e della mia protezione. (parte)

 

 


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