Carlo Goldoni
Il medico olandese

ATTO QUARTO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Madama Elisabetta, madama Federica, madama Giuseppina dal fondo della scena, e le suddette.

 

ELI.

Avete un bel giardino. (a madama Marianna)

MAR.

Sempre ai vostri comandi.

FED.

Bisogna che una grazia, madama, io vi domandi.

Veduto ho degli anemoli, che credo americani;

Ne gradirei la pianta.

MAR.

Sì l’avrete domani.

GIU.

Madama, che erba è quella, che se toccar si arriva,

Sembra che si ritiri?

MAR.

È l’erba sensitiva.

Al tatto delle mani resiste per natura.

GIU.

Voglio toccarla, e fugge. Davvero ebbi paura.

ELI.

Certo, l’agricoltura è uno studio bellissimo.

In casa mia, il sapete, ho un giardin picciolissimo;

Pur vi è un poco di tutto: lasciato il mio lavoro,

Prendo nell’ore fresche dolcissimo ristoro.

CAR.

Ed al paese mio... No, non vodir niente...

Vanno sulla finestra a saettar la gente.

Dir mal della sua patria non istà ben, l’accordo;

Ma spiaccionmi quegli usi, quando me li ricordo.

GIU.

Madama, in quel recinto chiuso da’ ferri intorno,

Di piante sconosciute e di alberetti adorno,

Scusatemi di grazia, che c’è? (a madama Marianna)

MAR.

Vel dirò io:

Quello è il giardin dei semplici, lo studio di mio zio.

Dentro vi son dell’erbe, che hanno di gran virtù;

Ma ancor di velenose.

GIU.

Oh, non ci guardo più.

MAR.

(L’amico ove sarà?) (piano a Carolina)

CAR.

(Chi lo sa, poverino!)

MAR.

(Digli che si diverta, che venga nel giardino).

CAR.

(Glielo dirò, signora; ma poi cosa sarà?)

MAR.

(Ma via, non tormentarmi).

CAR.

(Zitto, zitto, verrà). (parte)

ELI.

Madama, che si fa? Oggi non si lavora? (a madama Marianna)

MAR.

Possiamo divertirci.

ELI.

È troppo presto ancora.

Star tutto il giorno in ozio sapete ch’io non amo.

Darò, se il permettete, due punti al mio ricamo.

Andiam, che il lavorare mi riuscirà più grato:

Andiam tutte a sedere d’intorno al pergolato.

FED.

Anch’io un paio di giri farò ne miei calzetti.

GIU.

Vi terrò compagnia; farò quattro gruppetti.

MAR.

Servitevi, madame: casa mia è casa vostra;

Questa è la prima legge dell’amicizia nostra.

ELI.

Mi ricorderò sempre quel detto di mia madre:

Figliuole lavorate che le ore sono ladre.

Rubano il tempo a noi per darlo a chi ;

E il tempo che han rubato, mai più non si rivede.

Volete risarcirvi del furto che vi fanno?

Servitevi di loro, e lor vi pagheranno. (parte)

FED.

A proposito, anch’io voraccontar la mia;

Come la so, la dico, bella o brutta che sia.

Un uomo grossolano, di quei del mondo antico,

Ch’era per sua natura del lavorar nemico,

Diceva da se stesso: i tempi sono tre;

Uno di questi tempi ha da bastar per me.

Il passato nol trovo, il presente nol curo,

A lavorar vi è tempo aspetterò il futuro.

E tanto lo ha aspettato, che alfin per benemerito

Morì senza il futuro, e gli restò il preterito (parte)

MAR.

Spiritosa davvero. E voi non dite nulla?

GIU.

La balia mi diceva, quand’era più fanciulla:

Han quelle che lavorano una camiscia sola;

Quelle che non lavorano, ne han due, la mia figliuola.

Parea che mi dicesse: dunque non lavorate;

Ma poi come il proverbio spiegavami, ascoltate.

Vi eran, dicea, due donne: una continuamente

A lavorar vedevasi, l’altra quasi niente.

Quella che due ne aveva, diceva: ho da mutarmi;

Non voglio lavorare, non voglio affaticarmi.

L’altra non avea tempo di farsene di più,

Lavorando per altri. E all’ultimo, che fu?

Quella che ha lavorato, provvista si ravvisa,

E l’altra, poverina, restò come Marfisa. (parte)

 

 

 


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