Carlo Goldoni
Le smanie per la villeggiatura

ATTO SECONDO

Scena Prima. Vittoria e Paolo

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ATTO SECONDO

 

Scena Prima. Vittoria e Paolo

 

Camera di Leonardo.

 

VITTORIA: Via, via, non istate più a taroccare. Lasciate, che le donne finiscano di fare quel che hanno da fare, e piuttosto v'aiuterò a terminare il baule per mio fratello.

PAOLO: Non so, che dire. Siamo tanti in casa, e pare ch'io solo abbia da fare ogni cosa.

VITTORIA: Presto, presto. Facciamo, che quando torna il signor Leonardo, trovi tutte le cose fatte. Ora son contentissima, a mezzogiorno avrò in casa il mio abito nuovo.

PAOLO: Gliel'ha poi finito il sarto?

VITTORIA: Sì, l'ha finito; ma da colui non mi servo più.

PAOLO: E perché, signora? Lo ha fatto male?

VITTORIA: No, per dir la verità, è riuscito bellissimo. Mi sta bene, è un abito di buon gusto, che forse forse farà la prima figura, e farà crepar qualcheduno d'invidia.

PAOLO: E perché dunque è sdegnata col sarto?

VITTORIA: Perché mi ha fatto un'impertinenza. Ha voluto i danari subito per la stoffa e per la fattura.

PAOLO: Perdoni, non mi par che abbia gran torto. Mi ha detto più volte che ha un conto lungo, e che voleva esser saldato.

VITTORIA: E bene, doveva aggiungere alla lunga polizza anche questo conto, e sarebbe stato pagato di tutto.

PAOLO: E quando sarebbe stato pagato?

VITTORIA: Al ritorno della villeggiatura.

PAOLO: Crede ella di ritornar di campagna con dei quattrini?

VITTORIA: È facilissimo. In campagna si gioca. Io sono piuttosto fortunata nel gioco, e probabilmente l'avrei pagato senza sagrificare quel poco che mio fratello mi passa per il mio vestito.

PAOLO: A buon conto quest'abito è pagato, e non ci ha più da pensare.

VITTORIA: Sì, ma sono restata senza quattrini.

PAOLO: Che importa? Ella non ne ha per ora da spendere.

VITTORIA: E come ho da far a giocare?

PAOLO: Ai giochetti si può perder poco.

VITTORIA: Oh! io non gioco a giochetti. Non ci ho piacere, non vo applicare. In città gioco qualche volta per compiacenza; ma in campagna il mio divertimento, la mia passione, è il faraone.

PAOLO: Per quest'anno le converrà aver pazienza.

VITTORIA: Oh, questo poi, no. Vo' giocare, perché mi piace giocare. Vo' giocare, perché ho bisogno di vincere, ed è necessario che io giochi, per non far dire di me la conversazione. In ogni caso io mi fido, io mi comprometto di voi.

PAOLO: Di me?

VITTORIA: Sì, di voi. Sarebbe gran cosa, che mi anticipaste qualche danaro, a conto del mio vestiario dell'anno venturo?

PAOLO: Perdoni. Mi pare che ella lo abbia intaccato della metà almeno.

VITTORIA: Che importa? Quando l'ho avuto, l'ho avuto. Io non credo, che vi farete pregare per questo.

PAOLO: Per me la servirei volentieri, ma non ne ho. È vero che quantunque io non abbia che il titolo, ed il salario di cameriere, ho l'onor di servire il padrone da fattore e da mastro di casa. Ma la cassa ch'io tengo è così ristretta, che non arrivo mai a poter pagare quello che alla giornata si spende; e per dirle la verità, sono indietro anch'io di sei mesi del mio onorario.

VITTORIA: Lo dirò a mio fratello, e mi darà egli il bisogno.

PAOLO: Signora, si accerti che ora è più che mai in ristrettezze grandissime, e non si lusinghi, perché non le può dar niente.

VITTORIA: Ci sarà del grano in campagna.

PAOLO: Non ci sarà nemmeno il bisogno per fare il pane che occorre.

VITTORIA: L'uva non sarà venduta.

PAOLO: È venduta anche l'uva.

VITTORIA: Anche l'uva?

PAOLO: E se andiamo di questo passo, signora...

VITTORIA: Non sarà così di mio zio.

PAOLO: Oh! quello ha il grano, il vino e i danari.

VITTORIA: E non possiamo noi prevalerci di qualche cosa?

PAOLO: Non signora. Hanno fatto le divisioni. Ciascheduno conosce il suo. Sono separate le fattorie. Non vi è niente da sperare da quella parte.

VITTORIA: Mio fratello dunque va in precipizio.

PAOLO: Se non ci rimedia.

VITTORIA: E come avrebbe da rimediarci?

PAOLO: Regolar le spese. Cambiar sistema di vivere. Abbandonar soprattutto la villeggiatura.

VITTORIA: Abbandonar la villeggiatura? Si vede bene che siete un uomo da niente. Ristringa le spese in casa. Scemi la tavola in città, minori la servitù; le dia meno salario. Si vesta con meno sfarzo, risparmi quel che getta in Livorno. Ma la villeggiatura si deve fare, e ha da essere da par nostro, grandiosa secondo il solito, e colla solita proprietà.

PAOLO: Crede ella, che possa durar lungo tempo?

VITTORIA: Che duri fin che io ci sono. La mia dote è in deposito, e spero che non tarderò a maritarmi.

PAOLO: E intanto?...

VITTORIA: E intanto terminiamo il baule.

PAOLO: Ecco il padrone.

VITTORIA: Non gli diciamo niente per ora. Non lo mettiamo in melanconia. Ho piacere che sia di buon animo, che si parta con allegria. Terminiamo di empir il baule. (Si affrettano tutti e due a riporre il baule.)


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