Carlo Goldoni
Terenzio

ATTO QUINTO

SCENA DECIMA

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SCENA DECIMA

 

Lucano, Terenzio, Creusa, Lelio, Fabio e Damone.

 

TER.

(Cela negli aspri detti sdegno, vendetta, orgoglio). (da sé.)

DAM.

(Anche la volpe dice, quando non può, non voglio). (da sé.)

CRE.

Alto signor, che al mondo sei di pietate esempio, (a Lucano.)

Degno che a te fra i numi ergasi in Roma un tempio

(Parlo con cuor sincero, ché i titoli son vani

Dati al popolo greco dai rapitor Troiani):

Grata al tuo don, se al piede laccio vil non m'aggrava,

Di te l'alma onorata sempre fia serva e schiava.

Di me, de' figli miei, di lui ch'ave il mio cuore,

Sarai, più che non fosti, l'amabile signore.

E a tua virtù più dolce recar potran diletto

Anime a te soggette per obbligo ed affetto.

So con chi parlo. In seno vil desio non contrasta...

LUC.

Non cimentar, Creusa...

CRE.

Non avvilirti...

LUC.

Basta.

TER.

Basta, gentil Creusa, grazie per me si renda,

Da me d'entrambi ai doni gratitudine attenda.

Andiam l'avolo afflitto a sollevar di pene.

LUC.

Dove condur pretendi la tua sposa?

TER.

In Atene.

LUC.

Darla a Criton promisi.

TER.

Bene, il vecchio canuto...

LUC.

Venga egli stesso in Roma.

TER.

Signore... egli è venuto.

LUC.

Come? dov'è?

TER.

Ti è in grado ch'egli a te venga?

LUC.

Sì.

TER.

Vieni, Critone, a noi. (verso la scena.)

LUC.

Come sì tosto?

TER.

È qui.

 

 

 


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