Carlo Goldoni
Le virtuose ridicole

ATTO TERZO

SCENA QUINTA   Melibea e detti

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SCENA QUINTA

 

Melibea e detti.

 

MEL.

Istorie voglio leggere,

Istorie voglio scrivere,

Istorie voglio vendere.

Ridete? Signor sì.

Istorie voglio vendere,

E voglio dir così:

«L'istoria di Liombruno

E quella di Fiorino,

Bertoldo e Bertoldino»,

E voglio gridar forte:

«Eh, l'istorie di tutte le sorte».

 

PEG.

(Sentite?) (a Gazzetta)

GAZZ.

(Di sanarla

L'impegno sarà mio). (a Pegasino)

PEG.

(No; questa volta vuò principiar io). (a Gazzetta)

MEL.

(Parlano tra di loro. Io giocherei

Che qualche poesia

Van fra loro tessendo in lode mia).

PEG.

(State a veder. Invano

Io non opero mai). (a Gazzetta)

MEL.

Pastor, dove ten vai? (a Pegasino)

PEG.

Zitto, non voglio

Mi chiamate pastor. Son Pegasino:

Se volete esser mia,

Avete da lasciar ogni pazzia.

MEL.

Farò come volete. (mortificata)

PEG.

(Eh, cosa dite? (piano a Gazzetta)

Colle donne parlar così conviene).

GAZZ.

(Un tantinin di gelosia mi viene).

PEG.

Dite, siete disposta

A fare a modo mio? (a Melibea, alterato)

MEL.

Quel che vorrete voi, vorrò ancor io.

PEG.

Sentite? (a Gazzetta)

GAZZ.

Mi consolo. (con ironia)

PEG.

Voi dovrete a me solo

Obbedire, gradire, e tralasciare

I poeti, i pastori,

Che non hanno a che far niente con noi.

MEL.

Io farò quel che comandate voi.

PEG.

Va bene? (a Gazzetta)

GAZZ.

(Va malissimo). (da sé, arrabbiato)

PEG.

(Vi par che sia cangiata?)

GAZZ.

(L'avete bravamente superata).

MEL.

Sì, Pegasino mio,

D'obbedirvi prometto,

E vel confermerò con un sonetto.

GAZZ.

Ah? (verso Pegasino)

PEG.

Non voglio sonetti,

Non voglio poesie.

MEL.

Come? che dite?

PEG.

A monte le pazzie.

MEL.

Oh Muse bestemmiate!

Oh Elicona schernito! oh Apollo offeso!

GAZZ.

Amico, come va? (a Pegasino)

PEG.

M'avete inteso? (a Melibea)

Se avete ad esser mia,

Voglio essere obbedito, e lo protesto.

MEL.

In altro, signor sì, ma non in questo.

GAZZ.

(Saldi, amico). (a Pegasino)

PEG.

Cospetto!

L'intendo a modo mio.

MEL.

Sapete chi son io?

Io sono Melibea,

Figlia di Melibeo

Discendente da Orfeo

Che anco le bestie dilettar solea;

E se dei versi miei

Piacer voi non avete,

Delle bestie d'allor più bestia siete.

GAZZ.

(Oh, come è rassegnata!) (a Pegasino)

PEG.

Orsù, già vedo

Che rimedio non c'è. Vi lascio. Addio.

Se siete pazza voi, non lo son io.

Per poco ho secondato

Il vostro umor bizzarro;

Ma quando poi mi deggio maritare,

 

Ci voglio pensare,

Non voglio impazzir.

L'intendo così,

Non fate per me;

Il male sta qui,

Rimedio non c'è.

(fa cenno a Gazzetta che Melibea ha il capo offeso)

Per spasso si può,

Ma sempre poi no.

Cantar qualche volta

Si puole, gnor sì.

Ma sempre così?

Andate,

Non fate,

Signora, per me. (parte)

 

 

 


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