Carlo Goldoni
L'amore paterno

ATTO PRIMO

SCENA OTTAVA   Pantalone, poi Angelica

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SCENA OTTAVA

 

Pantalone, poi Angelica

 

PANT. No ghremedio. Sta bestia no me vol, e se Camilla ghe vol ben, ho paura che la sarà obligada de licenziarne. Ma se anca dovesse restar, come mai xe possibile de poder soffrir l'impertinenza de sto omo indiscreto, de sto villan? Vardè, sul momento che giera per consolarme con un sonetto della mia cara fia, el vien a tormentarme, e el me priva dell'unico mio piacer. No ghremedio, no se pol resister, bisogna andar. Pazenzia, son nato desfortunà. Ho da penar sempre, ho sempre da sospirar.

ANGEL. Signor padre.

PANT. Fia mia.

ANGEL. Vengo a dirvi una cosa che vi farà piacere.

PANT. Sì, consóleme, che ghe n'ho bisogno.

ANGEL. Ho terminato in questo punto di porre in musica la cantata.

PANT. La cantata che ha composto Clarice?

ANGEL. Sì, signore, ho messo in musica le parole di mia sorella.

PANT. Oh brava! quando la sentiremo?

ANGEL. Quando volete.

PANT. Aspettémo che ghe sia della zente. Verso mezzo zorno vegnirà i nostri amici. Ti canterà, ti te farà onor. Me imbalsemerò mi. Ti imbalsemerà tutti quanti.

ANGEL. Ma io, signore, l'ho fatta per mio studio, per mio divertimento, e non ho merito, né abilità per piacere.

PANT. Come! Cossa distu? Ti xe un flauto, ti xe un canarin. Ti gh'ha un'abilità spaventosa.

ANGEL. Troppo, troppo, signor padre. Pensate che l'amor proprio spesse volte fa travedere.

PANT. So quel che digo; me n'intendo al par de chi se sia. No so gnente de musica, ma gh'ho una recchia felice, che non falla mai. Co ho sentio un'aria una volta, son capace mi de dar el ton meggio de una spinetta, e se i falla una nota, me n'incorzo de longo. Digo, e sostegno, che ti xe una cantante che no gh'ha l'ugual.

ANGEL. Io non so di esser brava cantante, come voi dite, ma quando anche lo fossi, per piacere non basta. Bisogna aver la fortuna d'incontrar il genio delle persone che ascoltano.

PANT. In Franza i conosse el merito; no ti pol fallar.

ANGEL. Lasciamo il merito da una parte, qui il gusto della musica è differente.

PANT. te par della musica de sto paese?

ANGEL. In tutti i paesi del mondo, perché piaccia una cosa, bisogna aver le orecchie accostumate a sentirla. Il bello ed il buono non si conosce che per rapporto ai confronti; se si confronta senza passione, si trova il buono per tutto: se l'animo è prevenuto in contrario, vi è da annoiarsi per ogni parte.

PANT. Ti parli da quella gran virtuosa che ti xe. Xela longa la cantata che ti ha composto?

ANGEL. È brevissima. In questo ho seguitato il gusto francese. Qui amano le cose brevi, ed hanno molta ragione. Da noi le nostre musiche sono eterne, e le tante repliche fanno dispiacere le più belle arie del mondo.

PANT. Ma ti, fia mia, se ti replichi un'aria diese volte, ti piasi sempre, non ti stufi mai. Ti gh'ha un portamento de ose che tocca el cuor; ti gh'ha certe volatine, certi trilletti che incanta. Cossa ti me piasi con quei to passetti! Aaa, aaa, aaa. Cara la mia zoggia, cànteme qualcossetta, consóleme un pochettin. Gh'ho dei travaggi, gh'ho delle afflizion, ma co te sento a cantar me passa tutto, me bàgola el cuor in sen.

ANGEL. E che cosa vorreste voi ch'io cantassi?

PANT. Cànteme l'aria del russignol.

ANGEL. Senza la spinetta non si può cantare.

PANT. Te compagnerò mi.

ANGEL. E come?

PANT. Te farò el basso, te batterò la battua.

ANGEL. Non mi ricordo nemmeno il tuono.

PANT. Oh, el ton te lo darò mi. La la ra la la.

ANGEL. Aspettate, aspettate, il tuono l'ho ritrovato.

PANT. Via, da brava. Càntela pulito.

 

 

 


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