Carlo Goldoni
L’apatista

ATTO TERZO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

La Contessa e Giacinto.

 

LAVINIA:

Su via, su che fondate la ragion dello sdegno?

GIACINTO:

D'un genitor la fondo sul stabilito impegno.

La fondo di una figlia sul zel d'obbedïenza,

Sul dover, sul rispetto e sulla convenienza.

LAVINIA:

Rispondo in due parole: il padre non dispone

Del cuor della figliuola, se il di lei cuor si oppone.

Ed una figlia umile ad obbedire è presta,

Quando di chi comanda sia la ragione onesta.

Il dover lo conosco, non manco al mio rispetto,

So della convenienza non trascurar l'oggetto;

Ma appunto questi titoli, che voi mi rinfacciate,

Hanno le mie ragioni contro di voi formate.

GIACINTO:

Il dover non v'insegna?...

LAVINIA:

M'insegna il mio dovere

L'affetto, l'attenzione gradir di un cavaliere;

Ma il mio dover istesso, con vostra buona pace,

M'insegna a licenziarlo, se agli occhi miei non piace.

GIACINTO:

Possibil che vi spiacciano queste guance vermiglie,

Che sospirare han fatto vedove, spose e figlie?

LAVINIA:

Veggo le belle guance tinte di bianco e rosso,

Quelle bellezze ammiro, ma sospirar non posso.

GIACINTO:

E gl'illustri natali?...

LAVINIA:

Li venero e rispetto,

Ma obbligar non mi possono a risentirne affetto.

GIACINTO:

Sì, che ponno obbligarvi; o sposa mia sarete,

O cospetto di bacco, voi me la pagherete.

LAVINIA:

Che pretension ridicola! adagio, padron mio,

Che se voi cospettate, so cospettare anch'io.

Non giunge a spaventarmi un così folle orgoglio;

In faccia apertamente vi dico: io non vi voglio.

GIACINTO:

Ah, perché un uom non siete? Vorrei questa parola,

Vorrei quest'insolenza farvi tornare in gola.

LAVINIA:

S'uomo foss'io, cospetto! vi pentireste, amico:

Vorrei farvi vedere, ch'io non vi stimo un fico.

GIACINTO:

A me codesto insulto? A me che furibondo,

Quand'ho la spada in mano, faccio tremare il mondo?

LAVINIA:

A voi, signor Gradasso, degli uomini flagello,

A voi, che mi parete un capitan Coviello.

GIACINTO:

Ah, il diavol mi tenta… (Mette mano nella guardia della spada.)

LAVINIA:

Rispettate una dama,

O con questo coltello... (Prende un coltello di tavola.)

GIACINTO:

Eh, ho scherzato, madama. (Mostrando paura.)

LAVINIA:

Partite immantinente.

GIACINTO:

No, ch'io non vuò partire. (Con forza.)

LAVINIA:

Andate, o giuro al cielo...

GIACINTO:

Parto per . (Con umiltà e timore.)

LAVINIA:

A un incivil par vostro restar non si permette.

GIACINTO:

(Vuò meditare un colpo per far le mie vendette). (Da sé.)

LAVINIA:

Deggio farvi partire, come voi meritate?

GIACINTO:

Siete bella e vezzosa, ancor se vi sdegnate.

Alla mia tracotanza chiedovi umil perdono.

(Se non so vendicarmi, quello non son ch'io sono). (Da sé, e parte.)

 

 

 


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