Carlo Goldoni
L’apatista

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

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ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

 

Il Cavaliere, il Conte, la Contessa, don Paolino e Fabrizio

 

CAVALIERE:

Contessa, miei signori, venite, ho già pensato

Quello che far dobbiamo nel caso inaspettato.

Non ci scaldiamo il sangue, non ci mettiamo in pena,

Dobbiam questa sorpresa pigliar per una scena.

Con flemma e con giudizio più cose ho superate,

Supererò ancor questa; sedete, ed ascoltate.

LAVINIA:

Impaziente vi ascolto. (Siede.)

PAOLINO:

Sentiam che nuova c'è. (Siede.)

CONTE:

Intanto si potrebbe ordinare il caffè. (Siede.)

CAVALIERE:

Dite bene: Fabrizio, il caffè sia ordinato,

E poi quanto vi dissi sia lesto e preparato.

FABRIZIO:

Sì, signor.

CONTE:

Ehi, sentite. Con grazia del padrone,

Un po' di rosolino per far la digestione.

FABRIZIO:

Subito, immantinente.

CONTE:

Sono ai liquori avvezzo.

FABRIZIO:

(Se aspetta il rosolino, vuol aspettarlo un pezzo). (Da sé, parte.)

CAVALIERE:

Pensando al caso nostro, com'io diceva innante,

Noi siamo gli assediati, Giacinto è l'assediante.

Siccome la Contessa lo sdegna e lo disprezza,

Ei pensa per assalto entrar nella fortezza.

Egli vien provveduto di gente e munizione,

Lusingasi il presidio pigliare a discrezione;

Ed aperta la breccia, ei si lusinga e spera,

Presa la cittadella, piantar la sua bandiera.

Noi con vigor le mura difendere possiamo,

Ma di un vil capitano vogl'io che ci burliamo;

E delle sue minacce fingendo aver timore,

Vuò che proviamo in rete tirar l'assalitore.

Spieghiam bandiera bianca. Eccolo qui, in un foglio

Col guerrier valoroso capitolare io voglio;

E far che il gran disegno di lui, che ora ci assedia,

In questo luogo istesso si termini in commedia.

Udite questa lettera, che a lui mandare io voglio;

Poi vi dirò il mistero, per cui formato ho il foglio.

«Signor, che pel valore che in voi cotanto vale,

Posso paragonarvi di guerra a un generale,

A voi con questa carta vengo a raccomandarmi,

E chiedovi per grazia la sospension dell'armi.

Resistere non voglio colla difesa audace;

Con umile rispetto triegua domando, e pace.

Arrendermi son pronto con il presidio istesso:

Vi darò della porta le chiavi ed il possesso;

E la dama vezzosa, ch'è il nostro comandante,

Resterà prigioniera del capitano amante.

Entrar liberamente potete in queste mura,

Un cavalier d'onore v'invita e vi ;

E perché la parola sia meglio assicurata,

Entrate vittorioso, e colla gente armata.

Vi supplica, v'invita, con riverenza e amore,

Il cavaliere Ansaldo, amico e servitore».

Che vi par della lettera?

PAOLINO:

Amico, in verità

Non si può a chi v'insulta scriver con più viltà.

CAVALIERE:

È vero!

LAVINIA:

Io non intendo l'idea di tal mistero.

Parmi sia questo il modo di renderlo più altero.

CAVALIERE:

Che dice il signor Conte?

CONTE:

Come? (Si sveglia.)

CAVALIERE:

Avete capito?

CONTE:

Ho capito benissimo.

CAVALIERE:

Anderà ben?

CONTE:

Pulito.

PAOLINO:

Se ha dormito finora!

CAVALIERE:

Il foglio l'approvate?

CONTE:

Il foglio? Sì signore, a leggerlo tornate.

PAOLINO:

Basta così, non serve.

CONTE:

Non serve! Chi son io?

Vuò sentir, vuò sapere, vuò dir il parer mio.

Favorisca di leggere la carta un'altra volta.

CAVALIERE:

Lo farò volentieri.

CONTE:

Quando preme, si ascolta.

CAVALIERE:

«Signor, che pel valore che in voi cotanto vale,

Posso paragonarvi di guerra a un generale,

(Il Conte si addormenta.)

A voi con questa carta vengo a raccomandarmi...»

PAOLINO:

Non vedete ch'ei dorme?

CAVALIERE:

È vano il faticarmi.

Lasciamolo dormire. Signori, così è.

La cosa anderà bene, fidatevi di me.

Lasciate ch'egli venga. Non evvi alcun pericolo.

Ho già pensato al modo di metterlo in ridicolo.

LAVINIA:

Ma quella gente armata...

CAVALIERE:

Non vi mettete in pena;

Essi faran più ancora ridicola la scena.

 

 

 


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